Quella del consumismo è ormai una realtà decisamente consolidata, un fenomeno ampio, diffuso e determinante che ha cambiato radicalmente la concezione assiologica della merce. Gli oggetti hanno ora un peso notevole, un’importanza quotidiana, effondendo un nichilismo sempre più accentuato.

The Wolf of Wall Street.

Esemplificazione perfetta del disagio provocato dall’attaccamento patologico ad un bene materiale è il film di Martin Scorsese, The Wolf of Wall Street. La pellicola, basata su una storia vera riporta l’ascesa di un broker di Wall Street di nome Jordan Belfort (alias Leonardo di Caprio) nel fruttifero mondo delle azioni e il suo conseguente e disastroso fallimento. Sesso, droga e titoli azionari sono i moventi principali della vita di Belfort, ragazzo sveglio e lungimirante, appena promosso broker assiste ad un imprevisto crollo della borsa, il “lunedì nero”, e viene licenziato. Incitato dalla moglie si mette a capo di un piccolo call center che acquista e rivende azioni sotto-quotate e riesce in poco tempo a rimettersi in carreggiata. Si mette in affari con un amico, Donnie Azoff, i due fondano uno studio proprio, attraverso truffe e soldi sporchi arrivano a guadagnare cifre esorbitanti e, per quel che dura, si godono la vita nel lusso più sfrenato.

Jordan -Vendimi questa penna
Brad-Ti devo vendere questa penna?  ..Scrivimi il tuo nome!
Jordan-Come faccio non ho la penna
Brad-Eccola, basta chiedere.
Jordan-Vedete cosa ha fatto, ha creato un bisogno, fategli credere che hanno bisogno di quelle azioni.

Tutti i nodi,però,vengono al pettine e la situazione degenera nel peggiore dei modi. Non mi soffermo sui dettagli del finale, per chi non avesse visto il film potrebbe essere fastidioso, ma è necessario analizzare quello che sta dietro la semplice, seppure avvincente, trama. Questo film è un’analisi sociologica e antropologica dell’uomo immerso nell’oggetto del suo desiderio, accecato dall’appetito, incapace di sottrarsi alla brama di avere, possedere, sempre di più.

“Mi chiamo Jordan Belfort. L’anno in cui ho compiuto 26 anni ho guadagnato 49 milioni di dollari, il che mi ha fatto molto incazzare perchè con altri 3 arrivavo a un milione a settimana.”

Jordan Belfort e la Fenomenologia dello spirito 

Una fame insaziabile, una ‘coazione a ripetere’ , direbbe Hegel che parla dell’appetito nella Fenomenologia dello Spirito, un’opera filosofica in cui vengono descritte le figure, le fasi della coscienza nel farsi Spirito, una complessa e strutturata analisi della dialettica dell’Eterno, del Geist, che si fa Tempo, Storia, Mondo nella sua interezza. La figura dell’appetito, o desiderio, si raggiunge dopo che la coscienza, facendosi intelletto, diventa autocoscienza e si pone in rapporto con l’altro da sè per acquisire determinatezza, acquisendo i contenuti da questo altro da sè postosi per sè. «L’autocoscienza […] è innanzitutto desiderio».In questa dinamica l’autocoscienza rimane necessariamente inappagata, ad ogni acquisizione segue la mancanza della successiva, il desiderio non viene mai soddisfatto e l’autocoscienza non può determinarsi nella sua interezza.«Il desiderio non ha ancora alcun’altra determinazione che quella dell’impulso, nella misura in cui esso, senza essere determinato dal pensiero, è rivolto ad un oggetto esterno, nel quale cerca soddisfazione».Per questo motivo essa si rende conto che l’unico modo per concretizzarsi è rapportarsi ad un’altra autocoscienza ed ottenere da parte di essa, attraverso la lotta, il riconoscimento della propria essenza. Da qui si genera poi la dinamica servo-padrone, ma questa è un’altra storia… . E’ evidente e curioso il parallelismo tra la condizione di Belfort e quella dell’autocoscienza di Hegel, entrambi inappagati e insoddisfatti, alla ricerca di contenuti, che per Belfort si ottengono col denaro. La peculiarità dell’ente oggettuale è che esso è futile, effimero e non soddisfa un bene costitutivo, non appaga in modo persistente ma temporaneo; è proprio su questo concetto che è necessario focalizzarsi e sul bisogno umano di riempirsi sempre di più, oggi più che mai, di beni sì utili ma mai fondamentali, o, se fondamentali, studiati per essere sostituiti per necessità funzionali in un lasso di tempo determinato.

Il parassita silenzioso

L’artefice di questo circolo vizioso, di questo paradosso coattivo che spinge necessariamente nel baratro del fallimento, non è altro che il consumismo, un fenomeno economico e sociale che tende ad un’ enfatizzazione esasperata del valore degli oggetti e trascina gli uomini nell’universo della disuguaglianza e del dislivello. I ricchi contano perché hanno, il valore si determina a partire dal possesso e la morale non può che risentirne e venire soppiantata dall’avvento del parassita silenzioso della superficialità. E’ una piaga che si è insinuata nella società e che ora viene alimentata dalle continue innovazioni e dalla concezione diffusa dell’attrazione patologica per la novità, per la moda del momento. Una società pressappochista, materialista la nostra, una società malata che sta precipitando nel vuoto scuro dell’appetito. «La contemplazione rivela l’oggetto, non il soggetto […] L’uomo “assorbito” dall’oggetto che contempla non può essere richiamato a sé se non da un Desiderio».

Samuele Beconcini

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