Nel Reconcavo bianco, regione fertilissima del nordest del Brasile, le comunità quilombola, discendenti degli schiavi importati dall’Africa, stanno lottano per il proprio diritto di insediamento nei luoghi di lavoro dei propri antenati. La necessità di nascondersi di coloro che riuscivano a sottrarsi alle condizioni disumane di vita schiavile e la dispersione postuma all’abolizione della schiavitù nel Maggio 1888 hanno causato la disseminazione di vari elementi delle comunità. Ciò fa sì che al giorno d’oggi molti discendenti quimbola non si sentano chiamati in causa nella lotta per la concessione delle terre che potrebbe costituire un forte punto di svolta rispetto allo status quo brasiliano, in cui il 60% dei possedimenti risiede nelle mani dell’1% della popolazione.

La Costituzione brasiliana ha stabilito nel 1998 che le comunità quilombola hanno diritto ad ottenere le loro terre ancestrali. La difficoltà nasce nel momento in cui è difficile definire l’identità di un popolo così disperso nel territorio, che ha condotto la propria esistenza nel quasi totale anonimato e la cui cultura è stata trasmessa  oralmente. In questo quadro si inserisce il progetto di un Rapporto antropologico di contestualizzazione storica e geografica della comunità, coordinato da Luiz Ferrera Bispo, che mira ala certificazione dell’esistenza del gruppo e all’accesso alle terre rivendicate che potrebbe sconvolgere l’equilibrio della distribuzione delle terre brasiliane.

Fonte: Internazionale.it

Comunità Quilombola: la storia e la schiavitù.

Il termine Quilombo, con cui queste comunità si definiscono dalle origini, deriva dal termine che in kimbundu, la lingua bantu parlata in Angola, significa Insediamento. Qui, infatti, si sono stanziati circa tre milioni di africani, trasportati sulle navi negriere che nel diciassettesimo secolo facevano da sponda tra le coste dell’Africa occidentale ed il Brasile, trasportando verso l’Europa prodotti pregiati come zucchero, caffè, tabacco e manodopera schiavile di ritorno.  Nei quasi 250 anni di traffico gli schiavi sono finiti per costituire metà della popolazione. La formazione delle comunià quilombola rappresenta un grande atto di resistenza al regime della schiavitù: nascono dagli schiavi che, pur di fuggire dalle condizioni di lavoro disumane e dall’alto tasso di mortalità, fuggono per rifugiarsi in comunità autonome e autogestite, con il rischio di essere scoperti e di essere sterminati. Vivono in armonia con la natura e valorizzando la religiosità e spiritualità ancestrale, mescolando il cattolicesimo imposto dai padroni bianchi a rituali di origine africana.

Fonte: L’Anarco-Antropologico

Fino all’abolizione della schiavitù, nel 13 Maggio 1888, i fuggitivi furono costretti a nascondersi, vivendo nell’anonimato e in condizioni di instabilità. Cento anni dopo, nel 1988, la Costituzione brasiliana stabilisce il diritto dei quilombola di ottenere le loro terre ancestrali. Ciò risulta problematico in quanto la definizione di quilombola e quella di terra ancestrale risultano troppo generiche e poco rilevanti. Ecco perchè nel 2003 il presidente Luiz Inàcio Lula da Silva ha emanato un decreto che definisce quilombo ogni gruppo che si riconosce come tale e che abbia “discendenza africana connessa a una storia di resistenza ed oppressione”.

Quilombola oggi: dall’interesse antropologico alla lotta politica e sociale.

Dopo il decreto di Lula migliaia di comunità hanno richiesto di essere ufficializzate e di ottenere i terreni in cui sono stati schiavizzati e in cui per anni hanno lavorato i loro avi. Dai 29 quilombo riconosciuti nel 2003 sono passati a 2847, senza contare tutti coloro che non hanno ancora presentato una domanda formale. Inizialmente la questione dei quimbola era considerata una faccenda marginale, quasi archeologica, senza reali e concrete ripercussioni sulla vita del resto del Brasile. Queste considerazioni tralasciavano l’ingente numero di persone quilombola disperse per tutto il Brasile, nelle zone più recondite e remote. Non ci sono stime precise a riguardo, ma le richieste potrebbero riguardare addirittura milioni di ettari di terra appartenenti ai latifondisti. l fenomeno della rivendicazione quimbola potrebbe potenzialmente portare a un ribaltamento della situazione territoriale brasiliana, cristallizzata dai tempi delle colonie. Ecco perchè un fiorente campo di lavoro antropologico ed umanitario si è trasformato in un campo da guerra politico e sociale.

Fonte: SOS corpo

Processo di identificazione comunitaria e difficoltà.

La maggior parte delle comunità quimbola è caratterizzata da una forte coesione interna, amplificata dal progetto del presidente Lula e dalla speranza di vedere realizzata la restituzione delle proprie terre. Ciò è stato ulteriormente incrementato dall’arresto di Lula e dall’incarcerazione per corruzione, con la conseguente elezione di Michel Temer nel 2016, legato alla maggioranza conservatrice e ai grandi latifondisti. Il processo di restituzione è rallentato a causa degli infiniti cavilli burocratici e della totale assenza di interesse da parte della nuova maggioranza. A fronte di un nemico comune le comunità quimbola si sono strette al loro interno creando un legame ancora più forte con le proprie origini e la volontà di raccontare al mondo la propria storia. Non sempre il processo di identificazione culturale risulta cosi facile e immediato: mole comunità hanno perso la coesione delle origini e le nuove generazioni faticano a riconoscersi in una protesta che riconoscono come estranea alla propria esistenza. Perorare la causa dei quimbola significa per molti riportare alla luce antichi pudori, la vergogna di discendere dagli schiavi e di essere stati oppressi per secoli.

Fonte: Internazionale.it

Origine e giustificazione filosofica della schiavitù: dal caso dei quimbola ad Aristotele.

Dalla fine del diciottesimo secolo nel sud degli Stati Uniti si sviluppò a ritmo impetuoso il sistema schiavistico delle piantagioni, che era il principale fornitore di cotone per l’industria tessile inglese e di altri paesi europei.
La politica del governo americano nei confronti di questo fenomeno era ambigua, poiché da un lato si voleva che la propria economia rispondesse alla crescente domanda di cotone da parte dei paesi più industrializzati del mondo, dall’altro però si doveva dimostrare all’opinione pubblica, nazionale ed estera, l’effettiva intenzione di smantellare lo schiavismo.

Fonte: Nauticareport.it

Il fenomeno sociale della schiavitù, oltre al riscontro economico, trova giustificazione a livello filosofico e concettuale fin dai tempi dell’antica Grecia. Il primo a dimostrare sistematicamente la necessità della sottomissione di un uomo all’altro fu Aristotele, nella Politica. L’obiettivo dell’opera è quello di dimostrare che la Polis è la miglior forma politica per vivere bene e per farlo il filosofo ricostruisce la nascita della polis partendo dal primo elemento di aggregazione sociale: l’oikos, la famiglia. La famiglia greca è costituita da padre, madre, la prole, i buoi e lo schiavo. La sottomissione dello schiavo  è garantita dal fatto che lui e il padrone perseguono lo stesso interesse: lo schiavo è colui che per natura è incline alla fatica fisica, il padrone può invece utilizzare la propria intelligenza. Questa teoria è la trasposizione della cultura greca del dualismo anima-corpo: la sottomissione dello schiavo è necessaria, è un oggetto animato, incapace di agire per il proprio bene e che per questo deve delegare la propria vita all’elemento dominante della famiglia. E’ evidente ad un primo sguardo l’astrusità del ragionamento e l’ipocrisia paternalistica di cui è impregnato il mondo occidentale: la teoria aristotelica sottintende che lo schiavo è sottomesso per il suo bene, anche se egli è incapace di riconoscerlo, il che è ovviamente assurdo e inaccettabile.

La questione quilombola racchiude valenze simboliche enormi e diversificate: il tema della convivenza, dell’identità culturale, del cambiamento e della repressione. La rivalsa di queste comunità potrebbe essere la controprova del fatto che, Aristotele non me ne voglia, anche queste persone, sottomesse e nascoste per secoli, hanno diritto alla felicità, a una oikos, a vivere bene, sulle terre che sono loro per diritto e sono state teatro della vita  e dell’ingiusta morte dei loro antenati.

Maria Letizia Morotti

 

 

 

 

 

 

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