Gli animali preistorici non sono mai stati così vicini a noi. Di recente infatti un gruppo di ricercatori giapponesi della Kindai University ha riportato in vita delle cellule di mammut grazie alla tecnica della clonazione. Si tratta di una scoperta molto importante poiché questi animali, molto simili agli attuali elefanti, si sono estinti circa 3500 anni fa. Ciò fornisce un interessante spunto di riflessione sulla fauna preistorica e sulla sua evoluzione.

Mammut
I mammut sono molto simili agli elefanti asiatici

Dettagli dello studio

Le cellule utilizzate per la ricerca appartengono ad un esemplare vissuto 28000 anni fa in Siberia. L’individuo in questione si è mantenuto molto bene poiché era sepolto sotto uno strato di permafrost, permettendone una conservazione ottimale. Gli scienziati sono riusciti ad isolare le cellule dal midollo e dai muscoli del mammut, per poi trasferirle nell’ovocita di un topo. Il risveglio vero e proprio è avvenuto con una tecnica analoga a quella utilizzata per clonare la pecora Dolly. Nell’esperimento i ricercatori hanno ottenuto 88 nuclei, e così le cellule hanno iniziato a dare quei segnali di vita che precedono la divisione cellulare. L’attivazione completa però non è avvenuta, poiché i nuclei non erano del tutto integri.  Gli studiosi comunque sottolineano che la strada per un’eventuale clonazione dei mammut è ancora molto lunga e che l’obiettivo di questa ricerca riguarda le potenzialità di cellule molto antiche.

I mammut erano tipici dei climi più freddi

Caratteristiche e storia dei mammut

I mammut, comparsi circa 4,8 milioni di anni fa ed estinti circa 3500 anni fa, erano molto diffusi. I loro resti infatti sono stati trovati in quattro continenti: Europa, Asia, America del Nord e Africa. Proprio in quest’ultimo si colloca, secondo gli studiosi, la loro origine. Ciononostante, i mammut sono più vicini agli elefanti asiatici rispetto a quelli africani. Col tempo si svilupparono numerose specie di mammut di varie dimensioni a causa dell’isolamento geografico di zone come la Sardegna. Questi animali si estinsero per la maggior parte alla fine del Pleistocene, quindi circa 11700 anni fa. Solo i mammut nani dell’isola di Wrangel, nella Siberia Orientale, resistettero fino a circa 3500 anni fa. Le ragioni dell’estinzione non sono ancora del tutto chiare: le ipotesi principali comunque sono i cambiamenti climatici e la caccia da parte dell’uomo. Il dibattito in merito è tuttora aperto.

La tigre dai denti a sciabola è uno dei mammiferi preistorici più noti (fonte: Indiana University)

Non solo mammut: altri mammiferi preistorici di rilievo

Dopo l’estinzione dei dinosauri, avvenuta 65 milioni di anni fa, i mammiferi iniziarono a prendere piede. Tra questi è celebre la tigre dai denti a sciabola, che visse soprattutto nel Pleistocene. Nonostante il nome possa trarre in inganno, allo stato attuale il suo parente più stretto è il leopardo nebuloso. Tra gli erbivori invece oltre ai già citati mammut sono degni di nota il megaterio, affine ai bradipi e ai formichieri dei giorni nostri, e il brontoterio. Quest’ultimo era imparentato con i rinoceronti, a cui assomigliava, e più alla lontana con gli equini. È bene ricordare infatti che gli equini e i rinoceronti appartengono allo stesso ordine, ovvero i Perissodattili.

Tra gli uccelli preistorici il moa si estinse relativamente tardi (fonte: Pikaia)

Uccelli preistorici di rilievo: il moa neozelandese

Nelle ere passate vissero anche numerose specie di uccelli non più esistenti. Tra questi la più nota è probabilmente il moa neozelandese che poteva superare i 3 metri di altezza e pesare più di 200 chili. Nonostante fosse simile agli struzzi, il suo parente attuale più prossimo è il kiwi: ciò si nota dalla posizione della testa, orizzontale in entrambe le specie. La loro esistenza si è conclusa tra il 1300 e il 1500 a causa della caccia da parte dei maori. Essi infatti ne sfruttavano le piume, le uova e la carne. Date le dimensioni, i predatori naturali scarseggiavano. L’unica specie in grado di predare i moa era l’aquila di Haast: con un’apertura alare di quasi 3 metri e un peso di circa 15 chili, è la più grande aquila mai esistita. La fauna preistorica quindi si rivela sorprendente sotto tanti punti di vista.

Matteo Trombi

FONTEANSA
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