Memes e Filosofia hanno poco in comune da spartire. Al massimo si può racchiudere della filosofia spiccia in un meme o, cosa non impossibile, cimentarsi in una stravagante quanto intrigante “Filosofia del meme”. Del resto se la Filosofia è scomposizione critica della vita e dell’esperienza, contrariamente a chi ne percepisce una certa inconsistenza, derivandola dal suo carattere astratto e retorico, perché no? Perché non produrre una critica ai memes? Del resto si parla di un fenomeno imponente, massificante, una deviazione culturale che non può esimersi da riflessioni. Ormai entrati a far parte della cultura, che sempre cultura è, che nasca per strada o in rete, i memes ne rappresentano uno dei movimenti più interessanti degli ultimi decenni. Ma forse stiamo correndo troppo. Perché per introdurre adeguatamente la nostra “Critica del meme” va chiarito cosa sia, di fatto, un meme. Soprattutto, bisogna chiarire il perché sia così importante parlarne.

Cosa significa meme?

La parola meme, innanzitutto, andrebbe pronunciata con accento inglese. E non è un semplice fattore di correttezza etimologica: dire “miim” avvicina più intuitivamente la parola ad un altro vocabolo, questa volta italiano, che ne svela l’intrinseca natura: mimica. Di derivazione greca, mimica significa imitazione muta. Non è tutto. Il termine “meme”, inteso nel significato che gli stiamo dando, è stato coniato da Richard Dawkins ed è la minima unità culturale, una moda, uno stereotipo, una frase fatta. Una scheggia nel complesso mondo della cultura che, attraverso l’imitazione, naviga e si perpetra tra gli individui. Un’imitazione muta, che nulla dice perché, in fondo, nulla è. Una minima unità culturale può essere anche un’immagine. La scena di un film, una vignetta, qualcosa di facilmente assimilabile, magari associata ad uno stereotipo; un qualcosa che, in poche parole, sia pop. O che perlomeno si possa innestare proficuamente nella mente della massa. Cultura popolare, insomma.

Un tipico esempio di meme: una vignetta stereotipata (ragazzo e ragazza ubriachi rientrano a casa per consumare un rapporto) a cui accostare una seconda immagine, se possibile ancora più stereotipata della prima.

L’industria culturale e i suoi effetti: Horkheimer e Adorno

Proprio nella cultura popolare ristagna il nodo cardine di una delle riflessioni sulla cultura più acute del XX secolo. Dalla schiera di quegli intellettuali di origine ebraica sfuggiti alle persecuzioni naziste, Horkheimer e Adorno spiccano con i Frammenti filosofici. Un’opera che, nel mostrare come il pensiero illuminista (che ha sempre auspicato la massificazione della cultura) abbia prodotto i regimi totalitari novecenteschi, non risparmia nemmeno l’industria culturale. La riproducibilità tecnica della cultura sopprime la sua vena critica. Entrata nelle logiche della meccanizzazione del lavoro, l’arte ne assume la standardizzazione, la ripetizione di modelli sempre uguali. La cultura diventa, in questo modo, riproduzione acritica, pura e semplice imitazione. Un’imitazione che dell’arte ha solo il nome, perché ormai priva di un messaggio, di una voce, priva di parola e di spirito umano. Un’imitazione muta.

Horkheimer e Adorno (Finzioni Magazine)

Arte, prodotto e marketing

Cosa vi dice, del resto, un meme? Se scorrete la vostra Home di Facebook senza avvertire nessun cambiamento in voi, allora non vi dice nulla. La cultura ci parla e ci cambia, ma oggi pare le abbiano cucito la bocca. E non è una semplice idealizzazione dell’arte, un anacronistico vagheggio rivolto all’anima, un reflusso romantico. Il problema è più serio, materiale e terreno, quello di cui un filosofo, secondo quello stereotipo che nei meme troneggia, non si cura. Il problema riguarda noi e la società. Adorno e Horkheimer parlano anche del “cliente” a cui si propina l’arte standardizzata. L’individuo perde materialità all’occhio dell’industria culturale, diventa numero, diventa visualizzazione, diventa un click. Chiunque visualizzi un contenuto su Internet, sia esso arte o prodotto (ma esiste ancora questa differenza?) viene attratto (e non persuaso) da meri magheggi di marketing. Se avete cliccato questo articolo, preferendolo ad un altro, non è perché gli è superiore, ma perché è stato meglio pubblicizzato. Resta fermo, o almeno si spera, che se avete letto fin qui l’articolo, occorra ringraziare l’arte e non l’industria.

Giovanni Cattaneo

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