L’uomo attuale, proiettato nel dualismo tra una globalizzazione che si presenta come foriera dell’incontro con l’altro, con il diverso e un’omologazione conseguente alla massificazione degli aspetti quotidiani della vita, trova sempre più riparo nel ‘tornare in se stesso’. Questa tendenza all’individualismo può declinarsi però con diverse sfumature, indagate attraverso un percorso filosofico che collega il relativismo del sofista Protagora alla finitezza dell’esserci di Heidegger.

Il relativismo di Protagora

“L‘uomo è misura di tutte le cose, di quelle che sono, in quanto sono, di quelle che non sono, in quanto non sono.” In questa celebre citazione si racchiudono premessa e conclusione di tutta la riflessione di Protagora. In opposizione al pensiero dominante dell’epoca, incarnato da Parmenide e dalla sua identità fra essere e verità che svalutava ogni interpretazione personale sulla nostra percezione della realtà, il sofista inizia un processo di relativizzazione dei saperi e dei valori. La verità non si dà come qualcosa di oggettivo o, come si direbbe oggi, nessun sistema di sapere può esserci imposto da qualcun altro. Soltanto l’uomo, e non l’uomo in quanto genere ma solo il singolo nella sua singolarità, è capace di cogliere la propria verità all’apparire di un fatto. Egli è dunque il solo responsabile e arbitro del proprio giudizio.

La riconquista della dignità umana e l’utilitarismo

L’intento di Protagora è dunque colmare quello scarto tradizionale fra il mondo dell’essere, rappresentabile con la verità oggettiva, e il mondo dei fenomeni, ovvero la nostra interpretazione su ciò che ci si presenta davanti, il tutto in favore di un recupero della dignità umana. Ogni singolo uomo, all’interno della propria esperienza, può dunque elaborare una personale visione del mondo. Non esiste una visione più vera dell’altra, la verità diventa un fatto esclusivamente privato, che possiamo ogni volta cambiare in relazione alla situazione presente. Come dobbiamo dunque comportarci nell’incontro con l’altro? Nel rispondere a ciò Protagora mostra tutta la sua attualità. In quanto non possessori di verità oggettive, il nostro relazionarsi all’altro cade in una dimensione utilitaristica. L’unica unità di misura nel confronto con l’altro diventa dunque l’efficacia e l’utilità della propria teoria in relazione alla situazione presente.

Citazione da “L’unico e la sua proprietà” di Max Stirner (P. 375)

L’egoismo di Stirner

Data questa dimensione individualistica dell’uomo, qual è il movente del suo agire? Per Max Stirner a motivo di ogni condotta risiede l’egoismo. “La mia causa non è né il divino né l’umano, non è ciò che è vero, buono, giusto, libero ecc., bensì solo ciò che è mio, e non è una causa generale, ma unica, così come io stesso sono unico”. Nel suo capolavoro “L’unico e la sua proprietà” Stirner intende attuare un’opera di distruzione di tutti i moventi che hanno animato l’uomo nel suo agire. Le cause che orientano il nostro modo di operare sul mondo, gli ideali che guidano le nostre scelte non sono altro che il frutto dell’egoismo di qualcun altro. Secondo Stirner dobbiamo dunque smettere di combattere in nome di concetti creati da altri. Idee come Dio, la patria, l’uguaglianza tra gli uomini, non sono che prodotti dell’egoismo di altre persone in quanto sono le loro cause dell’agire, non le nostre.

Come comportarsi dunque?

L’uomo possiede come campo di esistenza unicamente la sua singolarità ed è proprietario nel mondo unicamente di se stesso. La vita si manifesta in lui solamente nei confini della sua individualità. Ogni determinazione estranea a sé non gli appartiene. In conseguenza di questa ‘unicità’ che possiede, il suo agire deve essere orientato solamente al perseguimento del suo egoismo, delle sue produzioni di senso. La connotazione etica del suo agire dipende unicamente dal fatto di essere una sua produzione. Ogni altra caratterizzazione perde di significato, non ha valore. Per questo motivo dedicare la propria vita ad una qualche causa esterna a noi non è altro che assoggettarsi all’egoismo di chi l’ha ideata.

Heidegger e la finitezza dell’esserci

Ma questa dimensione individuale dell’uomo, ha una connotazione esistenziale? Per Martin Heidegger la risposta è necessariamente positiva.”Noi non sappiamo mai che cosa può diventare il nostro essere per gli altri.” L’uomo, dato il suo essere gettato nel mondo, non ammette la dimensione del plurale. Il carattere finito del suo ‘esserci‘ implica che esso si presenti sempre come qualcosa di singolo, di ‘proprio‘. Questa finitezza che lo costituisce è il tratto fondativo della sua esistenza stessa. Anche nella dimensione fondamentale della ‘cura‘ l’esserci non può uscire dalla sua singolarità. Nel suo ‘essere fra gli altri’ l’esserci sperimenta la propria dimensione di progettualità, il dispiegarsi delle sue possibilità.  Tale dimensione però altro non è che l’esperienza della sua situazione originaria, del suo esser gettato da singolo in mezzo ad altri singoli.

Dario Montano

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