A partire dal 14 Settembre è entrato in vigore il nuovo decreto legislativo 140, che va a riformare le modalità di acquisto e possesso di armi. Nonostante esso sia nato per rispettare alcune direttive da Bruxelles, il suo impatto effettivo e possibilmente dannoso è quello di rendere più permissivi alcuni aspetti del porto d’armi, rispetto alle norme precedenti. E se le altre Nazioni che sono già passate attraverso questo processo possono insegnarci qualcosa, è proprio che gli effetti di una progressiva liberalizzazione possono celare più rischi che benefici.

I contenuti del decreto

I punti di maggiore rilievo della nuova normativa, come riportato dal Corriere della Sera, sono:

  • La denuncia di detenzione può adesso essere inviata alle forze dell’ordine tramite posta elettronica certificata, senza dover più avvisare i propri conviventi maggiorenni
  • I modelli acquistabili per uso sportivo, tra cui fucili d’assalto, passano da 6 a 12
  • La categoria dei tiratori sportivi comprende da ora, oltre ai già precedentemente inclusi iscritti alle Federazioni Coni, anche i membri delle sezioni del Tiro a Segno Nazionale, altre associazioni dilettantistiche affiliate al Coni e a poligoni privati
  • Le munizioni conservabili nei caricatori passano da 15 a 20 colpi (per le armi corte), e da 5 a 10 colpi (per le armi lunghe)
  • Per il cittadino comune detentore del porto d’armi, le certificazioni mediche relative possono essere rilasciate anche da medici in congedo o in quiescenza, sulla falsariga di quanto avviene per le patenti di guida

Le motivazioni dietro i cambiamenti

Sebbene, come affermato sopra, la ragione manifesta della riforma sia dovuta a una direttiva europea, la 853/2017, nata con il fine anti-terrostico di contrastare il commercio illegale di armi, alcune circostanze sollevano diversi dubbi circa eventuali altre ragioni che potrebbero avere influenzato il governo. Salvini è certamente tra i maggiori sostenitori di una politica più permessiva per quanto riguarda la difesa personale e il possesso di armi. Non appare, così, sorprendente quanto sottolineato da diverse testate: in piena campagna elettorale, l’attuale Ministro dell’Interno avrebbe stretto un accordo con il Comitato Diretta 477 durante l’Hit Show di Vicenza (una fiera indirizzata agli entusiasti di armi e caccia). L’associazione coinvolta nell’accordo dichiara di impegnarsi a favore della “tutela dei diritti dei cittadini che detengono legalmente armi per sport, caccia, collezionismo e difesa”. Anche se quest’ultima sembra aver provato a contattare partiti politici di qualunque orientamento, il leader della Lega è l’unico ad aver accolto tali richieste e sembra intenzionato a mantenere quanto promesso. Bisogna prendere in considerazione, oltre a ciò, l’influenza che il commercio e l’esportazioni di armi posseggono nel nostro Paese, andando a contribuire a circa lo 0,7% del PIL. Sembra, insomma, che il decreto legislativo possa essere interpretato più come una generosa concessione alla lobby delle armi nazionale, piuttosto che una risposta alle esigenze di sportivi e confederazioni agonistiche.

Fonte di protezione o facilitazione della violenza?

Uno dei cavalli di battaglia dei sostenitori di una libera circolazione e possesso di armi, qui come all’estero, è quello della sicurezza. I dati statistici sembrano confermare proprio il contrario. Infatti, stando a quanto dichiarato da Giorgio Beretta, ricercatore per l’Osservatorio permanente sulle armi leggere e politiche di sicurezza e difesa (Opal) di Brescia: “Oggi in Italia il numero di omicidi causati da armi da fuoco legalmente detenute (più di 45 nel 2017) supera ampiamente quelli, effettuati con ogni strumento, per furti o rapine (19 secondo Istat) e i numeri sono molto vicini al numero di omicidi di mafia (48).” Oltretutto, sembra che pistole e fucili legali non vadano realmente a ridurre i guadagni che le associazioni criminali traggono dal mercato nero. I controlli effettuati dallo Stato possono tentare di limitare i danni, ma non possono radicalmente cambiare la natura di strumento mortale, che è quella di qualsiasi arma da fuoco.

Proiettili contro gli innocenti

Oltretutto, a pagare il prezzo della liberalizzazione con la propria vita sono molto spesso le categorie già socialmente più deboli, come le donne, i bambini e le etnie minoritarie. Perfino il mito, che riguarda le tristemente diffuse stragi di massa, del tiratore solitario e squilibrato pare un capro espitorio dannoso; nella maggior parte dei casi, a compiere questi atti folli è una persona benestante, privilegiata e stimata dalla propria comunità. Chi soffre di malattie mentali è molto più probabile che sia la vittima, piuttosto che il carnefice. Va anche sottolineato come gli omicidi legati al fenomeno siano assai frequentemente commessi all’interno degli stessi gruppi familiari in cui l’arma da fuoco legale è detenuta. Appare, a questo punto, ancora più irrealistica e dannosa la fantasia del giustiziere armato in grado di opporsi alle azioni violente e ad aiutare le forze dell’ordine, quando le armi dei privati si sono dimostrate, tante volte, solo un intralcio, se non una minaccia, alle operazioni e delle forze dell’ordine (e anche queste ultime non sono immuni al fascino del potere offensivo offerto dalle armi, si vedano tutti i casi di police brutality). E sono perlopiù i vulnerabili a cadere a causa dei proiettili. L’esempio dell’America, anche se ancora lontano dalla situazione italiana, dovrebbe fornirci sufficienti spunti di riflessione. Maggiore è la diffusione, anche se regolamentata, di armi da fuoco e maggiori sono le probabilità che esse vadano a cadere nelle mani sbagliate, e non sempre è possibile prevedere attraverso i controlli quali esse siano. In conclusione, l’argomentazione secondo la quale “non bisognerebbe incolpare lo strumento, ma la persona che ne fa uso” perde di valore di fronte all’evidenza del fatto che le armi sono create appositamente per fare del male, e quindi il loro propagarsi, specie se permissivo, non può che aggiungere vittime a una lista già fin troppo lunga per qualsiasi società che voglia foggiarsi di “civiltà”.

Giulia Onorati