l fenomeno di “transculturazione” come principio motore della globalizzazione

Quello che qui si intende come principio motore è in realtà un fenomeno che si è sempre verificato a partire dall’incontro tra due diversi gruppi umani. Questo fenomeno consiste non solo nello scambio di usi e costumi tra due gruppi, che possiamo definire popolazioni, ma anche nel riadattamento secondo i propri usi e costumi di quelli esterni assorbiti. Mi spiego meglio e per questo mi addentrerò nelle origini di un’offerta commerciale che da qualche anno ha preso piede e riscosso successo. Non solo in Italia ma in tutto il mondo. “all you can eat”, d’ora in poi ayce per comodità, nasce negli USA,durante gli anni trenta, nonché anni della grande depressione, per invogliare i consumatori, oramai impoveriti, a preferire un pasto fuori ad uno in casa. I ristoranti, consci del misero budget di cui la middle class americana era a disposizione e consci anche della fame che questa situazione provocava la considerarono un ottima offerta di marketing. Semplicemente si applicava l’ idea di ayce a quella di buffet, una tradizione di origine francese. Questo è il primo esempio di transculturazione.

Il Sushi all you can eat

Il fenomeno oramai diffusissimo, ha fatto sì che mentre l’economia della piccola impresa  subisse un colpo  durissimo, un unico settore, sempre nella ristorazione, sia riuscito a proliferare e a riscuotere un successo enorme. Mi fa pensare ad una mia esperienza personale, quando qualche anno fa vidi chiudere la seconda sede della leggendaria gelateria Ciccio Pastigel  alla mia villeggiatura al mare e con essa anni della mia infanzia.  Altri luoghi pian piano scomparire, cambiare gestione, adattarsi ai tempi che correvano. Questo tipo di ristoranti invece proliferava. Laddove il mare era veramente a due passi e i ristoranti tipici di pesce non si fanno mancare si sentì la necessità di aprire Sushi. Quasi tutti  contemplano l’ayce. Fu in un casinò a Las Vegas la prima volta.Piacque ai vip e da allora ovunque se ne può trovare uno.

La contraddizione con la cultura giapponese

Chiunque ne abbia mai letto qualcosa o ne abbia sentito parlare sa che la cultura giapponese si basa sul buddismo e sullo scintoismo. Queste due filosofie pongono al centro delle aspettative massime di un uomo il raggiungimento dell’armonia assoluta con la natura e l’ambiente. Per essere soddisfatti c’è bisogno non solo di pratiche spirituali, che spesso vediamo nei nostri parchi insegnate come esercizio ginnico. C’è necessità di disciplina, virtù e soprattutto empatia. Chi conosce i manga sa anche che l’eroe “buono” è l’empatico, colui che comprende la sofferenza e ne fa una motivazione  per combattere. In Giappone il sushi si afferma negli anni venti dell’ottocento a Oda e ad oggi viene servito nei sushi bar classici dove si ordinano di volta in volta le portate le quali vengono preparate al momento dallo chef. Vi sono poi i kaitenzushi, dove su un nastro trasportatore passano tutti i piatti già preparati pochi minuti prima e si possono prendere direttamente. Il punto di forza del sushi è l’equilibrio. Equilibrato deve essere il sapore di un bocconcino di sushi appoggiato dalla parte del pesce fresco sulle papille gustative e leggermente intriso di soia. Equilibrato sebbene i sapori forti e contrastanti, i colori accesi e lo sfondo bianco del riso.

Il secondo fenomeno di transculturazione

L’ayce aggiunge al sushi la quantità, la possibilità di produrne tantissimo e piazzarlo. l’obbiettivo del sistema economico con qualsiasi bene. Spezza l’equilibrio del sapore e pone una nuova meta: la sazietà. In una società fondamentalmente vuota riempirsi lo stomaco non solo sembra la soluzione ma anche impossibile. Qui ci perde chi offre l’ayce. In una società fortemente influenzata dall’estetica e dall’aspirazione all’abbondanza i colori, la quantità, il carattere esotico del sushi però attrae. Ed è qui che ci si guadagna. Ciononostante si distoglie l’attenzione dalla tradizione giapponese e si perpetrano i valori del consumismo. Il Sushi in Giappone si vende anche per prezzi popolari, in occidente, come tutto quello che piace del resto, è invece diventato un bene da mostrare. Si tratta di una soglia di ricchezza, roba per “fighetti” e come nel medioevo si faceva a gara per avere la torre più alta, ora si fa per il piatto più ricco, pieno, fotogenico

Il sogno americano frainteso 

Con American dream si intende la condizione di libertà, mobilità sociale, dignità umana e parità che per un certo periodo di tempo ha investito la middle-class americana. Chi afferma che questa condizione sia derivata dal fatto che non ci siano state state monarchie e nobiltà nel continente americano sbaglia. La necessità di auto organizzazione ha fatto sì, e su questo mi trovo d’accordo, che si legittimasse uno stile di vita più libero e dignitoso di quello europeo. La precisazione che mi sento di fare è che in America esistevano eccome forme di potere autoctone e radicate. Gli occidentali le hanno sterminate e relegate nelle riserve e dunque hanno dovuto riorganizzare il potere. Ben presto però questo sogno si trasformò dall’essere un sogno comunitario ad essere un’aspirazione individuale, e dal contemplare l’equilibrio sociale a bramare la scalata sociale. Mi spiego, se in principio il sogno era che l’operaio, il redattore, il banchiere avessero pari opportunità, nella vita politica come in quella sociale, ben presto si trasformò nel sogno dell’operaio che potesse diventare redattore poi banchiere e sempre più su.

La concezione consumista di sushi e l’abbuffata

Allo stesso modo il sushi tende all’equilibrio sebbene colori, prodotti e sapori diversi. La concezione occidentale di sushi invece, non soffermandosi su cos’è davvero particolare, cioè dandolo per scontato, vuole tanto, anzi vuole di più. questa trasformazione, oggi individuata in termini di consumismo, rilascia un effetto placebo, a livello visivo e fisico si esce dal ristorante di sushi che si scoppia. Ci si torna ogni sabato, con la fidanzata o una ragazza che hai appena conosciuto. Si ordina tutto dal menu per vedere di che si tratta e ci si abbuffa. Mi chiedo in quanti sappiano mangiare il sushi, gustarlo, apprezzarlo, e se gli stessi di fronte a un ayce di cibo italiano in Giappone gestito magari da francesi si abbufferebbero alla stessa maniera.

-Mi porti della pasta al pesto, della carbonara , delle orecchiette con le rape. Poi vorrei della pasta alla ricotta, un pezzo di parmigiana, della pizza di cipolle, una bistecca fiorentina , dei canederli e visto che tanto si tratta di brodo ci butti dentro anche i tortellini. Sembra una scena improbabile. O forse no. la differenza tra questo tipo di abbuffata e quella che ci si fa la domenica dalla nonna sta innanzitutto nel fatto che la nonna non chieda nulla in cambio, secondo nella logica e nell’equilibrio tra le portate, nello studio che c’è dietro il pranzo.

Il rischio e la soluzione

Il rischio è palese. il 15 marzo in tutta Italia si manifesterà per l’ambiente. Comprensibile è che i danni all’ambiente siano provocati dalla somma di tutte queste forme di consumismo. Per le comodità di oggi non avremo risorse domani. Il rischio è chiaro e bisognerebbe tagliare su ogni forma di spreco. Ciò non significa eliminare il sushi o pagarlo venti euro al pezzo ma riscoprirne il significato. L’essenza per valorizzarlo e così con ogni cosa di cui ad oggi ci serviamo senza controllo. L’ayce dopo questo discorso sembrerà una cosa meno semplice o leggera ma continuerà ad attrarre me come voi. Se ci lasciamo tentare accade che poiché il mercato propone ma fondamentalmente si basa sulla domanda, neanche la morte e la distruzione della terra potranno fermare i sushi all you can eat. Per intenderci non ho niente contro il sushi,anzi mi piace da morire, né contro i ristoratori che offrono l’ayce, alla fine se funziona è uno svantaggio non usufruirne. Credo però che questa sia una metafora perfetta per identificare cosa possiamo migliorare di noi stessi. Non solo nel caso del sushi ma in qualsiasi contesto simile.

Globalizzazione come standardizzazione del sogno americano frainteso e contromisure

Alla domanda, se sia la nostra cultura che dà origine a quella americana o se sia quella americana a influenzare la nostra, la risposta sarebbe da individuare in futuro, sulla base di quanto nel nostro processo autonomo e indipendente di transculturazione come italiani o meglio europei vogliamo fare nostro. In base ai principi che vogliamo esportare. Gli olandesi applicarono il manico alle tazzine diceramica da tè cinesi rivoluzionando il concetto stesso di tè, che poté essere consumato caldo. Gli americani ma precisamente il capitalismo ha reinventato il sushi come prodotto di valore in quantità ed estetica e non per sua qualità. Noi europei potremmo mettere dei freni al consumismo sfrenato e suicida. La soluzione è filtrare, non prendere per assoluti i modelli americani ma discuterli, criticarli, riadattarli alla società che domani vorremmo essere. La stessa differenza intercorre tra l’imitare gli stili americani musicali e adattare al contesto sociale e giovanile vero lo stile musicale proposto dagli americani. Per ora la prima modalità ai consumatori basta. Ai cittadini del mondo non può.

 

 

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