Capita che spesso al confronto con nuove, strane idee, alcuni esclamino “devi essere fatto!’’ – un’accusa sovente mossa ai filosofi da parte di coloro che piuttosto che prendere le loro idee seriamente preferiscono ritenerle delle allucinazioni. Effettivamente, però, a volte i filosofi fanno uso di droghe. Ma il loro status di filosofi giustifica questa cosa? 

Jean Paul Sartre

Jean-Paul Sartre e Michel Foucault, due maggiori esponenti della ricerca filosofica francese del XX secolo, facevano largamente uso di droghe ed vissero entrambi un’esperienza che cambiò la loro vita e carriera in modi molto diversi.

Sartre per primo, l’influente filosofo e scrittore che dichiarò “L’inferno sono gli altri’’ e “La vita è nausea’’. Secondo Annie Cohen-Solal, autrice di una biografia di Sartre, la dieta giornaliera del filosofo consisteva in: due pacchi di sigarette, alcune pipe di tabacco, più di mezzo litro di alcol, duecento milligrammi di amfetamina, cinquanta grammi di aspirina, barbiturici, caffè, te e due pasti completi. La sua salute – sorpresa – ne risentiva e ogni tanto si vedeva costretto  a sospendere sia il tabacco che le droghe. Tuttavia, nessuna delle sostanze che prendeva sembrava aver effetti sulla sua produttività o vigore intellettuale.

Questo fino al 1935, quando la sua unica esperienza con la mescalina, una droga allucinogena tipo l’LSD, lo spinse decisamente oltre il limite e contribuì a fornire un importante leit motif nel suo lavoro seguente. Mentre lavorava su un libro sull’immaginazione, Sartre decise di avere un’esperienza allucinogena. Il dottor Daniel Lagache, suo vecchio amico, gliene diede la possibilità nell’ospedale Sainte-Anne di Parigi, dove gli venne iniettata della mescalina sotto il controllo del personale dell’ospedale. Gary Cox scrive, nella sua biografia di Sartre: « Sartre non sembra aver avuto un brutto trip nel senso classico di sofferenza e attacchi di panico prolungati. Tuttavia, non è stato un “buon’’ trip e non gli è piaciuto. »

La pianta della mescalina

Gli effetti più negativi arrivarono in seguito: le sue capacità visive rimasero distorte a lungo. Per settimane, Sartre continuò a vedere case con visi che lo fissavano, tutti occhi e zanne. Gli orologi presero i tratti di gufi. Confessò alla sua compagna Simone de Beauvoir di avere paura che un giorno non sarebbe più stato in grado di distinguere cosa fosse reale e cosa no.  Ma come Sartre stesso ha dichiarato in un’intervista del 1971 con il professore di scienze politiche John Gerassi, l’allucinazione peggiore e più lunga fu quella dei granchi. Granchi cominciarono a seguirlo ovunque, sempre.

« Mi ero abituato alla loro presenza. Mi svegliavo al mattino e chiedevo loro “Buongiorno, piccolini, come avete dormito?’’. Ci parlavo tutto il tempo, oppure gli dicevo “Allora, ragazzi, ora andiamo a lezione, quindi dobbiamo stare fermi e in silenzio’’, e loro rimanevano lì, intorno alla mia scrivania, immobili, fino al suono della campanella. »

I granchi rimasero con lui per un anno, fino a che non andò a parlare con il suo amico Jacques Lacan, psicoanalista. Conclusero, insieme, che rappresentassero la paura di Sartre di rimanere da solo. « I granchi rimasero con me fino al giorno in cui decisi che mi avevano annoiato e che semplicemente non ci avrei più prestato attenzione. Però i granchi erano miei, mi ci ero abituato. Mi sarebbe piaciuto fossero tornati. » Il lavoro di Sartre fu inevitabilmente influenzato da questa esperienza. I granchi cominciarono ad apparire un po’ ovunque nelle sue produzioni. Numerose referenze si trovano nel saggio L’Esistenzialismo è un umanesimo e nel suo primo romanzo La Nausea. Ma il riferimento più importante si trova nella pièce teatrale I sequestrati di Altona, nella quale il protagonista Frantz immagina che nel trentesimo secolo gli umani siano diventati dei granchi che giudicano le persone che vivono nel ventesimo secolo.

Altona, J.P. Sartre

Sebbene i granchi scomparirono, i crostacei continuarono a perseguitare il filosofo. Nei momenti più tristi o complicati, Sartre, scrive sempre Cox, provava la sensazione di essere inseguito da una gigantesca aragosta: sempre fuori dalla sua vista, ma sempre sul punto di raggiungerlo. Questa gigantesca aragosta ha portato a molte speculazioni sulla salute mentale di Sartre. Tuttavia, il filosofo era molto affezionato ai giochi di parole e poteva anche solo essere affascinato dalla parola francese per aragosta, cioè homard, che suona comehomme-ard’’, che suggerisce in francese l’idea di un uomo “non buono’’. 

Michel Foucault

Al contrario di Sartre, Michel Foucault, ritrovò ispirazione e speranza in seguito ad un trip sotto acidi nella Death Valley nel 1975.  Foucault divenne famoso in seguito alle sue critiche rivolte al sapere scientifico e al potere tecnocratico. Insistette particolarmente sul fatto che in tutte le relazioni di potere ci sia necessariamente la possibilità di resistenza. Le forme in cui lui opponeva resistenza tendevano generalmente all’attivismo politico, avventurose esperienze sessuali, meditazione zen e droghe. Alcune le coltivava personalmente sul suo balcone a Parigi; faceva uso di cocaina e fumava oppio, e, come affermò lui stesso, “de-anatomizzava la localizzazione del piacere’’ con l’LSD. Con le droghe, sosteneva, « il piacere può disperdersi nel corpo e il corpo interno diventare un luogo per il piacere totale. » Gli esperimenti con le droghe costituivano il modo di andare oltre all’identità imposta dalla società.

Michel Foucault nella Death Valley

Divenne però lui stesso un esperimento nel 1975 quando Simeon Wade, suo seguace e assistente professore di storia alla Claremont Graduate School, lo utilizzò come cavia per vedere come « una delle più grandi menti della storia potesse essere affetta da un’esperienza mai avuta prima.» Wade lo descrisse così:

« Andammo al Zabriskie Point per vedere Venere apparire. (…) Ascoltammo Elisabeth Schwarzkopf che cantava Richard Strauss. Vidi lacrime negli occhi di Foucault. Ci sdraiammo per terra, e guardammo Venere che compariva e poi in seguito le stelle. Rimanemmo al Zabriskie Point per circa dieci ore. »

Quest’esperienza, descritta da Foucault come la migliore della sua vita, lo cambiò per sempre. Tornato dagli Stati Uniti, riscrisse gli ultimi tre volumi de Storia della Sessualità, abbandonando tutte le posizioni sulla morte dell’umanità e sulla finitezza, e dimenticando la disperazione nella quale era caduto poco prima di partire. Venne pervaso da una nuova energia e da una nuova profonda capacità di concentrazione.

Alcuni criticarono Wade, definendo il suo esperimento non etico perché minacciò la salute di Foucault. Tuttavia, Wade rispose che Foucault era totalmente consapevole dei rischi dell’esperimento, e che lui è rimasto insieme al filosofo tutto il tempo. Da parte sua, Foucault si lanciò con forza nella fase finale della sua carriera. Sviluppò il concetto di biopotere e biopolitica e una nuova teoria etica; in più, completò la critica dei temi filosofici e religiosi classici della natura della verità e della soggettività. Spese gli ultimi nove anni della sua vita percorrendo nuovi sentieri di pensiero che si erano aperti in quelle straordinarie dieci ore sotto il sole cocente e poi le stelle del deserto della Death Valley.