Schiacciati da una vita all’insegna del lavoro incessante e competitivo, da ritmi di vita insostenibili e da una cultura accademica pesante ed esigente, dal 2013 ad oggi, più di duemila cittadini sudcoreani hanno trovato sollievo in ‘prigione’. ‘Il carcere dentro di me’ è il nome della struttura che da anni ormai ospita studenti e lavoratori oppressi dal peso delle loro vite, intenti a fuggire temporaneamente da una routine frenetica e incessante. “Questo carcere mi fa sentire libera”, spiega Park Hye-ri, impiegata di ventinove anni che ha pagato novanta dollari per qualche giorno di detenzione purificante. “Non dovrei essere qui, considerando il lavoro arretrato – continua- ma ho deciso di prendere una pausa per me stessa”.prigione

Il progetto

La prigione è, di solito, un posto da evitare, da cui voler fuggire, ma per qualche cittadino sudcoreano, impregnato di lavoro, che rischia di annegare nel suo mare di impegni, qualche giorno in cella non è poi così male. La cofondatrice Noh Ji-Hyang racconta che l’idea del progetto “Il carcere dentro di me” è venuta dopo una conversazione con il marito:  “Mi ha detto che gli sarebbe piaciuto passare una settimana in isolamento, per riposarsi e sentirsi meglio. È cominciato tutto così”.  Può sembrare la solita iniziativa di cooperazione sociale, un carcere che in realtà non è che una casa-vacanze, ma non è così. Le regole della prigione sono molto severe, i detenuti hanno a disposizione una stanza di appena cinque metri quadri, con solo un gabinetto, senza specchio, niente orologi né telefoni e non si parla con gli altri detenuti. All’ingresso vengono distribuite uniformi blu per tutti i clienti, (perché di questo si parla: per soggiornare nell’edificio è prevista una tassa da pagare) un materassino da yoga, un servizio da tè, una penna e un quaderno. Non ci sono letti, si dorme per terra, si mangiano porridge di riso per colazione, patate al vapore e un frullato alla banana per cena. Regole ferree per una fuga volta alla pura introspezione e all’insegna del minimo indispensabile. All’inizio spaventa un pò l’idea di passare 24-48 ore in un isolamento totale, ma alla fine dei due giorni dicono tutti questo non è un carcere, il vero carcere è quello in cui stiamo tornando’.prigione

Schopenhauer: il non vivere

Schopenhauer sarebbe sicuramente uno dei maggiori sostenitori dell’iniziativa sudcoreana, la condizione dei detenuti è simile, anche se meno drastica, all’idea di ascesi che egli considera una delle vie d’uscita ad una vita che è prigione permanente, penitenza e carcere. Questo perché l’uomo, essendo sì spirito, ma anche corpo, è manifestazione concreta della volontà di vivere, una forza cieca e irriducibile che tende avidamente al soddisfacimento di un bisogno sempre nuovo, in una dinamica di reiterazione che non trova mai compimento. Per Schopenahuer vi è un fondamentale squilibrio ontologico nella natura umana, una sproporzione incolmabile fra volontà e bisogno, ossia fra il desiderio inesausto di sempre nuovi oggetti e una fondamentale mancanza da cui l’uomo è strutturalmente caratterizzato, per cui la volontà risulta sempre inadeguata e il desiderio ne esce perennemente insoddisfatto e frustrato. “Noi ci illudiamo continuamente che l’oggetto voluto possa porre fine alla nostra volontà. Invece, l’oggetto voluto assume, appena conseguito, un’altra forma e sotto di essa si ripresenta. Esso è il vero demonio che sempre sotto nuove forme ci stuzzica”. Secondo il filosofo di Danzica la nostra vita oscilla necessariamente tra la noia di un bisogno già soddisfatto e il dolore per l’insoddisfazione eterna che ci costituisce, la volontà di vivere genera un’insensatezza cosmica in cui il mondo non è che il teatro dove l’uomo opera mosso da una brama insopprimibile, imprigionato in una vita di mancanze.prigione

Vie d’uscita

Schopenhauer propone allora un iter salvifico per liberare l’uomo dalla volontà di vivere che consta di tre fasi: l’arte, l’etica e l’ascesi. Nell’esperienza estetica l’artista riesce a svincolare la sua opera da condizioni individualizzanti, quali lo spazio, il tempo e la causalità, conferendole un’universalità che trasporta sia l’artista stesso sia lo spettatore in una dimensione sublimata e sublimante, in cui ci si scorda la soggettività e ci si immerge nell’universale comune dell’estetico, facendo in modo che la volontà di vivere ci attraversi senza incidere sulla materialità. Il fruitore dell’opera d’arte deve riuscire a negare la sua volontà diventando puro contemplatore disinteressato. Una volta terminata la breve visione artistica si ricade però nella corporeità, preda della volontà di vivere, quindi l’arte non garantisce in sé una via d’uscita permanente. Una libertà più duratura, ma ancora non completa, dal male generato dalla volontà si raggiunge attraverso l’etica, passando per la giustizia e per la carità. L’uomo, riconoscendo i suoi simili come oggettivazioni di un’unica volontà, capisce che non ha senso portare avanti una dinamica di sopraffazione, nella guerra di tutti contro tutti, in quanto siamo tutti vittime della volontà di vivere. Con la carità, come morale della compassione, l’uomo coglie il dolore degli altri, ne patisce e lo fa suo, dilatando la propria essenza e fondendosi con quella altrui, facendo in modo che, assottigliando la propria soggettività, la volontà di vivere agisca con meno incidenza. Anche in questo caso la soluzione è momentanea e, per giungere ad una liberazione completa, si deve passare per l’ascesi. Ascesi è l’orrore dell’uomo per l’essere di cui è espressione il suo proprio fenomeno, per la volontà di vivere, per il nocciolo e l’essenza di un mondo riconosciuto pieno di dolore”. E’ un momento che si scinde in tre parti: la mortificazione di sé e dei bisogni, la castità, che riduce l’oggettivazione della volontà di vivere e impedisce il perpetuarsi del dolore, e l’inedia, un digiuno prolungato. Per evitare il dolore dobbiamo renderci trasparenti alla volontà di vivere, far sì che essa ci attraversi e non trovi il corpo, che si perda nella nostra essenza, divenuta evanescente, attraverso l’estenuazione dell’organismo. E’ una condizione simile a quella dell’eremita e, se vogliamo, quella dei clienti de “Il carcere dentro di me”, sebbene con risvolti meno drastici.

Samuele Beconcini

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