La cultura giapponese del lavoro è così intensa che negli anni Settanta è stato coniato un termine per indicare tutte le vittime mietute da questo stile di vita: Karoshi. I ritmi lavorativi del Giappone, nati dopo la Seconda Guerra Mondiale, sono stati fonte di rinascita e di decadenza allo stesso tempo: la vita dei lavoratori è ormai deprimente e le aziende non guadagnano abbastanza per garantire i salari e i benefici di un tempo. Non ne vale più la pena: il Giappone è pronto per il cambiamento? 

Il fenomeno sociale del Karoshi.

Karoshi è il termine giapponese per indicare il fenomeno molto diffuso dei decessi provocati dal troppo lavoro. Può essere ricondotto ad attacchi di cuore provocati da ansia e stress oppure al suicidio come nel caso della giovane Matsuri Takahsi, morta nel 2015. Dopo un lungo processo la società per cui lavorava è stata costretta a versare un ingente risarcimento alla famiglia della donna. Il tribunale ha ritenuto che le cause della sua morte fossero strettamente legate alle condizioni di lavoro invivibili: più di cento ore di straordinari al mese l’avevano fatta cadere in una forte depressione che l’ha condotta al gesto estremo. Questo caso, purtroppo, non è isolato: il termine Karoshi appare per la prima volta nei documenti del Ministero della salute nel 1987, quando i risvolti dei ritmi lavorativi iniziavano già a destare preoccupazione. Nel 2016 è stato riscontrato il numero più alto di ricorsi giuridici: ben 1556 casi ed il Karoshi è riconosciuto tra le più numerose cause di morte nel paese, surclassato solo dal cancro e dagli incidenti automobilistici.

La madre di Matsuri Takashi commemora la figlia, vittima di Karoshi.

Le cause della sindrome del superlavoro.

Il sistema lavorativo giapponese nasce al tramonto della Seconda Guerra Mondiale: gli uomini dimettono i panni di soldati per indossare quelli di esemplari impiegati d’ufficio. Durante i primi anni Cinquanta, il Primo ministro Shigeru Yoshida aveva chiesto alle aziende più importanti di offrire ai dipendenti un posto di lavoro a vita in cambio della loro assoluta fedeltà. Ecco la ricetta della rinascita economica: i salariati sono sono stati assoldati tra le fila dell’assalto del miracolo economico giapponese. In cambio della lealtà assoluta i dipendenti ottenevano benefici ed aumenti, i legami lavorativi erano spesso più solidi di quelli familiari e legati alla sfera personale. Uomini trasformati in macchine da guerra, disposti a tutto pur di portare in alto i valori della propria cultura: rispetto, dedizione, impegno, assoluta fedeltà. Il tutto canalizzato in un unico obiettivo: la produttività. Solo un decennio dopo la riforma di Yroshida si sono verificati i primi casi di Karoshi, inizialmente appellati come morti professionali improvvise. I lavoratori sottoponevano la loro immortale fedeltà a limiti estremi. E’ il frutto del codice morale feudale nipponico, non scritto, ma trasmesso oralmente e riconosciuto in tutto il paese: lealtà, rettitudine, dignità e rispetto appartengono indissolubilmente all’individuo e  mai vi si dovrebbe rinunciare, nemmeno a costo della morte.

Metropolitane e treni giapponesi colmi di lavoratori che, avendo a malapena il tempo di tornare a casa, si coricano dove capita.

Lavoro e identità.

L’identità e definita come il complesso di dati personali caratteristi e fondamentali che consentono l’individuazione e garantiscono l’autenticità biografica del singolo. Alla creazione di questa concorrono diversi fattori tra cui l’influenza della famiglia, agenzia di trasmissione primaria, ed il lavoro. Siamo soliti presentarci agli altri mettendo in mostra la nostra occupazione, parte fondamentale del nostro biglietto da visita nell’agire sociale. Ecco perchè il lavoro non è solamente un fattore economico, ma anche un elemento rilevante nella definizione dell’identità personale. Ma, se il modello lavorativo nipponico tende ad eliminare la sfera personale dell’individuo e pretende la totale e completa dedizione solo per il proprio impiego, le personalità generate possono essere in qualche modo considerate acefale? Il dramma sociale vissuto da molti giapponesi è indice di una forma mentis scorretta che punta tutto sulla produttività dimenticando la salute dei propri lavoratori innescando un circolo vizioso che rende claudicanti l’uno e l’altro. Un impiegato infelice, stremato, senza possibiliità di crearsi o di vivere la propria esistenza fuori dalle mura di un ufficio non sarà mai produttivo e non potrà, per cause a lui esterne, dare sempre il meglio di sè. I presupposti per il cambiamento ci sono, ma come attuarlo realmente?

Shibuya crossing, Tokyo

In rotta verso il cambiamento: è possibile?

ll professore Koji Morioka, in un’intervista rilasciata al Washington Post, ha evidenziato il fatto che in Giappone le ore di straordinario sono considerate normali: non sono sempre imposte ed i lavoratori si sentono obbligati, a causa della loro ferrea moralità, ad adempierle. E’ un fenomeno profondamente radicato nella cultura, e nella mentalità ed è per questo che le diverse campagne di sensibilizzazione prodotte nel corso degli anni sono risultate poco efficaci, inoltre, le multe imposte alle aziende che abusano dei propri dipendenti sono irrisorie. Le modifiche volte a diminuire il numero di ore lavorative e a controllare l’azione dei lavoratori e dei loro supervisori non saranno mai efficaci se non accompagnate da un’azione più profonda e radicale, protesa a minare alle basi la parte malsana di una cultura dell’eccesso che da troppo tempo miete vittime che potrebbero essere risparmiate. Il Giappone è un paese affascinante e contraddittorio e forse proprio qui risiede il suo fascino: l’austerità pronunciata è controbilanciata da immagini della donna stereotipata ed offerta all’immaginario comune, in un anno vengono accumulati pochi minuti di ritardo in tutti i treni del paese e un ritardo di pochi minuti porta al risarcimento di un’intera ora di lavoro, lo stesso lavoro per cui troppo spesso si muore. Secondo il The Economist Il cambiamento sta arrivando, ma troppo lentamente, e non potremmo essere più d’accordo di così.

Maria Letizia Morotti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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