Nelson Mandela (1918-2013) si è consegnato alla storia per essere stato l’uomo che ha sconfitto l’apartheid in Sudafrica. Le sue azioni sono sempre state accompagnate da sacrifici, primo fra tutti i 27 lunghissimi anni passati in carcere a causa delle sue idee. La sua forza, come anche affermò lui, fu la coerenza e la fede verso i principi in cui credeva. Questi principi sono ricavati sopratutto dall’Ubuntu, filosofia e stile di vita presente nell’Africa sub-Sahariana fin dall’alba dei tempi. Altra fonte di ispirazione per Madiba fu probabilmente Platone, in particolare le idee esposte nel Critone.

Una vita per i diritti

Mandela iniziò le sue lotte molto presto, da prima addirittura di iniziare a combattere l’Apartheid. In nome della sua libertà infatti a 23 anni ruppe con le tradizioni della sua tribù, i thembu Dalindyebo, che lo avrebbero costretto a un matrimonio combinato. Scappò così verso Johannesburg insieme a suo cugino Justice dove studiò legge. Fu lì che in seguito alla vittoria alle elezioni del 1948 da parte del Partito nazionale, di posizione pro apartheid, iniziò la sua lotta alle discriminazioni. Con l’inasprimento delle leggi razziali insieme a un suo collega universitario, Robert Tambo, Mandela decise di aprire uno studio legale a basso costo per aiutare i neri in difficoltà con la legge. Nel frattempo divenne un accanito attivista, pagando però le sue attività con la galera, venendo condannato all’ergastolo l’11 luglio 1963 per sabotaggio e tradimento. Vi rimarrà fino all’11 febbraio 1990. Nonostante la prigionia e i lavori forzati Mandela riuscì a coordinare molte attività di protesta, invitando sempre a non usare mai la violenza. Esemplare fu l’episodio risalente al 1985 in cui, coerentemente con i suoi principi, rifiutò la libertà in cambio della rinuncia alla lotta. In seguito al suo rilascio divenne presidente del Sudafrica per un mandato, dal 27 aprile 1994 al 14 giugno 1999.

La cella di Mandela a Robben Island, senza letto e con un minuscolo tavolino. In questi pochi metri quadri scontò 18 dei 27 anni di pena. Una volta svegliatosi la mattina lo attendevano i lavori forzati. Nonostante le pessime condizioni riuscì a imparare, durante la prigionia, un perfetto inglese e a laurearsi in diritto all’università di Londra. Si stima che dentro la cella vi fosse il 100% di umidità.

Mandela e l’Ubuntu

Il pensiero di Mandela aderisce all’Ubuntu, la principale corrente filosofica africana. Si tramanda da secoli e si fonda sul principio della compassione reciproca tra gli uomini. La frase motto che sintetizza questa filosofia è umuntu ngumuntu ngabantu, ovvero io sono ciò che sono in virtù di ciò che tutti siamo. La base è dunque quella della fratellanza, e Mandela si avvalse di questo popolare principio per farne uno strumento a favore della sua lotta. Nella sua interpretazione, più finalizzata al suo obiettivo politico, l’Ubuntu si declina come una presa di coscienza dei propri diritti e doveri il cui rispetto porta verso la pace fra tutti gli uomini. I principi qui descritti richiamano molto quelli del cristianesimo insegnati da Gesù nella Bibbia, non a caso Mandela era un convinto cristiano di confessione Metodista. La fratellanza e il rispetto dell’Ubuntu non vanno però interpretati solo nell’ottica di una vita condotta moralmente, ma spingono inoltre all’unione tra gli uomini e alla collettività. Queste rende possibile capire il motivo per cui le posizioni di Mandela in gioventù furono molto vicine al comunismo, tanto che inizialmente, nell’ottica di una rivoluzione simile a quella leninista, organizzò un movimento di lotta armata. L’idea di una sommossa armata fu però abbandonata poco prima della prigionia, influenzato dalle idee di Gandhi e, probabilmente, da Platone.

Nelson Mandela insieme a Fidel Castro. Madiba si ispirò molto, nella fase giovanile, alla rivoluzione cubana. (Photo by Feliberto CARRIE/GAMMA/Gamma-Rapho via Getty Images)

Mandela e Platone

Il leader sudafricano era un uomo di grande cultura, e tra le sue letture ci fu senza dubbio quella di Platone. Il dialogo a cui Mandela si è ispirato maggiormente è probabilmente il Critone. In quest’opera viene infatti esposto il principio della persuasione delle leggi, ma andiamo con ordine. Il dialogo è ambientato una mattina successiva alla condanna a morte di Socrate. Questi si trova dunque in prigione mentre il suo discepolo Critone, durante una visita, prova a convincerlo a fuggire. Socrate tuttavia rifiuta la proposta, fornendo profonde argomentazioni a cui Mandela si ispirò durante e dopo la prigionia. Socrate decide di non fuggire innanzitutto per rimanere coerente con il suo stesso pensiero. Professava infatti che le leggi andassero seguite sempre e comunque, e che solo chi agisce in questo modo può dirsi uomo giusto. Critone replica ribadendo l’effettiva ingiustizia della condanna, e che una volta fuggito potrà tentare di cambiare la legge facendola divenire giusta. Socrate controbatte inscenando uno splendido dialogo tra lui e la personificazione delle leggi in cui afferma che queste, per essere cambiate, non vanno infrante, ma persuase. Ogni infrazione della legge genera disordine, e poiché il fine ultimo delle leggi è l’ordine, infrangerle sarebbe in ogni caso un controsenso. Persuadere le leggi significa cambiarle con il dialogo, con la partecipazione attiva e nel rispetto delle leggi stesse. Mandela agì proprio in questo senso, accettando la sua prigionia e rifiutando la violenza. Pesino una volta alla testa del paese rifiutò ogni repressione contro chi, per oltre mezzo secolo, infangò i diritti di milioni di abitanti. Riprendendo anche l’Ubuntu il governo di Mandela non cercò mai di instaurare una “dittatura dei neri”, ma perseguì sempre la comunione di tutti e il rispetto di quell’idea di libertà per la quale sacrificò tutto, la sua tribù, la sua famiglia e 27 anni di vita. Coi sacrifici, con la cultura e con la coerenza verso sé stesso Mandela divenne uno dei grandi della storia, scrivendo pagine indelebili nella storia dei diritti civili.

Filippo Gatti