“La coscienza di Zeno”, romanzo di Italo Svevo particolarmente amato dalla critica, un po’ meno dagli studenti, per la sua complessità e precisione nello scavo della mente umana, è stato il precursore di tutti i romanzi psicologici del ‘900. Punto focale su cui ruota la narrazione del romanzo è il senso di inadeguadezza che Zeno prova confrontandosi con gli altri, e che viene interpretato come i sintomi di una “malattia”.

La figura dell’inetto

La malattia

La cosidetta “malattia” di Zeno è in realtà uno strumento di estraniazione che il suo cervello utilizza per distinguersi dai “sani”, mentre allo stesso tempo dipinge nella sua interezza la figura dell’inetto. A tutta la borghesia triestina “sana” si oppone Zeno, se da una parte si hanno individui “perfetti”, soddisfatti e irremovibili dalle loro convinzioni, dall’altra si ha un’uomo irrequieto e aperto alla trasformazione, al contrario degli altri cristallizati nella loro forma, che nella sua imperfezione  porta alla luce l’inconsistenza della pretesa “sanità” degli altri.

Nonostante ciò in Zeno è presente un profondo desiderio di “salute” borghese, di normalità, che non sarà mai raggiunto, contrariamente alla sua volontà, in quanto completamente opposto alla sua visione di uomo, ovvero un’individo non intrappolato dalle sue certezze ma aperto al cambiamento. Zeno rappresenta la crisi delle certezze borghesi, come ne “il fu Mattia Pascal” lo è “lo strappo nel cielo di carta”, momento in cui Oreste diventa Amleto, dall’eroe risoluto e sicuro si passa all’anti-eroe moderno, bloccato dal dubbio.

L’inetto, quindi, appare come un “abbozzo”, un essere in divenire, che può ancora evolversi verso altre forme proprio grazie alla sua “mancanza assoluta di uno sviluppo marcato in qualsivoglia senso”, mancanza di sviluppo che si nota facilmente durante il racconto degli studi universitari di Zeno, ripetutamente cambiati. Al termine del romanzo l’inettitudine non è più considerata un marchio d’inferiorità, che condanni ad un’irrimediabile inadattabilità al mondo e ad un’inevitabile sconfitta esistenziale, ma una condizione aperta, disponibile ad ogni forma di sviluppo umano e psicologico. L’inettitudine, la “malattia”, diventano la “salute” umana, mentre la “salute” borghese è la vera e propria malattia della società.

Valto