Si accende il proiettore, si spengono le luci, sequenze di immagini cominciano a disegnarsi sullo schermo ed ecco che la mente vola via, come separata dal corpo, in un mondo simile al nostro ma in cui tutto è possibile. Il significato di schermo è “scudo”, perché come tale ci protegge da tutto ciò che è intrappolato nella pellicola. Ci rende osservatori ma allo stesso tempo partecipanti, inermi di fronte a ciò che abbiamo davanti e questo alle volte ci dona sollievo, altre, ci impaurisce. L’impotenza è la può tramutarsi in una rassicurante autorizzazione all’ozio, così come in un angosciante terrore del divenire. Impotenza è il termine adatto a descrivere Animali Notturni, l’ultimo film di Tom Ford, un capolavoro dalle tinte thriller-noir che facilmente si presta ad un’analisi filosofica.

Susan e Edward

In mezzo al districo di trame che si intrecciano e si confondono in un panorama sempre cupo  si distinguono tre diversi filoni narrativi. Il primo e fondamentale narra la storia di Susan ed Edward, una coppia di innamorati molto differenti l’uno dall’altra. Lei è dotata di un cinismo senza eguali, diffidente dai sentimenti forti, dall’astrazione e dal fantasticare che invece caratterizza Edward. Il paradosso sta nel fatto che entrambi sono artisti: l’una una gallerista, l’altro uno scrittore. È proprio sulla base delle differenze caratteriali che Susan decide di lasciare Edward, nella consapevolezza di essere troppo materialista per poterlo comprendere. Oltre al danno si aggiunge la beffa, quando dopo essersi nuovamente fidanzata, decide di abortire il figlio di Edward, il quale venendolo a sapere rimane profondamente sconvolto.

Lo scritto

Il secondo filone si rifà al presente di Susan, in cui dopo vent’anni di matrimonio, viene a scoprire dei tradimenti del nuovo marito. Allo stesso tempo le viene recapitato un pacco da Edward, contenente il suo ultimo manoscritto che lo scrittore prega di leggere quanto prima. Inizia così l’immersione più totale dell’artista in un mondo simbolico, crudele e sanguinolento. Qui padre, madre e figlia, affrontano un viaggio in auto  in una strada deserta che li porterà a destinazione. Lungo la tratta però vengono fermati da un gruppo di malintenzionati. Il padre, di nome Tony oppone ben poca resistenza agli avventori, i quali rapiranno le due donne stuprandole ed uccidendole. Dopo mille peripezie, Tony riesce a ritrovare gli assassini, aiutato da un detective prossimo alla pensione. Per più volte se li lascia sfuggire, impaurito e confuso, nel dubbio che la vendetta sia la cosa giusta da fare. Infine, prendendo forza, Tony riesce ad uccidere tutti gli assassini, ma nel farlo perde anch’egli la vita.

Nella mente di Susan si disegnano così i significati nascosti dietro ogni evento e personaggio. Il debole Tony, alter-ego di Edward nel racconto viene privato di sua moglie e sua figlia, personificazioni dell’amore per Susan e del bambino mai nato. Per esclusione lo stupratore non può che coincidere con Susan stessa, la quale immense sofferenze ha regalato all’ex-marito. Pentita di aver ottenuto un ruolo tanto atroce nella vita dello scrittore, Susan gli chiede di uscire per parlarne. Dopo essersi dati appuntamenti in un ristorante, la donna aspetta invano per l’intera notte l’arrivo di Edward. Non giungerà mai, portando così a termine la sua elegante vendetta.

L’arte, da Platone a Schopernhauer

Di astrazione parlava Platone. Per lui tutto ci di cui si aveva esperienza sensibile altro non era che una proiezione imperfetta di idee più alte e sublimi. Ogni caratteristica della perfezione veniva copiata ed incollata nel nostro mondo, succube dello scorrere del tempo. Allo stesso modo, l’arte altro non era che la rappresentazione di una rappresentazione. Se il mondo reale era una pallida copia del divino, così una poesia costituiva la trasposizione di questa copia su carta. Un qualcosa di altamente più imperfetto insomma, doppiamente privato della perfezione. Di questo passo è lecito dunque incappare nel pensiero della sua antitesi: Aristotele. Sgominata la teoria delle idee di Platone, troppo ambigua e semplicistica, lo Stagirita proponeva una visione dell’arte meno complessa: essa è solamente la rappresentazione del reale e pertanto nulla c’è di male nella sua rappresentazione. Anzi, essa funge in qualche maniera da mezzo di comunicazione tra gli uomini.

Schopenhauer, in un’epoca molto più prossima alla nostra si scagliava a favore dell’arte proprio considerandola in qualche modo un ponte tra la sofferenza di diversi individui. Se la vita si alterna tra dolore e noia, ognuno non può che essere concentrato su sé stesso e ciò definisce l’uomo come un essere la cui essenza è puramente egoista. Esiste tuttavia la possibilità che questo egocentrismo si indebolisca a causa della compassione, il più generoso tra i sentimenti umani. Attraverso la compassione gli uomini possono immedesimarsi nel dolore altrui, comprendersi e pienamente comunicare. L’arte diviene così un potente mezzo di comunicazione. Tramite lo scritto di Edward, Susan prova compassione sia per lui che per sé stessa, instaurando tramite l’opera un legame talmente profondo che mai era riuscita ad eguagliarsi nella realtà.

La vendetta più crudele

Susan, abituata a vivere in un mondo pragmatico, razionale e materiale, lo vede dissolversi in un turbinio di simboli e astrazioni. Laddove prima un’opera d’arte era né più né meno che un bel quadro, il matrimonio sanciva un’unione sacra ed inviolabile ed il contenuto di un libro rimaneva racchiuso nello stesso, ora i ritratti cominciano ad avere valore simbolico, il legame con il suo secondo marito viene spezzato da un gesto ipocrita ed il libro di Edward attanaglia ogni minuto della sua quotidianità.

Qui sta il potere prorompente dell’astrazione: un messaggio che proietta da chissà dove chissà quali sentimenti, che obbliga alla passività e che quindi rende impotenti. E se l’arte per Edward è una contemplazione positiva dello scritto, per Susan si trasforma in orride visioni, alle quali lei non può sottrarsi. Non può evitare la potenza dei simboli racchiusi dai quadri: un dipinto rappresentante la vendetta, prima completamente ignorato, ha ora su di lei un potere lacerante, che rimanda direttamente alle sue colpe. Riavere la fedeltà del marito le è impossibile, perché troppo distante sia fisicamente che psicologicamente per poter tornare da lei. Non può opporsi alla vendetta di Edward. Quell’inchiostro su carta si proietta direttamente nella sua mente.

Ovunque lei vada e per quanto lei possa cercare redenzione tramite i gesti, non vi è via di scampo dal contrappasso. Ed ecco che subito si ritrova abbandonata in un ristorante, aspettando invano che succeda qualcosa, nell’impotenza più totale.

Willard Zanini

 

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