Il nastro poteva spesso bloccarsi, il rumore dei tasti a martelletto rompere il silenzio e l’inchiostro seccarsi, ma la macchina da scrivere, in tutta la sua anacronistica bellezza, fu utilizzata per anni da moltissimi grandi scrittori: da Primo Levi a Pasolini, dalla Fallaci a Moravia, nella cui casa è ancora in mostra un’Olivetti del ‘59. Un sogno industriale, un progetto sociale, un’utopia: questo fu l’Olivetti, una delle aziende italiane più importanti al mondo nella produzione di macchine da scrivere degli anni ‘50. Ma l’Olivetti fu senza dubbio molto di più. Parlarne oggi significa, infatti, apprezzarne l’eredità e la portata filosofica che hanno trasformato questa azienda in uno tra i più grandi compromessi socio-politici tra capitalismo e comunismo. “L’industria è un’utopia, che ho fatto diventare una realtà concreta, al servizio della comunità” affermava Olivetti.

Il plusvalore di Olivetti investito nella cultura

Grazie ad un viaggio alla fabbrica Ford di Detroit, Olivetti venne a contatto con i principali caratteri del fordismo, ossia l’attuazione pratica in campo industriale dell’organizzazione scientifica del lavoro (taylorismo). Frederick Taylor, infatti, analizzando nello specifico i tempi di produzione, propose una suddivisione del lavoro in piccole e ripetitive operazioni manuali che, all’interno della catena di montaggio, risultavano essere sì efficienti dal punto di vista del guadagno, ma estremamente alienanti in termini di umanità. Al modello Olivetti viene attribuito il merito, proprio sotto questa luce, di aver sempre considerato gli operai come esseri umani prima che macchine da produzione. È dunque il profitto l’unica ragione d’impresa? Non per Adriano Olivetti. Il ciclo economico capitalistico, secondo Marx, non è finalizzato al consumo, bensì all’accumulazione di denaro, secondo la formula D.M.D’ (denaro-merce-più denaro). Il ciclo tipico della società capitalistica è quindi un sistema basato sulla produzione di capitale investibile nella produzione di merce e da cui si ottiene denaro aggiuntivo (il profitto del capitalista). Il profitto deriva, dunque, dalla quantità di pluslavoro effettuato dall’operaio, ma non retribuito mediante il salario. Il lavoro non retribuito produce quel plusvalore che, come afferma Marx, costituisce la base del guadagno del capitalista. Nella produzione dell’Olivetti, ciò che garantiva un ampio margine di guadagno era proprio la qualità del prodotto stesso che, venduto ad un prezzo più elevato del costo di produzione, contribuiva al ricavo di denaro re-investibile in capitale fisso. In più, la possibilità del reinvestimento interno era garantita dall’equa gestione dei salari, il che contribuiva a creare un clima sul posto di lavoro di grande rispetto e crescita sociale. L’Olivetti, essendo il prodotto di una comunicazione tra i tratti rigidi del capitalismo e quelli rivoluzionari del comunismo, ha promosso una serie di interventi sociali a sostegno dei propri dipendenti e delle loro famiglie. Il plusvalore della disamina marxista è infatti investito da Olivetti nella creazione di biblioteche, nell’educazione degli operai e nella ricerca culturale. Alle proposte sociali di Olivetti si deve il merito di aver creato un dialogo aperto con le organizzazioni sindacali: dalla riduzione del tempo di lavoro (da 48 a 45 ore a parità di salario) alla retribuzione dell’80% del salario durante il periodo di gravidanza, tutto nell’azienda sembra rispondere al tentativo di “creare un’impresa di tipo nuovo al di là del socialismo e del capitalismo” (Olivetti). Un’utopia al servizio della comunità che, per la prima volta, ha voluto adattare la produzione alle necessità dell’uomo, non viceversa.

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