È con sorridente malinconia e profondità sconcertante che Italo Svevo dà luce ad una delle creazioni più felicemente riuscite del ‘900: il suo personaggio Zeno Cosini prende vita in un romanzo dalla disarmante potenza scenografica. In esso le vicende si susseguono secondo la sequenza temporale, tutt’altro che lineare ma perfettamente coesa e coerente, tipica della memoria in cui gli eventi non sono richiamati alla mente nella loro successione cronologica, bensì per via della loro pregnanza tematica, dove la vividezza sentimentale ed emotiva prende il sopravvento nel caos a-temporale del ricordo. La gustosa ironia sveviana, sempre percorsa da un tremito di amarezza che ne acuisce magnificamente la comicità, è il veicolo enunciativo dei momenti più tragici del romanzo dai quali scaturisce quel senso di ilarità e compassione che, nel sorriso, commuove il lettore. Ma il vero successo del romanzo sta nella sincerità del suo protagonista: Zeno Cosini non è solo una splendida invenzione romanzesca, ma è soprattuto un uomo comune che si fa strada come riesce, e al meglio che può, in un’esistenza intessuta di sofferenza e dolore e nella quale, disperatamente e più di ogni altra cosa, cerca la felicità. Una quiete che tenta di raggiungere con l’aiuto della psicanalisi su cui si innestano, però, i precetti filosofici di Schopenhauer (trama invisibile di cui è intessuto l’intero romanzo), grazie ai quali approda alla constatazione della sua impossibilità. Quella di Zeno Cosini è, insomma, la vicenda di un uomo tra tanti, la vicenda di tutti noi. La storia di un’ordinaria infelicità.

enlacejudio.com

La psicanalisi come “strumento”: Schopenhauer e la Coscienza di sé

La memoria, sempre più ricca, delle azioni significative, viene a completare sempre più il quadro del nostro carattere […]. La conoscenza di noi stessi, il verbale delle azioni che sempre più si riempie, è la coscienza”, Schopenhauer, da Il Fondamento della Morale

L’essenza ultima del romanzo, a cui si deve anche il titolo, è costituita da un felice innesto tra la psicanalisi di matrice freudiana e la filosofia di Schopenhauer secondo il quale la “coscienza” di sé può essere raggiunta soltanto tramite la memoria. Infatti è unicamente grazie ad essa e al ricordo del proprio agire (operari) che l’individuo può approdare all’effettiva conoscenza del suo esse (“essere”), mai realmente modificabile in quanto espressione della volontà inconscia che, regina incontrastata, domina ogni azione dell’essere umano. Da cui la celebre massima “Operari sequitur esse”. La volontà inconscia di cui parla Schopenhauer è del tutto sovrapponibile al concetto di pulsioni psichiche elaborato da Freud: l’uomo sarebbe spinto a compiere determinate azioni o a reiterare un comportamento sbagliato da moti che si verificano nel profondo della sua interiorità. L’obiettivo della psicanalisi, a detta di Freud, è quello di ricostruire il ricordo lacunoso (cercando di comprendere che cosa abbia provocato la rimozione -anche questo, concetto anticipato da Schopenhauer) e al termine del processo il paziente guarito “diventa un altro uomo, ma in fondo rimane sempre lo stesso: è diventato quel che avrebbe potuto diventare nelle condizioni più favorevoli” (Freud, da Introduzione alla Psicanalisi). Svevo, avido lettore di Freud ma, ancor di più, grandissimo estimatore di Schopenhaur sulle teorie del quale costruisce il sotto-testo di tutta la sua opera, non può non aver notato i parallelismi tra i concetti di volontà inconscia e pulsioni psichiche e tra l’importanza fondamentale della memoria nella psicanalisi e prima ancora nel suo “filosofo preferito” (Svevo, da Profilo Autobiografico). Ecco che, dunque, Svevo utilizza la psicanalisi, e il compito da essa affidato a Zeno di mettere per iscritto i suoi ricordi, come strumento per approdare alla schopenhaueriana Coscienza di sé, conseguita proprio per mezzo della memoria che ha permesso al personaggio sveviano di “vedersi intero”.

Guarire dall’ottimismo: la vita come sofferenza

Il protagonista del capolavoro sveviano non sembra soffrire di alcuna malattia fisica o psichica, anzi, “per le condizioni che si danno sulla terra, sta passabilmente bene” (Luca Curti, da Svevo romanziere). Tuttavia Zeno sente di dover guarire, guarire da quel senso di insoddisfazione e inadeguatezza, tanto comune nell’umanità, che lo affligge: è ottimista, pensa di poter approdare al benessere desiderato, al senso di quiete e appagamento che l’amore non corrisposto verso Ada gli ha spietatamente sottratto. Ma a nulla vale l’analisi psicanalitica del Dottor S., sottilmente sbeffeggiato dalla stesso Zeno che, nel corso del romanzo, si rivela essere sensibile e intelligente, decisamente più acuto del suo stesso medico. La vera cura è, piuttosto, la scrittura che assume sempre più l’aspetto di una “pratica igienica”. Essa è l’auto-analisi tramite cui il personaggio approda alla vera Coscienza di sé, alla luce della quale comprende finalmente le ragioni profonde all’origine di ogni sua azione. Questa è la chiave di accesso che lo condurrà a un momento di schopenhaueriana contemplazione (da lui definita “raccoglimento”) quando, vedendosi oggettivamente oltre la lente deformante del suo spirito di volontà, riesce ad amarsi e ad accettare sé stesso e la sua malattia interiore, approdando alla massima consapevolezza: non è possibile guarire dalla sofferenza perché la vita stessa è dolore. Quella di Zeno Cosini si configura, così, come l’esistenza di un uomo comune, afflitto da un’inguaribile e straordinariamente banale infelicità.

Maria Chiara Litterio

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.