La canzone

Correva l’anno 1980, quando il celebre cantautore italiano Edoardo Bennato, pubblicò l’ormai conosciutissimo ‘concept album’ “Sono solo canzonette”, un vero e proprio capolavoro ispirato alla storia di Peter Pan, noto personaggio letterario inventato dallo scrittore scozzese James Matthew Barrie nel 1902. All’interno della raccolta sono presenti brani oggi molto famosi e colmi di significato, degni indubitabilmente di molteplici interpretazioni in grado di racchiudere le più dissimili discipline del sapere. Come in tutti gli album, fra le numerose tracce che vi si trovano, ce ne sono sempre alcune più ‘orecchiabili’ di altre che si distinguono per la loro dolce e soave melodia, oppure per quell’azzeccato e ricorrente ritornello che ci perseguita durante le nostre faccende quotidiane. Che si voglia o meno, “L’isola che non c’è” possiede tutti i requisiti per rientrare nella categoria poc’anzi descritta, una canzone dal contenuto immensamente profondo che probabilmente, più che interpretata, si merita di essere ascoltata.

Edoardo Bennato, “L’isola che non c’è”, 1980.

Il Bennato filosofo

Il cantautore napoletano, evidentemente, non ama far attendere i suoi ascoltatori e inizia la sua canzone con una strofa di fondamentale importanza, l’unica del testo che verrà poi ripetuta anche nella conclusione:

Seconda stella a destra, questo è il cammino
e poi dritto fino al mattino
poi la strada la trovi da te
porta all’isola che non c’è“.

Decidendo di non avvertire il suo pubblico, con l’effetto della sorpresa, Bennato si mostra subito enigmatico e misterioso, riuscendo a spezzare l’ordine naturale della fabula e cominciando così, in ‘medias res’. L’ ascoltatore si trova difatti, calato in una vicenda a lui estranea e ancora partecipante alla sfera del reale è chiamato a fare un salto in un’altra dimensione, quella fantastica. Cosa rappresenta dunque questo cammino tra le stelle che non ha alcun bisogno di essere indicato, ma si è in grado di trovarlo da soli? Nient’altro che la più libera e personale immaginazione dell’uomo, sprovvista di qualsiasi guida, vincolo o controllo, distinta e indipendente nella propria azione.

L’isola che non c’è

L’isola che non c’è è il punto di arrivo, la meta dell’inventiva e della finzione, un luogo protagonista di uno strano ossimoro che vede l’accostamento di due termini antitetici tra loro: qualcosa che effettivamente è, cioè che esiste (l’isola) e ciò che non è e non esiste.  Altro profondo e immenso significato della canzone è rivestito dalle righe finali:

E ti prendono in giro se continui a cercarla
Ma non darti per vinto, perché
Chi ci ha già rinunciato e ti ride alle spalle
Forse è ancora più pazzo di te“.

L’isola, divenuta ormai simbolo di pace e felicità nelle strofe precedenti, ha adesso bisogno di essere pensata, perché anche se la sua ricerca può sembrare un’utopia, quest’ultima assumerà una funzione trainante, di stimolo esistenziale per tutta l’umanità. Chi, imprigionato all’interno della propria gabbia razionale, deride della fantasia altrui, è incapace di volgere lo sguardo oltre l’orizzonte e di cogliere l’armonia delle cose, possedendo quindi maggiore pazzia del sognatore stesso.

Leopardi e l’immaginazione

Giacomo Leopardi

Se vogliamo ancora una volta restare fedeli a quella che è la storia della nostra penisola, toccando il tema dell’immaginazione, non possiamo distogliere lo sguardo dall’immenso lavoro poetico, letterario e filosofico elaborato da Giacomo Leopardi. Secondo l’artista recanatese l’inventiva umana è uno dei rimedi più forti, anche se completamente illusorio, al problema della felicità. Egli, infatti, dirà: “Considerando la tendenza innata dell’uomo al piacere, è naturale che la facoltà immaginativa faccia una delle sue principali occupazioni della immaginazione del piacere […]. Il piacere infinito che non si può trovare nella realtà si trova così nella immaginazione, dalla quale deriva la speranza“. In altre parole, il poeta marchigiano, riconoscendo in quanto essere finito, di non poter perseguire un piacere infinito, per supplire a tale disagio esistenziale, esorta tutti i suoi lettori a rifugiarsi nelle loro capacità immaginative. La felicità appare dunque come una meta utopistica e irraggiungibile che allo stesso tempo non deve però arrestare le più fantasiose e divaganti attività mentali proprie degli ‘esseri intelligenti’. L’isola che non c’è (la felicità), per quanto destinazione inconseguibile, deve fungere da stimolo per la sua ricerca (l’illusione), unico riparo dal tedio eterno a cui è soggetto l’essere umano.

Iacopo Romani

 

 

 

 

 

 

 

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