Quando si parla di religione e di politica, si parla di due lati della stessa medaglia. Questi due ambiti hanno infatti moltissimo in comune, sebbene per secoli non abbiano fatto altro che combattere tra di loro, forse proprio in virtù della loro somiglianza. Le varie religioni, sono sempre state in lotta, magari non sempre armata, ma comunque in lotta. Nessuna dottrina si è mai accontentata di essere una dottrina. Le religioni rivelate, in virtù proprio del loro stesso essere, esistono e si considerano La religione, l’unica vera e indubitabile. Dall’avvento del cristianesimo fino a un certo periodo storico, le uniche guerre che oggi definiremmo ideologiche, sono state proprio di stampo religioso. Questo perché fondamentalmente tutti i grandi stati europei erano delle monarchie, e il problema della differenza poteva nascere solo tra cattolici e protestanti, ma si rimane sempre nell’ambito di monarchie cattoliche e protestanti.

Nel 1555 con la pace di Augusta la storia cambia: i regni tedeschi non sono più cattolici in toto, ma sono obbligati a seguire la religione del principe, che poteva anche essere protestante: cuius regio eius religio. Se non vi è ancora una separazione stato-religione, è chiaro però che vi è una separazione stato-chiesa. A questo punto però, possiamo notare come l’ambito politico, resosi indipendente da quello ecclesiastico, abbia cercato di prendere possesso di alcune delle sue vecchie prerogative. Nel XVII secolo si hanno le ultime guerre religiose, fino al 1648 quando con le paci della Westfalia, entriamo veramente nell’età moderna. Non è un caso che tra XVII e XVIII secolo abbiamo Hobbes, Locke e Rousseau, tre dei maggiori pensatori politici della storia. Nel 1776, la rivoluzione americana, segna l’inizio di una fase di rivoluzioni e guerre politiche estremamente lunga. Tutte queste guerre politico-ideologiche, sono state però combattute con ardore religioso, si combatteva per il re o per la democrazia, come se fossero degli Dei. Il mondo sembrava ai protagonisti di allora troppo piccolo per due ideologie giustapposte, anche la democrazia, come ha ben notato Tocqueville, era alla fine un dispotismo della maggioranza, e non un luogo in cui confrontarsi dialetticamente. Alla fine, storicamente, parlando, tutte le ideologie politiche hanno sempre tentato di diventare l’unica ideologia. In questo si sono comportate in maniera estremamente simile alle religioni in virtù di quel processo di secolarizzazione che ha investito la religione stessa.

Cerchiamo ora però di porci due interrogativi che sono abbastanza complessi: Da cosa traggono la loro legittimità le religioni e le ideologie politiche? Di che natura è questa legittimità?

La grande religione cristiana si è affermata in un periodo estremamente complesso, quello della decadenza dell’impero romano. Il cristianesimo ha dato conto della sofferenza umana nella valle di lacrime del mondo, ma allo stesso tempo ha promesso un futuro di salvezza trascendente. Le ideologie politiche hanno secolarizzato il messaggio escatologico cristiano, spostandolo dal piano trascendente a quello mondano. E’ chiaro come il futuro sia la valvola di sfogo in virtù della quale ogni ideologia politica può giustificare le contraddizioni del presente. A livello filosofico, Hegel è il riferimento obbligato. La storia non è altro che un processo verso una maggior perfezione dello spirito.

Abbiamo dunque capito che il futuro permette la legittimazione del presente, ma bisogna ancora rispondere alla seconda domanda. La legittimità che il futuro conferisce al presente non è certamente empirica, nè tantomeno trascendente in virtù del teorema della secolarizzazione: essa è simbolica. Il futuro diventa simbolo di ciò che il presente allo stesso tempo non è, e di ciò che potrebbe o dovrebbe essere. La prospettiva futurologica è fondamentale per comprendere la presunta morte delle ideologie: non solo il Marxismo ha più volte dipinto nel futuro il  sogno di una cosa di cui parlava Marx, ma anche il capitalismo ha fatto sempre riferimento al futuro, essendo la sua nozione fondamentale quella di progresso. Fin qui tutto bene, o meglio, fino al 1989 tutto bene. Con la caduta del muro di Berlino, il sogno di una cosa sembrava essere svanito del tutto. Il liberal-capitalismo non ha più rivali e dunque ha il monopolio della legittimità politica.Non c’è nulla di meglio del capitalismo”, si sente ripetere.

Tale vittoria sul marxismo ha però causato degli enormi problemi a livello filosofico: la caduta del Marxismo ha reso il liberal-capitalismo legittimato-in-sé-per-sé, esso ha reciso la prospettiva futurologica ed in quanto ideologia dominante, ha come unico scopo solo quello di rafforzare la propria egemonia: il capitalismo non deve promettere più niente, deve solo rafforzarsi ed espandersi a livello globale, così da recidere sul nascere le possibilità di un’alternativa. Una volta fatto ciò, il capitalismo, per dirla con Benjamin, sarà effettivamente una religione, e potrà affermare “ non avrai altro Dio all’infuori di me”.

 

Giuseppe De Ruvo