Il progetto Quipu ha rilasciato in questi giorni un’intervista in spagnolo sottotitolata di Josefina Quispe, sterilizzata all’età di 33 anni, madre di cinque figli ed una delle tante voci che hanno raccontato la loro storia, denunciando la violenza e la privazione della libertà di scelta da loro subita.

Josefina, come molte altre donne, fu vittima del programma di legge che, nel 1995, in Perù, si proponeva di offrire la sterilizzazione alle donne e agli uomini che l’avessero ritenuto necessario, in modo che le famiglie più povere potessero decidere di smettere di avere figli a loro piacimento. Il programma, la cosiddetta Legge Nazionale per la Popolazione, proposto come un aiuto ai meno abbienti, si rivelò presto come un tentativo di epurazione da parte dello stato, volto ad impedire ai membri delle etnie quechua e aymara di riprodursi.

Furono registrati quasi 400.000 interventi di sterilizzazione, per lo più ai danni di donne. Nonostante l’iniziale presentazione del programma, che sottolineava l’adesione volontaria dei pazienti, le vittime non erano informate riguardo gli effetti dell’intervento, la sua irreversibilità e i danni a lungo termine. L’allora presidente del Perù, Alberto Fujimori, riceveva mensilmente aggiornamenti riguardo le operazioni che venivano svolte, oltretutto sembra che i medici fossero tenuti a rispettare una sorta di contratto contenente un numero minimo di interventi da effettuare. Le vittime, appartenendo ad una bassa estrazione sociale, erano analfabete e molto spesso non parlavano neanche lo spagnolo, limitandosi ai dialetti delle loro etnie.

Il racconto delle vittime

Molte donne raccontano di essere state trascinate via dalle loro stesse case, caricate su camion e trasportate in centri ospedalieri improvvisati, dove venivano interrogate sulla loro famiglia. Alcune raccontano di essere state insultate, paragonate a degli animali per l’elevato numero di figli, tipico delle famiglie delle zone più povere. Altre sono state minacciate che non avrebbero più potuto ricevere cibo per i loro piccoli se non si fossero sottoposte all’operazione, la maggior parte è stata picchiata e molestata. Una delle vittime racconta che, recatasi in ospedale con il figlio denutrito, i medici le hanno posto come condizione per curarlo che lei si lasciasse sterilizzare.

I registri ufficiali riportano solo 18 morti, in realtà però si teme siano state molte di più le donne a morire sotto i ferri, oltre agli innumerevoli aborti non volontari, conseguenza della sterilizzazione effettuata alle donne incinte. Dopo poche ore dall’intervento, le donne venivano cacciate dall’ospedale e obbligate a tornare a piedi alle loro case, che spesso si trovavano a molti chilometri di distanza. Molte di loro non sono più state in grado di riprendere a lavorare o condurre una vita normale, menomate dall’operazione e dai traumi psicofisici da essa derivanti.

Le sopravvissute convivono ancora oggi con le controindicazioni legate alla sterilizzazione: un’operazione di questo tipo aumenta infatti il rischio di malattie, tumori e infezioni, senza prendere in considerazione le implicazioni emotive della violenza subita. Alcune delle donne sottoposte forzatamente all’intervento sono state ripudiate dai mariti o sono impazzite in seguito al ricordo dell’operazione.

Il processo

L’uomo responsabile di tutto questo, Alberto Fujimori, è stato accusato e portato in tribunale più volte, fino alla condanna a 25 anni di prigione nel 2017 per gravi violazioni dei diritti umani durante il suo governo. Alla fine dello stesso anno, però, l’ex presidente è stato rilasciato a causa di problemi di salute e ha ottenuto il perdono per i crimini commessi.

Fujimori è stato rilasciato per motivi di salute

Nell’aprile del 2018 il processo a Fujimori è stato riaperto, concentrandosi sull’accusa di violenza e omicidio su cinque donne che, in seguito alla sterilizzazione, hanno riportato gravi ferite o sono morte. Insieme a lui verranno accusati tre dei suoi ex ministri alla salute.

Il progetto Quipu per raccontare e non dimenticare

Proteste contro la sterlizizzazione

Per assicurarsi che il processo consegni finalmente alla giustizia i fautori di un crimine così orribile si sono schierate le donne del progetto Quipu, che si sono occupate di raccogliere le testimonianze delle vittime della sterilizzazione per portare i fatti avvenuti in Perù alla luce del sole: poiché le vittime erano abitanti di zone rurali, senza collegamenti internet e copertura telefonica, e la loro lingua erano dialetti, la storia era rimasta nascosta al grande pubblico come spesso accade in casi simili. Il progetto Quipu si è proposto di raccontare una storia destinata altrimenti all’oblio proprio come promette il suo nome, che fa riferimento ai quipus, corde di cotone o di lana a cui gli abitanti dell’impero Inca facevano dei nodi, bianchi o colorati, per segnare informazioni e gestire la contabilità e l’amministrazione.

Nei paesi poveri, in cui le donne hanno un’utilità strettamente collegata alla procreazione, sterilizzare una donna non è solo eliminare la sua possibilità di scegliere ma significa anche mettere in dubbio il suo stesso ruolo all’interno della società, la sua visione di sé stessa come madre e moglie, danneggiando quindi la sua psiche in modo irreparabile. La prigionia del mandante di tanta violenza non migliorerà la vita delle sue vittime, ma dimostrerà che il mondo non ha intenzione di guardare altrove di fronte a un’evidente violazione dei diritti umani.

Sara Giannone