Due storie apparentemente diversissime tra loro, due canali di comunicazione quasi contrapposti (un film da una parte, un romanzo dall’altra) e scelte stilistiche così lontane da essere complementari (ad uno sfarzo leggero e sofisticato, martellante ed intenso ma sempre perfettamente equilibrato, risponde una scrittura asciutta, pressocché incolore, ma efficace e schietta nel suo dolore senza peli sulla lingua): Woody Allen nel suo recente film “La ruota delle meraviglie”e Alberto Moravia nel suo più celebre romanzo “Gli Indifferenti” ci raccontano, attraverso vicende che ad un primo sguardo hanno ben poco in comune, la triste storia di vite in bilico, la piaga dell’indifferenza e della noia esistenziale. I protagonisti delle due storie, quella cinematografica e quella romanzesca, sono intrappolati in una spirale vorticosa che li risucchia nel suo moto confuso e caotico, così lento e sempre identico a se stesso da farli impazzire. Sono spettatori inermi di una vita infelice che strappa dal loro cuore ogni sentimento ed emozione, tra isteria, scelte sconsiderate e ossessioni ai limiti della follia. La frustrazione li logora e le loro storie, così distanti nel tempo e nello spazio, sono in realtà accomunate da un filo conduttore costante: la disperata ricerca di un cambiamento, per ottenere il quale i personaggi sono disposti a tutto senza badare alle conseguenza delle proprie azioni. Non esiste rispetto reciproco, né riguardo verso se stessi: ogni dettato morale si piega al cospetto di un’esistenza che finalmente promette di essere diversa. Lo spiraglio di luce che si apre nel tedio che li affligge diventa per loro una droga, un motivo in nome del quale sacrificare tutto il resto. Per perseguire l’agognato sogno di una nuova vita i protagonisti toccano i margini più infimi della loro bassezza, in un processo di degrado che cola a picco senza sosta. Eppure, quando la speranza di cambiamento sfuma rivelando la propria inconsistenza, le loro vite, devastate nel profondo, tornano alla tanto detestata normalità o ad una dinamica in apparenza diversa ma che ne ricalca l’aspetto e che li riconduce, inevitabilmente e crudelmente, al punto di partenza.

Wonder Wheel, la ruota delle meraviglie

Sullo sfondo del chiassoso e colorato mondo di Coney Island, parco divertimenti della Brooklyn anni ’50 che il regista trasforma in un vero e proprio microcosmo, si inserisce la storia del matrimonio infelice di Ginny e Humpty teso tra le infrante velleità di attrice di lei e il duro lavoro del marito, operaio presso le giostre del luna park. Con raffinata limpidezza e sapienti giochi cromatici che accompagnano l’alternarsi dei personaggi femminili sulla scena, Woody Allen racconta il dramma, attraversato da un’inspiegabile delicatezza, di vite che si logorano sgretolandosi dall’interno. L’isteria di Ginny, martellante ma mai opprimente, si attenua solo dopo aver conosciuto Mickey, di cui si innamora perdutamente. Una luce di speranza lacera il triste velo abitudinario che ricopre la sua vita come una pesante coltre polverosa: l’asfissiante esistenza di cameriera, madre di un figlio infelice con gravi problemi di piromania, sta per finire. Ginny ne è sicura: Mickey è il vento di salvezza che, spirando verso nuovi orizzonti, la trascinerà via con sé. Ma la tragedia si annida subdola nelle viscere di ciò che lei credeva liberazione: Mickey si innamora di Carolina, figlia delle prime nozze di Humpty che si nasconde a Coney Island per sfuggire al marito mafioso che la cerca per ucciderla. Quando Ginny scopre il tradimento dell’amante dopo un’agonia di dubbi laceranti, insieme alla sua lucida follia, attratta dal seducente vortice dell’autodistruzione, giunge il disastro: la donna lascia che Carolina venga uccisa dall’ex marito, pur di strapparla dalle braccia di Mickey. Pur di strapparla a quel cambiamento che tanto sognava, e che lei le aveva sottratto. Il dispiegarsi del dramma, tranquillo e inesorabile, è costantemente controllato dagli occhi dell’immobile ruota panoramica che, criptica e profondamente significativa, osserva la vanità delle speranze umane che sotto il suo sguardo vigile rivelano la loro debolezza. Una ruota che gira, universalmente simbolo del cambiamento, ma in realtà emblema di una vita che turbina attorno a se stessa per tornare da dove è cominciata.

Gli Indifferenti

Con schiettezza disarmante, semplice e priva di abbellimenti retorici, con frasi brevi talvolta lapidarie ma dense e gonfie di senso, Moravia mette in scena la trappola letale dell’indifferenza. Tuttavia essa non si presenta sottoforma di un’apatia quasi crudele quanto, piuttosto, come tedio esistenziale che scaturisce dalla monotonia di un’esistenza che si ripete in giorni sempre uguali. Il cambiamento è l’unico imperativo morale a cui Carla risponde: “Una nuova vita” è l’eco che batte invariabile nel suo cuore arido. “Una nuova vita” è la nenia che scandisce il ritmo dei suoi giorni. “Una nuova vita” è l’ossessione che obnubila la sua mente. E proprio l’assillo dell’idea del cambiamento segna la sua condanna: allucinata insegue, come la nave la luce sul molo, ogni fasulla promessa di metamorfosi. Finisce, così, per sposare Leo il disonesto e truffatore, ma ricco e affascinante, amante di sua madre incurante della gelosia estenuante della donna e sacrificando i suoi sentimenti al proprio desiderio di liberazione. Più complessa e profonda è la psicologia di Michele, fratello di Carla. Protagonista assoluto, a cui il romanzo deve il titolo seppur tutt’altro che indifferente, Michele scambia per apatia il suo bisogno disperato di qualcosa che nella sua vita possa essere definito sincero. La sua esistenza senza amore e senza odio, senza dolore e senza gioia è imprigionata nel disgusto per tutto ciò che lo circonda, avviluppato in una bolla squallida e menzognera. Michele è un personaggio tormentato, alla ricerca di un brivido che possa scuoterlo dal torpore del ribrezzo: tale è la sua afflizione da indurlo al pensiero dell’omicidio e condurlo fino a premere il grilletto contro Leo per ricordare, poi, di non aver (forse volontariamente) caricato l’arma. Perfino l’atto più rovinoso è preferibile all’orizzonte desolante della monotonia che, come una sciagura per la quale non esiste rimedio, torna ogni giorno nel grigiore della sua tristezza.

                            Maria Chiara Litterio