Michael J. Scofield è un personaggio della serie tv Prison Break. Nato l’8 ottobre 1974, alla sua prima apparizione nelle scene ha 31 anni, è un ingegnere civile e vive in un quartiere residenziale: un cittadino modello, senza precedenti. Quella stessa puntata, commette una rapina. Lo scopo? Essere prima arrestato e poi rinchiuso nello stesso penitenziario del fratello, ingiustamente accusato di omicidio e condannato alla pena di morte. Al fine di evadere con lui.

Per fare questo, utilizza la sua intelligenza e le sue particolari doti per elaborare un piano chirurgico e geniale. Appunto, geniale. Cosa si intende con questa parola? Cosa significa veramente essere un genio? La genialità, o l’essere gifted, intellettivamente superdotati, è un costrutto poliedrico e sfaccettato, che richiama necessariamente il concetto di intelligenza.

Proviamo a scoprire, insieme alle caratteristiche di Michael Scofield, cosa può significare nel suo caso essere dei geni. Durante la serie TV, si scopre che Michael è stato seguito da uno psichiatra per una sua particolare condizione. Il quadro clinico e psicologico di Michael comprende una peculiare combinazione di fattori biologici, psicologici e sociali che principalmente include:

  • Una sindrome definita “da inibizione latente”
  • Quoziente Intellettivo elevato
  • Una storia di lutto, abbandono e abuso.

La prima voce è una sindrome, ovvero un complesso sintomatico specifico, che prevede tra questi un abbassamento della soglia di inibizione latente. Con inibizione latente si intende il funzionamento mentale tale per cui uno stimolo nuovo necessita di meno tempo per essere notato e dotato di un significato. Dunque gli stimoli appresi dovrebbero risultare meno al centro della nostra attenzione, proprio in quanto già noti. L’inibizione è definita latente in quanto si verifica in una fase successiva all’esposizione dello stimolo: in sintesi, ciò significa che un abbassamento di questa soglia genera un effetto a catena in cui, contemporaneamente, tutto ciò che ci circonda viene percepito e registrato come se fosse la prima volta.

Ciò significa che, se un uomo di 31 anni può elaborare al secondo un certo numero di stimoli – nuovi – Scofield ne elabora un numero esponenzialmente più alto, con il rischio di essere bombardato da stimoli irrilevanti. Questa condizione, se non supportata da un adeguato funzionamento cognitivo, può tradursi in una serie di condizione psicopatologiche. Nel caso di Michael ciò non si verifica in quanto le sue facoltà intellettive riescono a gestire l’enorme mole di informazioni processata ogni secondo.

Ma cosa si intende per quoziente intellettivo elevato? In questo caso, è opportuno riferirsi a una definizione di intelligenza che considera alcune facoltà  specifiche. La prima è la velocità di elaborazione delle informazioni, spesso misurata mediante l’utilizzo di compiti semplici, veloci e ripetitivi che non implicano necessariamente una rielaborazione personale. La seconda è la memoria di lavoro, ovvero la capacità di mantenere in memoria o trasformare le informazioni e riutilizzarle entro pochi secondi. La terza sono le abilità di ragionamento visuo-percettivo, ovvero ciò che ci permette di analizzare e sintetizzare stimoli visivi da cui trarre ulteriori inferenze, oltre che le capacità di elaborazione spaziale, integrazione visuo-motoria e ragionamento non verbale.

Queste due caratteristiche permettono dunque a Scofield di accedere a una continua sollecitazione parallela di input che, a fronte delle sue ottime capacità cognitive, riesce a gestire e indirizzare mediante l’utilizzo adeguato delle sue funzioni esecutive, ovvero il modulo deputato alla realizzazione di strategie di risoluzione dei problemi. Si, i problemi. Nella storia di Michael i problemi sono stati all’ordine del giorno: padre ignoto, madre morta per cancro quando aveva 11 anni, fratello legato a doppio filo con la criminalità. A fronte della mancanza di figure di riferimento, Michael cambia diverse famiglie affidatarie: in una di queste, subisce maltrattamenti fisici e trascuratezza, comportando una profonda spaccatura che ha impedito lo sviluppo di un Sé più autentico.

Questa condizione non impatta necessariamente sulle abilità sociali, scolastiche o lavorative, ma azzera l’autostima e la sicurezza di sé, gettando un ponte molto robusto sul dolore. La sensibilità alla comprensione anche emotiva della sofferenza – che alcuni chiamano empatia – combinata alla sindrome da inibizione latente, sembra aver avuto l’effetto di estendere questa comprensione del dolore anche a quello altrui, come se fosse uno degli stimoli processati: stimolo che, per la sua storia personale e per le sue caratteristiche psichiche, gli è impossibile – o quasi – ignorare.

Mi piace pensare che quella parte del di Michael, sepolta dalle violenze e dagli abbandoni, si sia improvvisamente risvegliata all’interno del carcere di Fox River. Forse, il ponte con il dolore altrui citato precedentemente, nel caso del fratello può essere legato al comprendere che significa essere imprigionati e, una volta risvegliati, la forza del desiderio, dell’istinto che presiede il riemergere di una parte di Sé dimenticata.

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