Sincero e schietto, talvolta brutale ed estraneo ad ogni orpello retorico, l’Antico Testamento è un libro dal valore inestimabile per il merito di aver raccolto tra le proprie pagine miti talmente antichi da disperdere le proprie radici nell’albore dei tempi. Seppur riorganizzati e riassemblati secondo un significato religioso e inseriti in una cornice di inesatte vicende storiche, essi rappresentano una risorsa fondamentale per la comprensione del patrimonio folkloristico di popoli e culture che, nonostante l’apparente diversità, condividono elementi simbolici e credenze provenienti da una stessa matrice. Il Vicino Oriente rappresenta, infatti, il bacino originario delle religioni oggi più diffuse e frutto dell’evoluzione di antichi culti misterici e mitologie popolari, al punto da tradire una provenienza comune. Perfino il Cristianesimo, attualmente sentito come religione-simbolo del mondo occidentale, sarebbe la graduale ma inesorabile metamorfosi del culto persiano del dio Mitra. Non deve, dunque, sorprendere il fatto che il libro sacro della religione ebraica contenga elementi percepiti, erroneamente, come caratteristici (e caratterizzanti) della mitologia classica greco-romana. Più lontano di quanto si immagini dal Dio-uomo dei Cristiani, misericordioso e dispensatore di perdono, il Dio di Israele è quello tipicamente spietato delle religioni antiche,poco indulgente, che deve essere rabbonito per mezzo degli olocausti. Il Dio dai disegni imperscrutabili a cui si deve cieca e devota obbedienza, più vicino alla forza devastante dell’inesorabile fato greco che non alla compassione del Cristo. La bellezza e il fascino dei miti raccolti nell’Antico Testamento, spesso enigmatici e di difficile decifrazione, la loro natura multiforme che fonde simboli comuni alle culture più distanti, è perfettamente emblematizzata dal mito di Sansone.

Il mito di Sansone e Dalila

She tied you to her kitchen chair, and she broke your throne and she cut your hair, and from your lips she drew the Hallelujah” Leonard Cohen, Halleluja

Celeberrima e suggestiva, l’enigmatica storia di Sansone e Dalila da secoli affascina l’uomo attraverso una misteriosa forza attrattiva, la stessa che giustifica le numerose opere d’arte di cui sono soggetti privilegiati. Il mito che ha per protagonisti il giudice israelita e la bella filistea ha incantato generazioni di lettori, sospeso tra spiritualità, suggestione religiosa ed eventi al limite del magico, grazie ad un magnetismo che sembra sprigionarsi spontaneamente dall’aurea sacrale e antica di questo racconto il cui segreto è tutt’altro che semplice da comprendere. Sansone, giudice di Israele per vent’anni, appartiene alla tribù dei Daniti. La sua nascita miracolosa è, per la sterile madre Manoa, un dono del Signore il quale concede al bambino una forza straordinaria, a patto che egli serbi la propria integrità e purezza mantenendo intatta la lunga capigliatura. Il destino di Sansone sarebbe, quindi, stato quello di vendicatore del popolo di Israele contro i nemici Filistei. Nel viaggio verso la dimora della sua prima moglie di origine filistea, Sansone uccide un leone dalla cui carcasse nascono spontaneamente delle api, secondo il fenomeno della bugonia, del cui miele si nutrono l’eroe e i suoi genitori. Tradito dalla moglie, che svela ai nemici di Sansone la soluzione di un enigma da lui proposto, per vendetta il giudice di Israele incendia le messi dei Filistei. Tuttavia la sua rovina comincia con l’innamoramento per Dalila, bellissima donna appartenente al popolo nemico che, corrotta dai Filistei con monete d’argento, riesce a farsi rivelare da Sansone l’origine della sua forza che risiedeva nella chioma immacolata. Stanco, Sansone si addormenta sulle ginocchia della donna amata la quale, spietata, approfittando della vulnerabilità dello sposo, taglia le sue “sette trecce. Catturato dai Filistei, Sansone viene accecato e umiliato, costretto a far girare una macina. I suoi capelli, però, cominciano a ricrescere senza che nessuno abbia cura di raderli nuovamente: il giudice di Israele, allora, durante una celebrazione si libera dalle catene e, coadiuvato da un terribile tremore che scuote la terra, distrugge un palazzo provocandone il crollo e Sansone disse: “Che io muoia insieme con i Filistei!”. Si curvò con tutta la forza e la casa rovinò addosso ai capi e a tutto il popolo che vi era dentro. Furono più i morti che egli causò con la sua morte di quanti aveva uccisi in vita (Giudici, 16).

Le affinità simbologiche

La forza di Sansone risiede, dunque, nelle sue “sette trecce”. Nell’immaginario antico i capelli erano considerati prolungamento del pensiero e della mente, sede dell’energia vitale e spirituale, simbolo di purezza nonché di virilità per gli uomini e di sensualità per le donne. Per questo motivo in molte culture i sacerdoti sono chiamati a rasarsi il capo: per dimostrare la loro totale devozione e obbedienza a Dio, al quale sacrificano la propria vita. Al contrario, i nativi americani lasciavano intonse le loro capigliature per esprimere integrità spirituale e vicinanza alla natura. I lunghi dreadlocks dei sacerdoti Rastafari rappresentano, invece, la realizzazione materiale del Nazireato biblico: il mito di Sansone, contenuto nel Kebra Nagast, testo etiope del IV secolo d.C., è estremamente significativo per i seguaci della religione, le cui “trecce” evocano appunto quelle dell’eroe biblico, a simboleggiarne la purezza e la vicinanza a Dio. Inoltre il nome “Sansone” richiama quello di Shamash (shanshu, “sole”), dio mesopotamico del Sole che incendia le messi: i capelli lunghi del giudice israelita, come quelli della divinità persiana, emulano i raggi del sole e la sua vendetta contro i Filistei è, non a caso, quella di bruciarne i raccolti. Coincidenze? Probabilmente no.

Dalila, vera forza magnetica del mito, è figura bifronte la cui ambiguità si rivela già nel duplice significato del nome: quello di matrice ebraica “misera, povera” e quello di matrice araba “adorabile, colei che è da amare”. Essa è, infatti, creatura profondamente negativa (tipica figura avversa della seduttrice biblica), ingannatrice e corrotta che non esita a tradire il proprio marito in cambio di denaro; ma è anche l’unica ad aver conquistato il vero amore di Sansone che, per questo, le rivela fatalmente il segreto della propria forza. Potentissima e significativa l’immagine di Dalila che taglia le trecce a Sansone teneramente addormentato sul suo grembo: punizione letale del Dio offeso da un uomo che, all’amore sacro, ha preferito l’amore profano. Il più feroce dei tradimenti si annida nel senso della donna disperatamente amata, unica debolezza di un uomo permeato della forza divina e che, in questo, somiglia moltissimo all’Hercules greco. La perdita dei capelli, emblematicamente per mano di una donna, è simbolo della perdita della propria spiritualità. La figura di Dalila ricorda da vicino quella della classica Scilla che, corrotta dall’amore per il nemico o dal suo denaro (a seconda delle versioni del mito), consegnò la patria e la vita di suo padre a Minosse per mezzo del fatidico capello fulvo, ancora una volta simbolo di forza vitale.

Tanto nella mitologia biblica quanto in quella classica greco-romana, all’accecamento fisico, spesso di natura punitiva, si accompagna l’acquisizione della vista interiore. Emblema ne è l’indovino Tiresia che compensa la mancanza fisica con la saggezza profetica. Allo stesso modo Edipo re, che persevera nella ricerca di una verità nefanda, punisce se stesso accecandosi per aver visto e saputo troppo: al gesto estremo segue, però, la consapevolezza di sé e una conoscenza completa all’origine della tragica scoperta. Simile la vicenda di Sansone: anche per il personaggio biblico l’accecamento ha la natura di una punizione inflitta, stavolta, dal nemico. Colpa di Sansone, quella di aver detto troppo, rivelando il segreto della propria forza alla moglie Dalila, errore che ha il “merito” di rivelargli la sua effettiva debolezza e il sapore del tradimento.

La bugonia, fenomeno che consiste nella nascita spontanea di api dalle carcasse di animali, era una credenza estremamente diffusa in molte culture antiche e che ha conosciuto vitalità almeno fino al XVII secolo. Incomprensibile nel passato,il fenomeno della comparsa di insetti nei pressi di carne in putrefazione era concepito come un evento miracoloso, spiegabile solo attraverso la generazione spontanea della vita dalla morte e voluta dagli dei. Gli insetti, probabilmente mosche e lepidotteri, furono identificati nelle api considerate sacre per la loro capacità di produrre il miele, prodotto fondamentale per le sue proprietà zuccherine e guaritrici, oltre che essenziale per purificare la lingua da ogni empietà. La comparsa delle api in primavera, stagione simbolo della vitalità della natura, è associata alla loro facoltà di rigenerarsi dopo la morte. Insetti sacri e miracolosi le api diventano, così, il simbolo delle anime dei giusti. Non a caso il fenomeno della bugonia è sempre associato a figure devote alla divinità: nelle Georgiche virgiliane Aristeo assiste all’evento dopo aver espiato la propria colpa presso gli dei. Sansone, il campione scelto di Dio, e i suoi genitori si nutrono del miele prodotto dalle api nella carcassa del leone da lui ucciso, purificando, così, le loro anime agli occhi del Signore. Il connubio leonemiele nel racconto biblico ha, però, un ulteriore significato: mentre il felino simboleggia il coraggio e la forza bruta, quasi ferina, di Sansone, il miele zuccherino ricorda all’eroe la propria sensibilità e debolezza a cui fatalemente andrà incontro, trovandola nella dolcezza dell’abbraccio di Dalila.

Maria Chiara Litterio