Non importa quale sia la vostra famiglia, che abbiate fratelli o che siate figli unici, che viviate da soli o ancora con i genitori. Non è nemmeno così rilevante se voi siate cuochi provetti o se, al contrario, abbiate comprato casa esclusivamente in base alla distanza in passi da una pizzeria d’asporto. E, cosa più importante, non conta che per il compleanno vi abbiano regalato la tessera fedeltà dl McDonald’s, né che ci siano più buchi sulla vostra cintura che su uno scolapasta, né tantomeno che l’ennesimo abbonamento in palestra sia diventato il perfetto sottobicchiere per i vostri spuntini di mezzanotte. Perché per la nonna – qualunque sia la vostra nonna – sarete sempre “troppo magri”, “troppo sciupati” e, soprattutto, mai troppo pieni per fare il bis.

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Credit: 219 Magazine

Quello della nonna Pina che cucina le tagliatelle è uno degli stereotipi più vecchi e conosciuti di sempre e, come tutti i luoghi comuni, possiede al suo interno anche un pizzico di verità. Il fatto che però quasi tutte le nonne provino una sorta di catarsi emotiva ogni volta che poniamo loro la fatidica domanda “posso averne un’altra porzione?” ci spinge a credere che alla base di questo fenomeno ci sia un profondo piedistallo psicologico, legato ad una ben precisa mentalità passata e ad un mito ambivalente del cibo.

Il cibo al tempo dei “ai miei tempi”

Alcune testimonianze circa la forte influenza psicologica dell’alimentazione nell’infanzia dei nostri nonni sono state riportate dalla ricerca condotta nel 2012 da Ellinor Edfors e Albert Westergren. Attraverso una serie di interviste semi-strutturate rivolte a dodici persone anziane, gli esperti hanno infatti raccolto le testimonianze dei soggetti, acquisendo informazioni sul modo in cui il proprio passato ha influenzato il loro attuale atteggiamento nei confronti del cibo e dei pasti.
Le interviste hanno mostrato quanto psicologicamente radicati siano i valori e le norme riguardanti la cultura del cibo, ed analogamente come le tradizioni e le abitudini alimentari consolidate durante l’infanzia siano rimaste immutate lungo il corso di tutta la vita. All’interno delle risposte riportate dagli intervistati, uno dei fili conduttori ricorrenti – insieme all’importanza della condivisione del cibo e dell’offerta come simbolo di affetto e cura nei confronti del destinatario – è stato quello dell’insicurezza alimentare. Questo stesso concetto, descritto anche nel libro “The Psychology of Food Choice” a cura di Richard Shepherd e Monique Raats, è stato presentato attraverso quattro grandi lenti d’ingrandimento, ciascuna incentrata su una diversa dimensione. La prima, quella qualitativa, coinvolge le caratteristiche della dieta e l’accesso alla giusta varietà di alimenti, mentre la seconda – quantitativa e complementare alla precedente – considera l’entità di cibo di cui si disponeva e che poteva essere consumato. Le altre due macrodimensioni sono invece quella culturale – legata al folklore italiano, da sempre fortemente affezionato al cibo – e quella puramente psicologica che in sé racchiude le percezioni della propria condizione alimentare: tra queste, sentimenti di ansia o paura di fronte alla mancanza quantitativa e qualitativa di cibo, un forte senso di deprivazione, rabbia e imbarazzo e, da ultima, la consapevolezza della necessità di arrivare a compromessi e rinunce.

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Credit: Buy-FineArt

Questa kermesse di sentimenti negativi sperimentati durante l’infanzia o l’età adulta si traduce così nel desiderio smodato di colmare queste lacune “canonizzando” il mito del cibo e convertendolo in una sincera forma di premura verso gli altri: gli alimenti infatti – da sempre considerati bisogni primari per il sostentamento umano – nel corso dell’evoluzione hanno assunto un ruolo psicologico ed emotivo, facendosi veicoli di sicurezza, amore ed accettazione.
Stando a quanto riscontrato nello studio condotto dagli psicologi Jung Sun Lee e Edward A. Frongillo Jr. tra le menomazioni funzionali ed i fattori sociodemografici/economici responsabili dell’insicurezza alimentare nelle persone anziane ci sarebbero poi altre variabili significative, tra cui basso reddito, scarsa istruzione, status di minoranza ed isolamento sociale.

Il ruolo evolutivo del piatto pieno

Nel 2014 l’articolo di ricerca “Food for love: the role of food offering in empathic emotion regulation” di Myrte E. Hamburg, Catrin Finkenauer Carlo Schuengel si occupò di analizzare gli antecedenti interpersonali/intrapersonali e le conseguenze dell’offerta di cibo. Essa rappresenta infatti una delle prime interazioni regolatorie bio-comportamentali tra genitore e figlio, garantendo la sopravvivenza del bambino (ancora completamente dipendente dal sostegno alimentare da parte di altri). È proprio la qualità di queste prime interazioni ad influenzare il modo in cui un individuo risponderà alle situazioni future nel proprio ciclo di vita, mentre l’offerta di cibo nello specifico si rivelerà strettamente correlata alla regolazione delle emozioni adulte.

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Credit: GF Cooking Club

Sebbene la ricerca nel corso del tempo si sia concentrata prevalentemente sulla prospettiva intrapersonale associata al consumo alimentare, il lavoro condotto da Hamburg e colleghi si è invece soffermato sugli effetti interpersonali, proponendo come meccanismo alla base di questi ultimi la cosiddetta regolazione empatica delle emozioni (EER).
Essa può definirsi come un sistema di regolazione interpersonale in cui una risposta empatica allo stato emotivo di un’altra persona mira a regolare – attraverso i partner di interazione – le emozioni del fornitore stesso. A livello pratico, ciò si può parafrasare in questo modo: l’offerta di cibo da parte di un fornitore empatico (come ad esempio il pasto esagerato preparato da una nonna per il proprio nipote) è motivata dal desiderio di quest’ultimo di rendere (o mantenere) positivo lo stato emotivo del partner di interazione (il nipote appena tornato da una faticosa mattinata scolastica). Allo stesso tempo, però, il dono simbolico del fornitore ha altresì l’obiettivo di attenuare anche il proprio auto-effetto negativo: quando l’offerta di cibo sortisce l’effetto positivo desiderato (il nipote che svuota completamente il piatto) la risposta positiva nei confronti del “dono” del fornitore provoca un effetto di appagamento e soddisfazione anche in quest’ultimo.

L’altra faccia della medaglia: l’anoressia geriatrica

Un ultimo punto su cui vale la pena spendere alcune parole ci dimostra però che non sempre “pranzo della domenica” e “nonni” si dimostrano un’accoppiata vincente. Per quanto i nostri bias e luoghi comuni ci impediscano di riconoscerne l’esistenza, al giorno d’oggi infatti il dramma dell’anoressia (malattia universalmente considerata giovanile) si dimostra essere rilevante anche nel mondo degli anziani, tanto da rivelarsi uno dei principali sintomi della depressione senile.
Sebbene le persone anziane siano maggiormente a rischio di depressione – per colpa di cause biologiche e psicosociali – i disturbi di umore, la sensazione di tristezza o le emozioni negative spesso scarseggiano ed i sintomi ad essi correlati sono atipici. E, per quanto ai nostri occhi possa sembrare anomalo, uno di questi è proprio l’insorgere di disturbi alimentari, tra cui l’anoressia: un antagonista che poco si addice all’immagine della nostra nonna in grembiule intenta ad armeggiare con pentole e padellini, ma che in futuro potrebbe appunto servirci da campanello di allarme per individuare un problema molto prima che esso manifesti le sue pericolose conseguenze.

Francesca Amato

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