Nella bucolica ambientazione Cremasca e Bergamasca si consuma, nell’estate del 1983, la storia d’amore tra il giovane Elio, introverso amante della musica, e lo studente universitario d’oltreoceano Oliver. Il tesista americano offre lo spunto che funge da filo conduttore per gli splendidi 132 minuti della pellicola: Eraclito e l’aforisma del fiume. È così che la passionale e dolcemente amara storia tra i due si svolge in un continuo richiamo alla grecità: la bellezza, l’amore, l’arte, il desiderio, la storia fanno breccia nel cuore dello spettatore tanto quanto lo fanno i due protagonisti.

Eraclito: l’aforisma 22B12 come filo conduttore

La tesi del dottorato di Oliver, uno dei due amanti, è proprio sull’enigmatico filsosofo greco. Elio, spulciando tra i libri e gli appunti dell’amato si imbatte nel celebre aforisma 22B12 con il relativo commento:

Acque sempre diverse scorrono per coloro che s’immergono negli stessi fiumi. Lo scorrere del fiume non significa che tutto cambia e quindi non possiamo riviverlo, ma che alcune cose restano uguali solo attraverso il cambiamento.

Fonte: Panorama

Chiamami col tuo nome è una pellicola inzuppata d’acqua: l’elemento è presente dalle nuotate notturne all’emergere dell’anno statua di Venere dalle acque di Sirmione, un elementi che richiama Tiziano, Botticelli, Gustave Moreau. Il filo narrativo è percorso da questa metafora liquida: la scrosciante cascata delle colline bergamasche, verso la fine del film, si offre come immagine di un desiderio e di un sentimento ormai inarrestabili, come un fiume in piena e in contrasto con il pesce boccheggiante che Anchise, il tuttofare, mostra ad Elio all’inizio della pellicola. Il principio dell’aforisma di Eraclito ritorna nell’incessante ritornello di Oliver: a dopo, dove il futuro annunciato entra in un loop di ripetizione, crea un estetico deja-vu, richiama un desiderio che resta immobile, pur nello scorrere del tempo. Ed ecco, che negli ultimi minuti della trama, emerge l’elemento antitetico: il fuoco, la cocente delusione di Elio che fissa il suo ricordo di fronte al camino.

Le statue greche ed il corpo: filologia ed archeologia del desiderio

Richiami all’antichità classica emergono in continuazione durante lo scorrere del film: la Grecia è simboleggiata innanzitutto dalle statue di Prassitele, le cui copie sono osservate, toccate, ammirate e quasi venerate. Sugli attraenti corpi di marmo e bronzo si incontrano gli sguardi nostalgici di amanti desideranti.

Fonte: Panorama

Il senso della vista sembra, almeno inizialmente, colmare ciò che il senso del tatto non può avere: Guadagnino ci porta così vicino ad oggetti, corpi, luoghi, che sembra quasi di toccarli, strizzando l’occhio a Democrito che proprone l’idea della vista come risultato di pressioni sulla superficie dell’occhio. L’occhio tattile fa sì che i due giovani vedano nei corpi atletici delle statue parte di sè e parte dell’amato, che si fondono fino a diventare un tutt’uno, fino a non sapere più dove finisce Elio e dove comincia Oliver e viceversa. Le statue greche sono portatrici di un’ambiguità senza tempo. Non è un caso che ad emergere dall’acqua sia proprio una statua di Venere: l’amore. L’archeologia e la filologia Sono dunque proposte come strumento di analisi e vaglio dell’io dei protagonisti: l’etimologia del sentimento non potrebbe essere più toccante.

Fluidità e sensualità: l’amore del Simposio platonico

Nella storia tra Elio ed Oliver emergono tutti gli elementi tipici dell’amore omosessuale dei dialoghi platonici: differenza d’età, affinità intellettuale, il futuro matrimonio. Il prefisso –omo, indice d’identità, si connette all’assimilazione di tu ed io che emerge dal titolo stesso del film. La voluttuosità dell’ambiente, il locus amoenus del lago e della natura lussureggiante ed incontaminata sembrano quasi richiamare l’atmosfera del Fedro, il dialogo platonico che, insieme al Simposio, è stato letto come la codificazione dell’amore omosessuale e dell’amore in generale.

Fonte: Panorama

E proprio nel Simposio troviamo ciò che c’è da sapere sull’amore e sull’eros: quella che spesso viene banalizzata come una storiella fruibile da chiunque, nasconde in  realtà dettagli e punti nodali che sfuggono ai più; Platone è uno scrittore complesso, e il suo dialogo più conosciuto e spesso citato a sproposito ne è la prova. L’intervento più famoso del Simposio aristocratico è quello del comico Aristofane: non è curioso che sia proprio lui tra i commensali ad offrire lo spunto più affascinante? L’amore è  una cosa seria, il desiderio è una cosa seria ed è l’immagine buffa di esseri tondi e sferici proposta da un comico a farcelo capire.

Fonte: Panorama

La lezione di Aristofane è la seguente: crediamo di essere sempre stati così come siamo, ma non è così: eravamo delle sfere composte da due persone con quattro braccia e quattro gambe e due volti. Troppo belli e perfetti, tanto da suscitare l’invidia degli dei che per punizione ci divisero in due parti. Ecco perchè l’amore ed il sesso sono così importanti: per ricongiungerci alla nostra metà perduta. Quella che a primo impatto sembra una storia leggera, facile da seguire e divertente nasconde l’essenza più intima dell’essere umano: un senso di mancanza, inquietudine, mai completo appagamento. Aristofane ci mette davanti ad uno specchio: siamo esseri incompleti, siamo desiderio ed il desiderio è vuoto, mancanza, da de sideria: lontananza dalle stelle. Ecco perchè parlare d’amore è un modo per parlare di noi.

Maria Letizia Morotti

 

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1 commento

  1. Articolo spettacolare. Ho visto e rivisto il film, letto il libro. Avevo già colto i vari richiami alla filosofia greca, ma questo articolo scava ancor di più, alzando ancora il livello della pellicola. Assurdo! Bellissimo!

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