Con il termine deumanizzazione si indica in psicologia sociale il fenomeno cognitivo per cui viene negata l’umanità di un altro individuo o di un intero gruppo sociale diverso dal proprio (definito outgroup): è quindi la negazione dell’umanità altrui.
Rappresenta la forma più estrema di pregiudizio e di discriminazione, ed è la spinta motivazionale soggiacente a stragi di massa, genocidi, segregazioni e forti discriminazioni tutt’ora attive.

Si riconoscono quattro forme di deumanizzazione: Animalizzazione, Meccanizzazione, Demonizzazione e Biologizzazione e infine Oggettivazione.
Queste sono quattro forme di pregiudizio estremo ed esplicito. La moralità (una delle dimensioni che usiamo per valutare gli altri) percepita del target è molto bassa, se non quasi nulla: più questa viene percepita bassa, tanto è più probabile che questo soggetto venga collocato fuori dalla comunità morale di cui noi invece ci sentiamo parte, con l’effetto di percepire il bersaglio deumanizzato come diverso e distante da noi.

Strettamente legato vi è il fenomeno della Giustificazione Cognitiva, analizzato da Bar-Tal nel 1999: se un individuo o un gruppo viene percepito come privo di moralità, la risposta esterna è quella di disattivare i sentimenti empatici e i valori morali ed etici della comunità nei suoi confronti.
Il fenomeno della deumanizzazione fornisce una giustificazione cognitiva per comportamenti che altrimenti non potrebbero avvenire, come violenze collettive estreme, legittimando e normalizzando la violenza e le atrocità verso altri gruppi: considerare indistintamente tutti i membri dell’outgroup come essere non umani facilita la perpetrazione di tali azioni.

 

Durante la Guerra del Vietnam, i soldati vietnamiti erano chiamati in modo dispregiativo “Black Pajamas”, per via della loro divisa: diversi reduci hanno sostenuto di non aver avuto alcun dilemma morale nell’uccidere gli avversari in quanto percepiti “non umani” (Boyle, 1972)

Analizziamo ora le diverse forme di Deumanizzazione conosciute.

Animalizzazione

Come suggerisce il nome, consiste nella negazione dell’umanità altrui attraverso un paragone dell’outgroup ad un animale; la scelta dell’animale è funzionale all’immagine stereotipica del gruppo in questione.

L’animale paragone viene scelto in base allo stereotipo associato al gruppo: l’effetto è sempre negativo, per cui vengono scelti animali dai tratti negativi, quali stupidità, rozzezza, istintuali o disgustosi. L’effetto che si ottiene è quello di suscitare emozioni di disprezzo o disgusto.
La metafora scelta è estremamente funzionale all’immagine che si vuole restituire o associata al gruppo target.

Nei suoi discorsi di propaganda, Hitler era solito riferirsi agli ebrei come “topi” o “scarafaggi”

Meccanizzazione

In questo caso l’umanità viene negata in quanto il soggetto bersaglio viene percepito come un automa, in modo meccanico, al pari di un robot.
Questa forma di deumanizzazione spesso colpisce soggetti ad alto status, come managers, businessmen e medici.
Esaltando l’ipercompetenza, il tecnicismo, l’abnegazione lavorativa, viene associata ad essi anche anaffettività, mancanza di empatia, incapacità di provare emozioni e simili, suscitando quindi correlati emotivi legati a invidia e disprezzo.

Gli asiatici sono considerati un gruppo sociale associato ad alta competenza ma basso calore (Fiske, 2002)

La meccanizzazione può colpire anche individui o gruppi sociali a basso status, assumendo la connotazione del tutto negativa della “catena di montaggio”.

Demonizzazione

Questa è una forma di deumanizzazione usata soprattutto nel Medioevo, che ha origine storica nella caccia alle streghe. Il bersaglio viene percepito come sovrannaturale, ultraterreno, quindi come un mostro, un demone, una strega o altro, con l’obiettivo di veicolare paura verso il bersaglio in questione.
Un esempio recente si può riscontrare nella caccia ai comunisti e nella paura rossa del Maccartismo.

Sua evoluzione storica è la biologizzazione, dove la figura associata è legata all’igiene, alla malattia, alla purezza e contaminazione: si usano quindi riferimenti come virus, malattie, microbi, cancri e tumori, inquinamento e via dicendo. Questa modalità ha sostituito la Demonizzazione, ma con gli stessi effetti e risultati: suscitando paura e disgusto, il bersaglio è visto come qualcosa da eliminare, da estirpare, da purificare.

Oggettivazione

L’oggettivazione è una delle più diffuse oggi e riscontrabile nella vita di tutti i giorni.
Consiste nella negazione umana attraverso un paragone con un oggetto, con uno strumento. Per certi versi è simile alla meccanizzazione, con la differenza che in questo caso, negando a soggettività del target viene alzata la sua violabilità, poiché il bersaglio è valutato per la sua funzionalità, per la sua strumentalità.
Nel corso della storia, l’esempio più tipici di oggettivazione era lo schiavo, valutato solo in funzione della sua utilità e considerato merce di scambio, oltre che bene da ereditare o addirittura da portare nella tomba con il proprio padrone, nel caso dei faraoni dell’Antico Egitto.
Oltre a questo aspetto, oggi soprattutto legato al razzismo e alle professioni più umili e spesso legate alla manutenzione, troviamo un altro aspetto: quello dell’oggettivazione sessuale, soprattutto della donna ma non solo, come mostra questo video:

 

 

Il Mantenimento dell’Uniformità del Gruppo

La motivazione dietro all’uso di queste strategie di delegittimazione e la loro funzione si spiega nel fenomeno del mantenimento dell’uniformità del gruppo (Bar-Tal, 1989): per garantire la continuità dell’esistenza di un gruppo, è necessario che, al suo interno, si mantenga coesione, ovvero l’attrazione dei membri verso l’idea del gruppo e verso la sua immagine prototipica condivisa. Per garantire coesione e uniformità in molti casi i leader esercitano forti pressioni sui membri di un gruppo.
Diffondere ideologie deumanizzanti può fare in modo che il gruppo target venga percepito come minaccioso, rendendo quindi necessaria l’unità dell’ingroup per fronteggiare tale minaccia.

 

Marco Funaro