Winnicott nel 1951 coniò il termine oggetto transizionale. Con questo termine si riferisce ad un oggetto materiale che permette al lattante di soddisfare una rappresentazione materna. Questo oggetto, infatti, permette al bambino di rivedere la figura di riferimento nell’oggetto in questione.

L’oggetto transizionale

Nello specifico questi oggetti ricordano la madre o la figura di attaccamento. Sono oggetti che per il neonato hanno un valore particolare, non è soltanto la prima cosa che possiede ma rappresenta anche il primo contatto con la realtà. E arriviamo così al paradosso di cui parla Winnicott: un oggetto che non appartiene né alla realtà interna del bambino né al mondo esterno. In questo modo orsacchiotti, copertine ma anche un filo di lana o un angolo di tessuto acquisiscono un’importanza nuova e soprattutto in un preciso lasso di tempo di sviluppo che va dai tre ai dodici mesi. In questo periodo di sviluppo inizia a sgretolartsi l’illusione del bambino di essere un un’unica cosa con la madre e la minaccia di rottura incombe su di lui. Così gli oggetti transizionali morbidi, impregnati di odori inconfondibili che appartengono tanto alla madre quanto al bambino, si dirigono verso una nuova funzione. Permettono al bambino di sopportare  il proprio stato di separatezza: facilitano l’angoscioso e inevitabile passaggio dal me al non-me, dal mondo interno al mondo esterno. Nasce così una zona intermedia tra il dentro e il fuori. Quì si colloca l’oggetto transizionale che aiuta il bambino a superare l’angoscia, è infatti l’oggetto che ad esempio porta con sé quando va a dormire.

La copertina di Linus è considerata esempio classico di oggetto transizionale. Rappresenta un oggetto di rassicurazione che rende meno angosciante la scoperta di una distinzione tra mondo interno e realtà esterna.

Adulti e oggetto transizionale

Secondo Winnicott l’oggetto transizionale gradualmente viene disinvestito. A quindici anni conserveremo solo un bel ricordo del nostro peluche preferito che ci accompagnava nelle notti più paurose. Tuttavia questo non significa che non utilizzeremo in assoluto un altro oggetto come transizionale. Infatti oggetti quotidiani in età adulta vengono sganciati dalla loro stretta funzionalità oggettiva, acquisiscono un valore “affettivo” e quindi possono diventare nuovi oggetti transizionali. In altre parole sono modalità aggiornate per non sentirsi soli, per avereuna rassicurazione implicita e sentirsi meglio, più forti. Esempi tipici rimandano alla sigaretta come sostituto del ciuccio o ancora toccarsi i propri capelli quando questo gesto lo faceva la nostra mamma per rassicurarci e farci addormentare, si tratta di un gesto di autorassicurazione. Altro esempio è l’automobile: per molti è un’estensione di se stessi e all’aumento del suo prezzo e della cilindrata ne corrisponde un aumento di potere e autostima.

Smartphone e oggetto transizionale

L’evoluzione tecnologica ci ha condotti anche ad un nuovo oggetto che può assolvere questa funzione. Lo smartphone permette di ridurre la nostra angoscia e aiutarci nelle situazioni che non viviamo tranquillamente. Basta pensare a quando siamo in fila o in situazioni di disagio. La prima cosa che facciamo è prendere lo smartphone, fingere di star facendo qualcosa di estremamente importante. Questo ci fa sentire meno soli, come se il telefono fosse un compagno. In realtà assolve solo la sua funzione di oggetto transizionale. O ancora il controllo compulsivo di social ed e-mail ci conduce su una dimensione relazionale. In questo caso lo smartphone ci rassicura circa la presenza degli altri, e ancora una volta ci va a confermare di non essere soli. L’uomo quindi sin dal periodo neonatale necessita della presenza dell’altro. Inizialmente la relazione è con la madre o con chi si prende cura del bambino, successivamente si relazionerà con altre persone. Quello che rimarrà costante, però, sarà il tentativo di ridurre i propri sentimenti di isolamento e solitudine.

Delfina Ruggero