A due anni dalla loro diffusione, le cosiddette “notifiche C5” introdotte dalla Polizia dell’Hampshire dividono l’opinione pubblica: inizialmente pensate come metodo di prevenzione per crimini a sfondo sessuale nei confronti di minori, oggi qualcuno le accusa di essere inefficaci e, addirittura, provocare conseguenze controproducenti.

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Seppur ancora sconosciute ai più, le comunicazioni targate “C5” sono dei veri e propri avvisi utilizzati dalle forze dell’ordine dell’Hampshire per “mettere in guardia” un potenziale criminale quando ancora gli organi di Polizia non possiedono prove sufficienti a suo carico. Concretamente, si tratta di un volantino intitolato “Cosa a cui dovresti pensare” all’interno del quale viene snocciolato un elenco di avvertimenti circa i comportamenti da evitare verso un minore. Tra questi si annoverano la comunicazione a sfondo sessuale, il valore e l’autenticità del consenso fornito dal minore, il coinvolgimento in rapporti sessuali illegali, ed il ruolo giocato dall’assunzione di alcol o droghe. La notifica termina poi con un messaggio tanto chiaro quanto intransigente: “la polizia dell’Hampshire monitorerà il tuo comportamento in futuro”.

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Il testo della notifica C5, credit: BBC

C5 e prevenzione: già 54 notifiche emesse

Dalla loro introduzione nel novembre del 2016, i volantini sono stati emessi dalla polizia dell’Hampshire 54 volte: 52 di queste notifiche sono state recapitate a soggetti maschili e più della metà a persone di età pari o inferiore a 25 anni. In tutti questi episodi, gli agenti hanno adottato la C5 nei casi in cui non c’erano sufficienti prove per imputare gli indiziati ma esistevano ugualmente delle preoccupazioni circa il loro comportamento sessuale: uno degli esempi riportati dai media locali riguarda una donna, “segnalata” alla polizia e destinataria della notifica dopo che nella sua abitazione furono ripetutamente visti aggirarsi ragazzi di 15-16 anni.
Secondo quanto affermato dal sergente Antony Waghorn, grazie alla consegna della notifica C5 gli agenti possono sia “educare” una persona circa l’età del consenso e le conseguenze delle sue future azioni nel caso quest’ultima non fosse rispettata, sia iniziare a mettere “un piede nella porta”, ovvero avere una prima idea della situazione, formulare nuove ipotesi e monitorare l’andamento delle cose. Sempre stando alla testimonianza di Waghorn, da quando è stata emessa la notifica la donna avrebbe abbandonato tali comportamenti potenzialmente pericolosi, dimostrando l’efficacia di questo metodo.

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Il sergente Waghorn ha personalmente consegnato tre notifiche C5, credit: BBC

C5 e generalizzazione: si rischia una criminalizzazione di default?

Eppure non tutti si dimostrano della stessa idea. Il commissario per la Polizia ed il Crimine nonché ex avvocato, Vera Baird – nota anche per la sua sensibilizzazione circa i casi di abuso sessuale su minori – si sarebbe infatti detta preoccupata del fatto che questo nuovo schema preventivo non sarà in grado di proteggere assolutamente nessuno, arrivando anzi a “mettere in crisi la polizia durante un’investigazione”.
Sulla stessa scia si è dimostrata anche l’opinione di Aine Kervick, avvocato penalista della Kingsley Napley, che ha sollevato il rischio di cadere in una “criminalizzazione di default“, capace di danneggiare in modo incondizionato sia potenziali criminali che persone totalmente innocenti. Questa possibilità si rivelerebbe ancor più palpabile nel caso in cui, in futuro, la notifica C5 dovesse essere inserita in alcuni documenti ufficiali, come il Disclosure and Barring System (DBS): un documento penale atto a certificare l’esistenza o meno di antecedenti penali sul conto di una persona, soprattutto nel momento in cui essa dovrà rivestire ruoli lavorativi legati all’ambito infantile.
“Un potenziale datore di lavoro futuro non avrà la possibilità di andare oltre la semplice notifica” ha proseguito Kervick. “L’unica cosa che vedrà è che un suo dipendente ha ricevuto un avviso per lo sfruttamento sessuale dei bambini e quindi mostrerà serie preoccupazioni riguardo alla sua idoneità”.

Pedofilia e rieducazione: cura terapeutica o cura sociale?

A differenza di quanto si potrebbe pensare, la linea rossa che separa la pedofilia dall’effettivo comportamento sessuale abusante verso i bambini non è affatto così sottile: sebbene in diversi casi la pedofilia – riconosciuta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come malattia appartenente alle cosiddette parafilie – coincida con la perpetrazione di atti criminali, molti individui affetti da tale patologia  dimostrano un forte senso di responsabilità e moralità nel reprimere volontariamente i propri impulsi sessuali devianti. Eppure, a livello sociale la differenziazione tra pedofilo ed abusatore si è fatta infinitamente labile, contribuendo alla nascita di una stigmatizzazione sociale, la quale condanna un individuo molto prima che a farlo sia il crimine stesso.
Questa forte avversione e mancanza di empatia, oltre ad emarginare le persone affette da pedofilia, impedisce altresì la diffusione di una giusta sensibilizzazione, chiaramente non atta a giustificare o incoraggiare l’accettazione di atti pedosessuali, ma piuttosto ad aiutare dal punto di vista terapeutico le vittime di questo disturbo.

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Credit: L’Osservatore d’Italia

Oltre ad essere lontana dall’immaginario collettivo, la concezione di una cura definitiva per la pedofilia è per ora anche distante dalla realtà: tra le modalità attuate oggigiorno, le più diffuse sono psicoterapie (generalmente ad orientamento psicoanalitico o basate su metodi cognitivo-comportamentali), trattamenti antidepressivi che sfruttano la serotonina, o ancora tecniche di limitazione dell’attività libidinale legata alla diminuzione del tasso di testosterone. Ciò che però riveste il ruolo dominante resta comunque la volontà di guarigione della persona: il pedofilo non può tenere a freno le proprie fantasie, ma può controllare le proprie azioni.
In merito a questo, esistono diverse strutture specializzate – l’Istituto forense della Svizzera orientale, il programma tedesco “Dunkelfeld” o quello inglese “Stop it now!” – che nei loro percorsi riabilitativi accolgono non solo persone affette da pedofilia ma anche abusatori passati all’azione. All’interno di queste realtà di cura, i pazienti possono così intraprendere terapie individuali (dedicate a coloro che sono coscienti della propria sessualità problematica), terapie collettive (pensate per chi vive ancora una fase di rifiuto o negazione) e in alcuni casi anche terapie farmacologiche, alcune capaci di ridurre le pulsioni sessuali e altre – più drastiche – in grado di causare una castrazione chimica (i cui effetti, a differenza di quanto avviene con la castrazione chirurgica, sono reversibili).

Una serie di “rimedi” che – seppur utili alla rieducazione individuale del pedofilo – poco possono nei confronti del suo reinserimento nella società odierna, all’interno della quale la psicologia si rivela sempre di più un’arma a doppio taglio: se da un lato infatti ammette l’esistenza di una malattia priva di arbitrio, dall’altro ci porta a colpevolizzare con la medesima repulsione ciò che universalmente considera come tabù, sia esso atto o potenza.

Francesca Amato

 

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