Venerdì 15 marzo, si è tenuto lo sciopero globale per il futuro climatico del pianeta, indetto in questo giorno grazie a Greta Thunberg, la quale ogni venerdì manifestava di fronte al Parlamento svedese durante l’orario scolastico con lo slogan “Skolstrejk för klimatet” (Sciopero della scuola per il clima). Il coraggio di questa ragazzina, ma soprattutto il suo linguaggio chiaro e diretto, ci fa sentire tutti un po’ colpevoli, ma allo stesso tempo ci invita tutti quanti a fare qualcosa. Thunberg rivolge un’aspra critica nei confronti dei politici che ci governano, avvertendoli del fatto che quando le nuove generazioni saranno giunte al potere, sarà ormai troppo tardi per salvare il pianeta e invitandoli a muoversi ora, anzi, al più presto possibile. Tuttavia il suo messaggio si rivolge a una platea molto più ampia, è diretto infatti a tutti gli individui. “Abbiamo certamente bisogno di speranza, ma l’unica cosa di cui abbiamo bisogno più della speranza, è l’azione”. Queste le parole di Thunberg, che cerca di convincerci a non restare con le mani in mano affascinati dai suoi brillanti discorsi, ma pretende che noi tutti, con impegno, mettessimo da parte le nostre comodità per un bene più prezioso, quello del benessere del pianeta.

Cosa si intende per azione collettiva?

Dare una definizione precisa di azione collettiva è molto difficile, ma il sociologo Mario Diani ne dà una versione molto interessante. Partendo dalla densità delle reti inter-organizzative, delinea infatti 4 tipi di azione collettiva, diversi fra loro ma allo stesso tempo correlati. Parla dunque di movimento sociale, che si basa sulla protesta e nel quale gli attori condividono una specifica identità collettiva e sviluppano orientamenti e relazioni conflittuali nei confronti di altri attori; parla di organizzazione, nella quale è presente una rigidità organizzativa, una struttura fortemente gerarchizzata e livelli più elevati di controllo sociale sugli aderenti; parla di coalizione, che è ispirata da una logica prevalentemente strumentale e priva di omogeneità degli attori, i quali condividono una medesima agenda, ma non sono uniti da legami d’identificazione né solidarietà; e infine parla di comunità, caratterizzata da reti di collaborazione poco dense, dove le relazioni e l’identità sono costruite attraverso la partecipazione ad attività culturali e solidaristiche. Se però è vero che teoricamente è possibile ben identificare queste quattro categorie, lo stesso Diani afferma che “ogni episodio (movimenti ambientalisti, solidaristi, dei disabili et cetera) non è riconducibile a alcun tipo puro, ma può essere letto dal punto di vista delle interazioni, di natura mutevole, fra i vari processi”, affermando dunque che nella pratica è più difficile inquadrare un “episodio” e che è necessario indagare i tipi di relazioni fra gli attori per capirlo appieno.

Azione conflittuale e azione consensuale

L’azione collettiva non si differenzia solo per la sua struttura, ma presenta delle differenze anche per quanto riguarda il fine. In particolare Diani distingue due casi: l’azione conflittuale, dove si identificano specifici soggetti come responsabili della situazione su cui ci si mobilità, e l’azione consensuale, nella quale vengono mobilitate risorse verso la soluzione di problemi collettivi di vasta portata, senza esprimere specifici orientamenti conflittuali. In particolare, per quanto riguarda l’ultimo dei due casi, si centralizza il focus su carenze umane in senso generale, come ad esempio l’irrazionalità dei comportamenti o la mancanza di informazioni adeguate. Ricollegandoci al global strike for future, è facile notare che l’azione collettiva in questione è riconducibile ad entrambi i tipi: è un’azione conflittuale in quanto Thunberg rivolge una precisa accusa ai governanti odierni, per la loro immobilità riguardo al tema, e allo stesso tempo è un’azione consensuale in quanto è un messaggio a sostegno di un problema che riguarda tutti noi, invitandoci a fare qualcosa di effettivo.

Pietro Salciarini

 

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