Da una parte, un topo che si avvia a essere il più famoso roditore del pianeta. Dall’altra, un insospettabile Walter Benjamin, intellettuale organico, mite e fragile, alla prese con la faticosa convivenza tra Marxismo e contemporaneità. In mezzo, le rotative spietate della storia degli anni ’30. Alle spalle e nella testa, l’urlo strozzato di una generazione sacrificata per la Patria nella terra di nessuno. Ne esce un brutale ritratto di una natura viva e apparentemente antropica ma Mickey Mouse appare a Benjamin il vertice dell’evoluzione della nostra specie umana, pur avendone sempre meno elementi. Al piccolo topo in brache è affidato il compito di nocchiero nella traversata transumanista: con lui, la nostra civiltà si prepara a sopravvivere alla de-civilizzazione dalla modernità capitalistica e alla perdita della centralità dell’individuo razionale tratteggiata a partire dall’Illuminismo. Si tratta di un’imprevista e sincera risposta allo smarrimento della società borghese, sconquassata dalla Grande Guerra. I corti di un insospettabile topo fischiettante preparano la civiltà al suo superamento. Il corpo di Topolino è allineato alla liquidità della società in arrivo: dinamico, flessibile ed elastico, fatto di parti intercambiabili. Quello che si agita davanti agli occhiali tondi di Benjamin è  il topo dei primordi, ancora ingenuo, fiabesco, grottesco, sospeso in quell’atmosfera senza tempo e senza pretese di verosimiglianza, indistruttibile, modulare. Il suo mondo è frammentato, incalzante, con cambi di prospettiva spiazzanti. Siccome ogni movimento di macchina è una questione di morale, il mondo  così evocato è metamorfico e a mette in dubbio il confine tra vivente e non vivente. In questo orizzonte che galleggia tra le dimensioni vediamo una salvezza, dal conto salato (d’ora in poi non servirà più fare esperienze) e dalla faccia dura. Il primo Mickey porta per mano l’America fuori dalla Grande Depressione, incarna davvero il corpo di una nazione che si appresta a entrare in una nuova epoca. Dietro ai tratti del suo corpo mistico, risiede la mutazione di un’intera specie? Possiamo leggere in Topolino la fenomenologia di un’umanità in fuga da se stessa? Nel cuore nero di un’altra generazione mandata al massacro, dopo una manciata di anni, in una giungla (esistenziale e fisica), nell’umido e letale Vietnam, che cosa intonano i soldati di Full Metal Jacket?

 

Topolin, Topolin, viva Topolin

Micky Maus debutta a Berlino nel 1930. Piace tantissimo quel rivolo di inchiostro nero. Movimenti sincopati, musica viva e un’inarrivabile maestria nell’accordare gli uni con l’altra: quel topo danzante addolcisce e diverte, regalando un’ora d’aria alle laboriose masse dei lavoratori. A maggio inoltrato, anche nella tetragona Repubblica di Weimar, oltre al tiepido sole della primavera tedesca, si alzava l’isteria collettiva per Micky. L’inerzia nera della malattia mortale tedesca arriverà solo a macchiarne la marcia trionfale. E’ un topo (e topi per estensione saranno le razze inferiori), è sudicio, è feccia, è testa di ponte dell’invasione culturale della degenerata plutocraziagiudaica– americana. Basta simboli miserabili, se proprio i giovani voglio indossare qualcosa, che indossino la svastica. Ma erano voci fuori dal capitolo. A ben guardare, quel topolino prometteva estasi e abbandono, fuga e anarchia, orge di musica e ammucchiate di libertà: i primi passi del decennio peggiore del Novecento vedono allineati élite e popolo nell’incondizionata stima verso la creatura di Walt Disney. Polarmente opposti per scelte politiche e scelte filmiche, tanto Sergei Ėjzenštejn quanto Leni Riefenstahl (Disney fu uno dei pochi ad Hollywood ad accogliere la madre dell’estetica del Reich in cerca di un distributore per il cosmogonico Olympia) ne sono positivamente colpiti. Il padre nobile della cinematografia sovietica riconosce una sgasata del cartone animato verso un topos caro all’umanità: la natura viva e cangiante, il corpo semplificato, i tratti neotenici, le storie nonsense  esigono potenti risposte emotive e inconsce, in grado di evocare un contatto aurorale con la matrice originaria dell’umano.

Uomini e topi

Di Topolino, Benjamin scrive pochi appunti che ci autorizzano però a immaginare l’approccio di un uomo così dotto e così affilato a un argomento dolorosamente pop. Ha visto The Gallopin’ Gaucho e la scena seduttiva e spiazzante del ballo di Mickey e Minnie, dove i corpi e le cose si seguono, si intrecciano, si annodano, si allungano. In pratica, mutano.

Con una sintesi felice, Benjamin rileva che il topo incarna il realismo della modernità, che però non ha più nulla di naturale (e di umano). Il baratro scavato nelle coscienze europee dopo la Prima Guerra Mondiale costringe gli uomini che hanno avuto la sola colpa di sopravvivere a fare i conti con l’inumano: il corpo smette di appartenerci. Ne abbiamo sembrato ogni parte. Ne abbiamo svenduto ogni parte. Ci è alieno. Smarriamo l’unità del corpo in esistenze superficiali, ripetute, meccanizzate, in ambienti dove si fatica a intuire dove finisce l’organico e inizia il meccanico, dove la coscienza diventa gesto, dove l’uomo diventa “atto amministrativo d’ufficio“. Certamente, questa fluidità ingenua che vediamo sullo schermo non aiuta. Lo vedrà solo lui, ma è di certo una singolarità nella società borghese. A ballare è anche l’identità di genere e la voce in falsetto che lo stesso Disney regala a Topolino lascia galleggiare l’ambiguità. Si rompono i legami antropocentrici che impostano la gerarchia delle creature, tradendo l’ideale classico di uomo e anche quello oltreuomo nietzschiano, tornato con prepotenza dall’oblio degli archivi.

Ridere come solo senza polmoni si potrebbe ridere

L’analisi di Benjamin deve molto alla lettura di Ėjzenštejn quando rimarca la regressione inconscia che le forme semplicissime della testa di Topolino (tre cerchi, facili da riprodurre a casa, facilissimi da animare) evocano.

Condividono un mondo alieno, perché uscito da sé: per Benjamin è una liberazione colossale, un universo dove le gerarchie e la dialettica sociale si con-fondono, dove lavoro e gioco, servo e padrone (guardate Topolino con il cavallo o con la locomotiva) finalmente si sopprimono a vicenda. La macchina è viva, il vivente ha scatti meccanici. Questo mondo suona note incomprensibili ai borghesi, ha profonde connessioni con l’Umanesimo esistenzialista di Sartre, può tornare a produrre un minimo senso nell’atto dell’esistenza. Se la Guerra ha divorato la modernità e l’umanità, questo nuovo orizzonte transumano restituisce valore al tempo e validità alle scelte. Non dimentichiamoci però che è del tutto cambiato il campo di gioco. E le regole sono impazzite. Topi (e cani e cavalli e gatti e paperi, un sacco di paperi) parlanti: è il modo paradossale di “mobilitazione morale” della natura.  E’ fondamentale dunque che Topolino sia un personaggio comico e che i suoi film facciano ridere: la cosmologia di questa società ibridata strappa risate, anche se cariche di incombenze (sta a noi ripensare alla natura, uscendo dal meccanicismo della società borghese, reinventando la nostra relazione con l’ambiente). Davvero, si ride di una vecchia umanità silly (sciocca) e kitch perchè quella in arrivo fa ancora più paura. Ride amaro l’uomo che si prepara, oggi, sopravvivere alla cultura. Quella postumanità che più tardi si affollerà nella sua ricerca di Barbari e di Inumani è ampiamente predetta dall’ineffabile, piccolo topo.

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