Da tempo si parla di crescita demografica, invecchiamento della popolazione, innalzamento dell’età media, migliori tecniche mediche. Quello di cui si parla meno è però il rapporto della gente comune con la morte e il dolore, rapporto che sembra farsi sempre più distante. La sofferenza viene relegata negli ospedali o nelle cliniche, mentre il tristo mietitore è lontano dalle menti della gente. I giovani, nati e cresciuti in questo clima di benessere, sembrano non essere più capaci di confrontarsi la morte, e sono disinformati riguardo la malattia e ciò che può comportare. Ed è proprio questo argomento fonte di preoccupazione dell’Associazione medica australiana del Queensland.

La proposta dell’Associazione è infatti quella di “insegnare la morte“, inserendola come nuova materia scolastica. Il dottor Richard Kidd spiega infatti che educare i giovani ad accettare l’esistenza della morte renderebbe l’evento meno traumatico e più facilmente affrontabile. L’informazione riguardo eutanasia e cure palliative renderebbe oltretutto i ragazzi in gradi di prendere decisioni consapevoli a nome dei loro familiari se si dovessero malauguratamente trovare nella necessità di farlo.

La morte: un tabù per le famiglie

In molte famiglie parlare della morte e della malattia è quasi un tabù, i ragazzi non sanno come i loro parenti vorrebbero essere trattati in caso di grave malattia o decesso, e l’apprendimento di informazioni del genere è ovviamente più difficile se fatto in un momento di forte stress ed emotività.

L’obiettivo dell’Associazione medica è proprio quello di portare i giovani ad avere un dialogo con i propri familiari, di far conoscere alle famiglie le varie cure e le varie possibilità e di farle anche accettare con maggior tranquillità. Sono molti i malati o gli anziani che si rifiutano di continuare le cure, preferendo alla quantità del tempo in loro possesso la qualità. È una decisione con cui i familiari devono essere in grado di confrontarsi, sia per rendere più facile il trapasso al malato, le cui condizioni psichiche e fisiche possono solo peggiorare di fronte ad un’insistenza da parte della famiglia, sia per rendere più veloce la fase di lutto. Inserire la morte tra gli argomenti trattati in materie come diritto, educazione civica, biologia, medicina o etica aiuterebbe a familiarizzare con questa inevitabile destinazione della vita umana.

Il dialogo potrebbe velocizzare la metabolizzazione del lutto, la cui prima fase è infatti quella dello shock e della rabbia. Il tempo necessario a questo lungo percorso, che dovrebbe terminare con l’accettazione della perdita subita e la capacità di riprendere con la propria vita, varia da persona a persona. I familiari del defunto possono però essere aiutati dal defunto stesso, tramite lo sviluppo di un dialogo e di una comprensione profonda della situazione e della possibilità della morte, che comunque è inevitabile per ognuno di noi.

Riuscire a capire la scelta di interrompere le cure, per esempio, potrebbe alleviare il senso di abbandono che colpisce i familiari, arrabbiati con il defunto per “essersi lasciato morire” e pieni di sensi di colpa per non essere riusciti a cambiare i suoi desideri.

La morte è parte della vita

Nel passato per i ragazzi e i bambini la morte era un fatto con cui fare i conti quotidianamente, la guerra o la povertà la rendevano anzi un’ipotesi quasi più plausibile della vita stessa. Quasi tutte le famiglie perdevano un figlio, che fosse per qualche malattia o incidente o in qualche sanguinosa guerra. Spesso il collegamento vita-morte iniziava al momento stesso della nascita: molte donne morivano dando alla luce i loro figli, e molti bambini morivano durante il parto. La vita e la morte erano perennemente vicine, separate da un sottilissimo velo.

Per quanto il dolore potesse essere forte, i ragazzi cresciuti in situazioni tragiche riuscivano a rassegnarsi più velocemente alla perdita di un familiare, consapevoli che in ogni momento sarebbe potuto capitare anche a loro.

Il mondo in cui vivevano i nostri antenati era oltretutto pieno di magia e credenze popolari, i defunti prendevano parte attivamente alle vite dei loro cari inviando loro segni e presagi tramite i sogni, chiedendo loro preghiere o oggetti da portare vicino la loro tomba o anche solo semplicemente aiutandoli da lontano. I più ricchi si rivolgevano spesso a medium e veggenti per ricevere informazioni sulla condizione dei loro cari defunti, per comunicare con loro e alleviare così la mancanza.

In molte culture la morte era ritenuta parte integrante della vita e sua sorella, mentre il sonno era un ponte tra vivi e morti.

Ai morti erano spesso dedicate feste e giornate, come Halloween, derivanti per lo più da pratiche e rituali magici di un antico passato, quando sacerdoti e sacerdotesse squarciavano il velo tra vita e morte e interagivano con l’aldilà.

In Messico si celebra il Giorno dei Morti

Ai nostri giorni in alcuni paesi i morti sono ancora celebrati, come per esempio in Messico nel Giorno dei Morti, festeggiato con festival e cortei. In Irlanda invece le veglie funebri sono occasioni gioiose, in cui i familiari del defunto offrono un rinfresco agli amici e parenti più lontani.

In Australia invece solo il 15% delle persone muore in casa, nonostante il trapasso sia meno doloroso in contesti familiari come la propria casa o il proprio letto, circondati da coloro che si amano in modo da poter dare loro l’estremo saluto con tranquillità. La morte è allontanata dai luoghi in cui si svolgono le normali attività quotidiane, in modo da non infastidire nessuno con la sua presenza.

Eppure nella vita non c’è nulla, o quasi, di più naturale della morte, tappa forzata del nostro viaggio. Accettarla, riammetterla nei nostri pensieri e tornare a prendere consapevolezza della nostra natura mortale è il primo passo per migliorare la qualità della nostra vita.

Sara Giannone

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