Lo ricordano perfettamente tutti coloro che hanno almeno 25 anni mentre, per tutti gli altri, è letteralmente storia nazionale: era il 26 gennaio del 1994 quando un messaggio video di soli 9 minuti cambiò, nel bene o nel male, la storia del Paese. Tutto è iniziato esattamente così: «L’Italia è il paese che amo. Qui ho le mie radici, le mie speranze, i miei orizzonti».

Due frasi dopo Silvio Berlusconi confermava di aver scelto «di scendere in campo e di occuparmi della cosa pubblica». Scrivania e scaffali in legno, colori caldi, Berlusconi si mostra circondato da alcune foto di famiglia in cornici d’argento, indossa il doppiopetto blu d’ordinanza con camicia celeste e cravatta blu a piccoli pois bianchi.

Intorno ai 6 minuti l’inquadratura “stringe” sul busto e verso la fine del video torna ad aprirsi, quando i fogli del discorso stanno ancora sul piano dello scrittoio, e arriva la promessa di un «nuovo miracolo italiano».

All’epoca il Paese viveva giorni di altissima tensione giudiziaria: lo scandalo Mani Pulite aveva fatto crollare pressocchè tutti i partiti della prima Repubblica, eccezion fatta per poche mosche bianche, l’economia era al tracollo e il referendum del 1993 mostrava la distanza tra lo Stato ed i suoi cittadini in materia istituzionale, elettorale, politica e sui diritti civili.

Silvio Berlusconi, spot per la campagna elettorale 1994

L’uomo nuovo berlusconiano

Fin dall’atto costitutivo della sua nascita, Forza Italia si propose di occupare quella voragine di consensi elettorali apertasi con la debacle della partitocrazia della Prima Repubblica: nasceva l’uomo nuovo berlusconiano.

Un profilo dai tratti indefiniti di self-made man di italica fattura, che dagli anni ’80 diffonde libertà nell’etere e sui giornali e dai primi ’60 costruisce periferie di lusso attingendo inizialmente da fondi svizzeri di dubbia provenienza: nasceva il partito azienda, Forza Italia, embrione di quello Stato azienda che, nell’arco della Seconda Repubblica, è stato “equamente” spartito a metà tra “la sinistra” e Berlusconi.

Berlusconi e Craxi, i lupi della Milano da bere

Inizia la politica degli spin doctor

L’Italia degli elettori ancora lo ignorava, ma quel siparietto sarebbe riapparso ancora innumerevoli volte. Era un’autentica rivoluzione. Di lì in poi, il Cavaliere e gli altri politici avrebbero puntato moltissimo sull’impatto video. La grande macchina comunicativa dell’attuale politica vedeva, per la prima volta, la luce.

Quel video e quell’atto costitutivo segnavano anche l’istante iniziale di ogni “staff”, cioè quello che fino ad allora era sempre stato l’ufficio stampa di ogni leader politico. Settore ammodernato, e aggravato, da una serie di innovazioni, tecniche e stilistiche, che avrebbero portato anche nei nostri palazzi un’altra figura d’importazione, quella dello spin doctor.

Insomma, la politica ai tempi dei manifesti stradali (il Cavaliere non bada a spese) quando i social erano pura distopia e i telefonini costavano quanto gli smartphone di punta attuali, ma pesavano quasi un chilo.

Prima repubblica: il crepuscolo degli idoli

La Prima Repubblica stava crollando. La Lega prosperava a ogni appuntamento con le urne, il pentapartito si dissipava lentamente, il partito dei sindaci acquisiva consensi. E poi c’erano le inchieste, gli avvisi di garanzia. Le dimissioni in serie di parlamentari e uomini di governo.

Tuttavia l’ingresso diretto in politica era il second best, perché fino all’ultimo Berlusconi aveva fatto pressing su Mino Martinazzoli, ultimo segretario Dc e primo Ppi, e Mario Segni, l’uomo del momento con i suoi Pattisti, perché si alleassero. Il progetto non andò in porto e si optò per l’impegno diretto.

Prima viene costituita l’Associazione per il buongoverno, poi i Club, arrivano simbolo e inno e il primo meeting ufficiale per la presentazione all’“americana” dei candidati, selezionati tra gli old faithfuls delle aziende Fininvest, ed alcuni politici di lungo corso, insieme a una corposa componente di “professori”.

La Stampa annuncia la vittoria del “Cavaliere”

La nascita della politica da bar e la fine dell’impegno civico.

Forza Italia era partito del tutto diverso dagli altri, sia nella struttura che nell’organizzazione interna: si passa dal segretario al presidente, dalla liturgia di correnti e congressi a Consigli nazionale fiume, sostanzialmente affidati all’oratoria e alle doti da showmandi Silvio Berlusconi.

Il primo congresso FI si tenne solo nel ’98, ad Assago, il secondo si terrà, sempre lì, sei anni dopo. Anche questa è una novità decisiva. La rarefazione dei tradizionali appuntamenti di partito finirà per diventare la tendenza più diffusa, anche perché, nel frattempo, le leadership si logorano sempre più rapidamente e sempre più all’insegna di quel fenomeno che oggi viene chiamato disintermediazione.

Raduno di Forza Italia a Roma per le elezioni del 2008

Morte e rinascita del caimano

Nel novembre del 2007, viene annunciato lo scioglimento di Forza Italia arrivato un anno dopo la nascita del Popolo della libertà. Anche qui non mancano effetti pirotecnici, giacché il momento chiave della svolta erompe dal predellino dell’auto blindata del leader FI, nel corso di un incontro-comizio avvenuto in strada con svariati simpatizzanti.

Nessuno degli altri soci contraenti ne fu preventivamente messo al corrente, Gianfranco Fini in primis. Forza Italia tornerà nel novembre 2013, stavolta dopo aver subito una spaccatura, quella di Angelino Alfano con il suo Nuovo centrodestra.

In mezzo a quelle date si avvicenderanno: il primo governo, un avviso di garanzia “in diretta”, uno sciopero contro la Finanziaria e i tagli alle pensioni, le dimissioni da Palazzo Chigi, “il ribaltone”, la “traversata del deserto”, il Contratto con gli italiani, il ritorno a Palazzo Chigi, un’epocale apertura di semestre di presidenza Ue, una crisi dopo le Regionali e un esecutivo bis, la vittoria alle Politiche del 2008, con successivo ritorno alla direzione del governo. Insomma, la storiaragazzi.

Una delle tante figure barbine del Presidente: 8 febbraio 2002 Berlusconi partecipa al vertice di Caceres. Nella foto ufficiale, fa le corna al ministro degli Esteri spagnolo Josep Piqué.

Lo schiaffo da Bruxelles e quello scomodo vizietto delle Olgettine

Si arriva al 2011, il caso delle Olgettine riempie i telegiornali e i fascicoli della Procura. Ma soprattutto, irrompe sulla scena un nuovo protagonista del dibattito politico: lo spread. L’ospite inquietante che bussa alla porta degli italiani (ogni riferimento al nichilismo nietzscheano è puramente ricercato).

Lo spread vola come Michal Jordan alle finals del 1991. E una risata di Angela Merkel e Nicolas Sarkozy sopprime, mediaticamente, un’epoca. Nel centro di una Roma mai così affollato dalla finale dei Mondiali 2006 (ma stavolta nessuno sta tifando gli “azzurri”) si innesta il tragitto tra via del Plebiscito e il Quirinale, Berlusconi sale ad annunciare le sue dimissioni. Arriva Mario Monti. Ma la mitica epopea del cavaliere non finisce qui.

Berlusconi insieme ai leader europei: Brown, Merkel Sarkozy

Il re detronizzato, il sorpasso di Salvini e la fine di Berlusconi (?)

Forza Italia rispunta in un 2013 contrassegnato sì da una disfatta elettorale ma di misura: il senatore Berlusconi accoglie la coalizione di larghe intese con Pd e Scelta Civica. Ad agosto dello stesso anno viene condannato in via definitiva dalla Cassazione per frode fiscale, nell’ambito del processo Mediaset; il 4 ottobre la Giunta delle elezioni del Senato vota a favore della decadenza da senatore per effetto della legge Severino.

Seguiranno un periodo di affidamento in prova ai servizi sociali, le ultime politiche dove, non candidabile, Berlusconi è “presidente” nel simbolo riportato sulla scheda. Ma il 4 marzo 2018, per la prima volta, Forza Italia viene superata dalla Lega e Berlusconi è costretto a cedere al suo segretario, Matteo Salvini, la guida della coalizione.

Nelle settimane successive al voto, Berlusconi ha dato malincuore il suo benestare alla formazione dell’alleanza tra Lega e Movimento 5 Stelle, accettando di rimanere alleato di Salvini negli enti locali, ma alla sua opposizione in Parlamento. Che sia questa la fine? Nel frattempo, dal 12 maggio 2018 l’ormai ex Cavaliere è tornato “eleggibile”.

Lo show di Berlusconi che fece infuriare Salvini.

In attesa di mettere la parola fine

25 anni fa Silvio Berlusconi, dopo essere entrato nelle loro case con la sua televisione, entrava nelle vite e nei destini degli italiani. Quando frequentavo il liceo mi interessai molto al capitolo sull'”Età giolittiana” – periodo della storia italiana che va dal 1901 al 1914, un quindicennio che prese il nome dai governi del liberale Giovanni Giolitti – pensavo che in futuro qualcuno, come me, avrebbe aperto un libro di storia per studiare un periodo lontano della storia del nostro paese. Immaginavo come incipit del capitolo: «Età berlusconiana, l’inizio della fine».

E chissà cosa si chiederanno di questi venticinque anni le future generazioni. Si appassioneranno alla storia dell’imprenditore, “il Caimano”, divenuto “il Cavaliere”, che venne incoronato “il Presidente”, per veleggiare verso lo statismo democratico di un Paese in profonda crisi di identità?

Un Paese di cultura cattolica che votava plebiscitariamente un uomo con due famiglie, un Paese indignato e inquisitore che decideva di fidarsi di un evasore fiscale, un Paese moralista e un po’ bigotto che scendeva in piazza pretendendo tette e luci stroboscopiche nel proprio tubo catodico, un Paese con il partito comunista più forte d’Europa che si fidava del capitalista off-shore. Chissà cosa ne penseranno.

Daniele Farruggia

 

 

 

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