«Un tempo pensavo che questo fosse l’inizio della storia, siamo così limitati dal tempo e dal suo ordine: ma ora non so più se credo che esista un inizio e una fine. Ci sono giorni che determinano la tua storia al di là della tua vita, come il giorno in cui arrivarono». Queste sono le primissime parole del film. A parlare è Louise, la protagonista, e l’arrivo in questione è quello di dodici enormi monoliti alieni sospesi per aria in differenti Paesi. La trama si sviluppa dunque a partire da un principale obiettivo: quello di comprendere qual è lo scopo del loro approdo sul nostro pianeta, cosa cercano, da dove vengono, cosa vogliono. Per avere la possibilità di comprendere e poter comunicare con gli alieni, il governo degli Stati Uniti si rivolge proprio a Louise, linguista di fama internazionale, che proverà ad instaurare un rapporto con queste entità sovrasensibili, delle quali non si conosce assolutamente nulla (vengono chiamati “Eptapodi” vista la struttura fisica).

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Louise dovrà cercare di scardinare le barriere delle regole del linguaggio alieno: una difficilissima missione, che possiede però tutti i caratteri di un “gioco”. Esiste infatti un particolare modo di “giocare”, quello linguistico, secondo la teoria del filosofo austriaco Ludwig Wittgenstein. Questo giocare è il terreno in cui i parlanti/giocanti generano senso. Ma dove c’è un qualsiasi gioco c’è anche una regola. La regola che fonda il gioco linguistico è la grammatica sottesa a esso, che definisce le “mosse” lecite, circoscrivendo la sfera di sensatezza del gioco. Wittgensteinianamente, “inventare un linguaggio significa costruire un linguaggio. Fissarne le regole. Redigerne la grammatica”. Gli intensi mesi di lavoro di Louise svelano però che non c’è nessuna corrispondenza tra ciò che un eptapodo scrive e ciò che un eptapodo dice: la loro scrittura è semasiografica, veicola cioè un significato, non rappresenta un suono, e, a differenza del linguaggio umano, i loro logogrammi sono svincolati dal tempo: la loro lingua scritta non ha una direzione in avanti o indietro. Sarebbe come il voler scrivere una frase con due mani a partire da entrambi i lati: sarebbe necessario conoscere ogni parola da utilizzare, oltre all’esatto spazio occupato da essa.

Immagine correlataCosì a Louise si pone un nuovo quesito: è così che pensano? Di qui, la svolta. Comprendendo appieno la lingua aliena, infatti, la donna assorbe la loro concezione palindromica del tempo, avendo così delle visioni riguardanti il proprio futuro.

 

La casa dell’Essere

Il film si rifà esplicitamente alla teoria di Sapir-Whorf, secondo la quale si considera la lingua che parliamo come determinante per il modo in cui pensiamo ed il modo in cui vediamo il mondo. La nostra lingua plasma i nostri processi mentali, determina o limita le idee che potremmo avere e i pensieri che potremmo pensare. Il celebre filosofo novecentesco, Martin Heidegger, nella “Lettera sull’umanismo” parlerà del linguaggio come “casa dell’Essere”, dove quest’ultimo può cioè manifestarsi. In questo modo imparare una particolare lingua può letteralmente modificare i nostri stati mentali, idee e pensieri; ed è esattamente quello che accade alla nostra protagonista.

Risultati immagini per tempo circolare

Il linguaggio degli Eptapodi è circolare, senza direzioni e ordine di lettura. Passato e futuro equivalgono al presente, tutto coesiste contemporaneamente nella mente del soggetto. Ed è a questo punto che il grande guscio fantascientifico che ha coperto quasi l’intera stesura del film inizia a creparsi fino a rompersi definitivamente, permettendo alla vera questione della vicenda di emergere: “Se potessi vedere la tua vita dall’inizio alla fine, cambieresti qualcosa?”. La nostra protagonista ci dà una risposta, una risposta che ognuno di noi dovrebbe prendere e mettere da parte: “Nonostante conosca il cammino e la sua destinazione, io lo accolgo e ne amo ogni attimo”.

 

Oltre il Velo di Maya  

L’Esserci deve, nel suo stesso essere, divenire, cioè essere ciò che non è ancora”. Sì, è proprio tramite Heidegger, per quanto assurdo possa sembrare spiegare un film di fantascienza attraverso “Essere e Tempo”, che si può arrivare al cuore della “morale” di Arrival: vedere ciò che deve ancora accadere e, in base a ciò, agire nel presente, o, in parole più povere, imparare ad essere consapevoli.

Risultati immagini per arrivalConsapevoli di essere la continua mancanza di noi stessi. La mancanza ci appartiene. “L’uomo, appena nato, è già abbastanza vecchio per morire”. Per qualcuno queste considerazione del filosofo tedesco potrebbero suonare strane o estremamente pessimiste. Eppure, ciò che ci completa veramente è proprio il fatto che un giorno finiremo. Ovunque ci rechiamo, siamo sempre nell’anticamera dell’ufficio della bieca mietitrice: ciò non può che generare angoscia. Del resto, la morte ci sovrasta, incombendo in ogni momento della nostra esistenza. Eppure, essere consapevoli che noi esistiamo per morire impedisce, spiega Heidegger, di vivere anestetizzati dall’indifferenza. Ognuno di noi è “Essere-per-la-morte”, solo chi ne è consapevole però vive nel rispetto più ampio della sua esistenza. Denis Villeneuve ingloba pienamente questo concetto, lo fa suo stilisticamente e lo fa ruotare tra le meccaniche di un tempo che trascende le nozioni di passato, presente e futuro. L’autenticità del vivere della protagonista risiede proprio nel riflesso della morte: la pienezza, anche in questo caso, si forgia attraverso la coscienza dell’essere finitamente immersi nel tempo, arrivando così a sfiorare la forma più pura di ciò che chiamiamo banalmente gioia o libertà. La maggiore consapevolezza di quella “benedizione/maledizione” che ci è invidiata dagli dei immortali, ossia la fine, le fa vivere con estremo sentimento quell’istante. “Solo grazie alla morte la nostra vita ci serve ad esprimerci” scriveva Pasolini: pensare la morte e la sua non-esistenza vuol dire trascinarla nel campo dell’oggettività, estraniarla e allo stesso tempo fagocitarla definitivamente. Vuol dire nutrirsi di essa e realizzare appieno il percorso verso di essa, agendo pienamente per qualcosa che abbia davvero valore. Che serva davvero un incontro del quarto tipo per imparare a vivere oltre il “Velo di Maya”?

Tommaso Ropelato

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