La società a cui apparteniamo, nel bene così come nel male, tende a condannare il successo altrui. Il progresso, di fatto, viene così arrestato dall’invidia, generata spesso dal timore di non risultare conforme al pensiero della maggioranza. Aristotele definiva l’uomo un “animale sociale“, un essere legato, per forza di cose, ai propri simili ed alla vita comunitaria. Uno dei maggiori timori di questi altro non è se non quello di differenziarsi eccessivamente dagli altri, venendo di conseguenza isolato.

Condizionati dalla società? Sì, molto più di quanto si creda

“La conformità – scriveva Solomon Asch – è il processo attraverso il quale i membri di un gruppo sociale cambiano i propri pensieri, le proprie decisioni ed i propri comportamenti per adattarsi all’opinione della maggioranza”. Lo studio di Asch, atto a dimostrare l’evidenza del conformismo, continua ancora oggi ad affascinare i ricercatori dediti allo studio del comportamento umano. Di fatto, ciò mette in luce quanto l’influenza sociale giochi un ruolo fondamentale all’interno del contesto individuale. In altri termini, equivale ad asserire che un soggetto, seppur considerato a sé stante, riflette il comportamento tipico della società in cui risiede.

La sindrome di Solomon

Solomon Asch, psicologo polacco naturalizzato statunitense

La sindrome di Solomon concerne un qualcosa di leggermente differente. Con essa, infatti, si ritiene che l’individuo non agisca inconsciamente alla stregua degli altri, bensì con cognizione di causa. Un soggetto sofferente di tale sindrome adotta comportamenti o prende decisioni al mero scopo di non eccellererisaltare tra le file d’un gruppo sociale. Non risulta insolito che molti si pongano autonomamente il bastone tra le ruote, in modo tale da non apparire differenti rispetto agli altri. A livelli ancor più elevati, si giunge persino ad evitare ogni tipologia di trionfo personale, così da non offendere nessuno attraverso la messa in luce delle proprie qualità. La sindrome di Solomon si rende portavoce della negatività riguardante la condizione umana, ambo individuale e sociale. Da un lato, essa palesa una mancanza d’autostima e di fiducia in sé stessi, ritenendo il valore dipendente dal giudizio altrui. Del resto, è sufficiente pensare a quanto parlare in pubblico possa generare imbarazzo, poiché posti al centro dell’attenzione e resi vulnerabili. Dall’altro, invece, rende consapevoli di quanto il successo ed il talento vengano spesso condannati.

Talento ed invidia, un binomio inscindibile

Tom Hulce nei panni di Wolfgang Mozart – Amadeus, Peter Shaffer, 1984

Che lo si ammetta o meno, solo un ristretto numero di individui reagirà positivamente al successo di un qualcuno da loro personalmente conosciuto. L’invidia, definita un “desiderio di qualcosa che non si possiede”, genera rabbia e frustrazione – ed altresì tristezza – nella contemplazione del bene altrui. Essa si origina dal paragone attuato da un individuo nei confronti del prossimo nel momento in cui quest’ultimo possiede qualcosa che il primo desidera. Ciò conduce a concentrarsi sui propri difetti, i quali subiscono, di conseguenza, un’elargita accentuazione, apparendo più grandi di quanto realmente non siano. Il complesso d’inferiorità nasce da tale processo autoanalitico, poiché porta l’individuo a sentirsi inferiore rispetto all’ipotizzato benessere intravisto negli altri. Attraverso l’invidia, in un certo senso, l’uomo proietta su figure esterne le proprie frustrazioni: giudicare malamente un’esibizione canora, ad esempio, risulta più semplice e meno doloroso d’ammettere di volersi trovare sul palco al posto del cantante.

Salieri contro Mozart: quando l’invidia conduce all’ossessione

Amadeus, film del 1984 diretto da Peter Shaffer, esordisce mediante il presupposto – storicamente infondato – del presunto antagonismo tra il giovane compositore Wolfgang Mozart ed il più maturo Antonio Salieri. Attraverso un lunghissimo flashback, è lo stesso Salieri a fungere da narratore della vicenda. Questi, rinchiuso in un manicomio dopo aver tentato il suicidio, confessa ad un sacerdote le vicende che lo videro rapportarsi strettamente con il genio di Salisburgo. Lungo l’intero arco del lavoro di Shaffer, il personaggio legnaghese manifesta una delirante ossessione nei confronti dell’oramai morto rivale. L’invidia, sorta addirittura in età infantile, rappresenta lo snodo fondamentale dell’opera ed il punto chiave della narrazione, ciò da cui tutti gli eventi futuri dipendono. Nonostante la fama acquisita, Salieri intravede in Mozart un dono – l’ispirazione divina – che lo rende cieco, impossibilitato nella contemplazione del proprio talento. La morte di Amadeus, sopraggiunta nel bel mezzo della composizione del famoso Requiem, non solleva affatto il narratore: nonostante il genio sia spirato, egli è condannato ad assistere alla definitiva ed immortale consacrazione della musica del rivale.

Superare il complesso di Solomon e l’invidia: è realmente possibile?

Il superamento del complesso di Solomon – così come dell’invidia e del complesso d’inferiorità – può avvenire in maniera relativamente agile e semplice. Anzitutto, è bene comprendere l’inutilità della frustrazione data dal timore d’un eventuale giudizio altrui. A rigore di logica, infatti, l’uomo teme di distinguersi per paura di ciò che gli altri possano in qualche modo dire di lui, ma tale azione non ha nulla a che fare con colui che si distingue: al contrario, spesso consiste in un modo che questi utilizzano al fine di sentirsi meglio con sé stessi, di compensare una personale carenza. In secondo luogo, è necessario smettere di puntare il dito contro il successo altrui, tentando, invece, di trarne un insegnamento, magari ispirandosi a tale forza e dedizione. Si tende ad essere spronati da ciò che si ammira, perciò è corretto non tanto sopprimere l’invidia, quanto utilizzarla a guisa d’una spinta verso il cambiamento.

In termini sociali, l’invidia ha sempre rappresentato – e tuttora rappresenta – un freno. La società non dovrebbe risultare un agglomerato di individui pronti a scannarsi l’un l’altro, bensì un gruppo coeso, in cui ognuno è disposto ad incoraggiare il prossimo al fine di conseguire un buon risultato globale. In linea teorica, se mai fosse possibile eliminare in toto il complesso di Solomon, chiunque sarebbe libero di contribuire alla comunità nel modo migliore e più fruttuoso possibile. Tuttavia, ciò difficilmente potrà realizzarsi nel concreto. Siamo umani anche per questo. Nasciamo dediti alla competizione ed all’egoismo, alcuni tra gli ultimi lasciti istintuali di Madre Natura.

Simone Massenz

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