A volte ci capita di vedere degli animali che combattono tra loro, che siano in coppia oppure in gruppo. Nonostante ci mettano molta energia, non lottano sempre per farsi male o eliminare il contendente. Si tratta infatti di un meccanismo etologico chiamato ritualizzazione. Ciò non riguarda solo i combattimenti, ma anche altre sfere comportamentali, dal corteggiamento alla ricerca del cibo.

I cuccioli di lontra spesso giocano a fare la lotta

Dinamica della ritualizzazione

La ritualizzazione si ha nel momento in cui un animale svolge un determinato comportamento con finalità diverse da quelle per cui normalmente verrebbe effettuato. Nel caso della lotta, per esempio, gli animali combattono non per ferirsi o rimarcare la propria supremazia, ma per gioco. Questa dinamica si può incontrare spesso nei cuccioli dei mammiferi, che giocando a fare la lotta imparano i meccanismi difensivi e si sfogano. Gli individui più giovani infatti sono molto attivi e hanno bisogno di scaricare le proprie tensioni. A volte in questo contesto rientrano anche le madri, che così facendo possono insegnare in prima persona alla prole come comportarsi. Questo accade nelle specie in cui sono presenti le cure parentali: in caso contrario, l’interazione coi genitori sarebbe nulla.

Anche la boxe, a suo modo, è una lotta ritualizzata

Ritualizzazione nell’uomo: il caso della boxe

Anche nell’uomo si possono vedere degli esempi di lotta ritualizzata. Uno dei casi più eclatanti è la boxe, in cui i due contendenti si affrontano sul ring e, in buona sostanza, vince chi resta in piedi. Nonostante gli scontri siano talvolta feroci e spettacolari, ad esempio The Rumble in the Jungle, l’obiettivo non è ferire gravemente il proprio avversario, ma dare spettacolo e aumentare la propria resistenza fisica, nonché imparare le tecniche per lottare nel modo migliore. I pugili infatti devono essere molto abili sia ad incassare i colpi sia a darne, per quanto alcuni siamo più predisposti all’attacco oppure alla difesa. Il pugile più famoso e probabilmente più abile di sempre è Muhammad Ali, uno dei più grandi atleti di tutti i tempi.

Anche le arti marziali, come il karate, sono una ritualizzazione della lotta

La lotta come autodifesa e introspezione: le arti marziali

Un tipo di lotta ritualizzata molto particolare sta nelle arti marziali, ad esempio karate, judo e taekwondo. Le arti marziali sono molto numerose e hanno diverse finalità. Tra queste spiccano la difesa personale, il perfezionamento delle tecniche adeguate e una forte componente riflessiva, ad esempio per migliorare il proprio autocontrollo. Ciò spiega perché molti bambini e ragazzi frequentano corsi soprattutto di karate e judo. Queste pratiche infatti sono particolarmente indicate per imparare ad essere più riflessivi e a controllarsi meglio anche in contesti diversi da quello sportivo.

Il wrestling è il caso più estremo di ritualizzazione della lotta

Quando la ritualizzazione diventa spettacolo: il wrestling

Il wrestling è la ritualizzazione più estrema della lotta che si possa incontrare. In questo caso infatti non si tratta neanche di un vero combattimento, poiché si può riscontrare una componente teatrale molto forte. Il fine principale quindi è quello di creare una lotta spettacolarizzata. Tutto questo però non è semplice da mettere in piedi, dato che occorrono molta prestanza fisica e un notevole tasso tecnico. Bisogna imparare infatti a dare e ricevere i colpi nel modo giusto, e per svolgere determinate mosse bisogna essere molto allenati. Proprio per il suo lato spettacolare il wrestling ha un notevole seguito, soprattutto negli Stati Uniti.

Matteo Trombi

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