Immaginate di svegliarvi rinchiusi in una stanza con un gruppo di estranei e di essere improvvisamente costretti a scegliere chi tra voi vivrà e chi invece dovrà morire. È questa la trama di “Circle”, la pellicola firmata da Aaron Hann e Mario Miscione, che negli ultimi tempi spicca tra i titoli della piattaforma di Netflix regalando ai patiti del grande schermo quasi un’ora e mezza di thriller psicologico. Il tutto percorso dal filo conduttore di un’unica domanda: quanto male in più può provocare il male minore?

male
Credit: IMBd

Circle” inizia letteralmente in medias res, con una cinquantina di persone che – senza sapere né come né dove – si risvegliano in una stanza circolare, ciascuno in piedi su una pedana rossa: i tentativi di allontanarsi dal proprio posto si interrompono fin da subito, quando i primi ad azzardarsi a scappare vengono misteriosamente colpiti da una scossa elettrica fatale non appena mettono piede fuori dalla propria postazione. Ma i protagonisti del film si rendono conto che nemmeno restando immobili sono al sicuro: lentamente il gruppo nota, infatti, come una sfera posta al centro della stanza emetta periodicamente un suono ritmico che – come una roulette russa – dopo un conto alla rovescia di pochi minuti lancia una scarica mortale verso una delle vittime.

male
Credit: Riot Act

Dopo la confusione ed il panico iniziali, i cinquanta “prescelti” iniziano così ad interrogarsi su quella situazione surreale, rendendosi conto che la scelta della vittima da parte del macabro meccanismo al centro della stanza non è casuale, ma piuttosto può essere controllata da ciascuno di loro attraverso un voto prima di ogni countdown. La possibilità di scegliere chi sarà la prossima persona da giustiziare attraverso una votazione ragionata e democratica, mette quindi ciascuno dei personaggi di fronte ad un dilemma: chi avrà il diritto di vivere? E chi, al contrario, sarà sacrificato?

Tutto il mondo è paese, e tutto il paese è una stanza

Prima ancora della vicenda in sé, ciò che colpisce di “Circle” è la scelta dei protagonisti, che nella sua randomizzazione si rivela tutt’altro che casuale: ad essere “pedine” del sadico gioco (di cui fino al termine del film non si conoscerà fino in fondo l’artefice) sono infatti un militare, un criminale accusato di violenza domestica, un poliziotto, una bambina, una donna incinta, un sacerdote, un immigrato messicano clandestino, una coppia sposata, una donna lesbica, un ragazzo con un arto amputato e molti altri ancori. Si tratta quindi di persone estranee non solo per quanto riguarda età, etnia e condizione sociale, ma soprattutto in quanto a credenze, idee politiche e principi morali. Tutti racchiusi nello stesso spazio, obbligati ad ascoltare gli uni le idee degli altri e, allo stesso tempo, costretti a trovare un comune accordo sulle decisioni – letteralmente “di vita o di morte” – da prendere.

male
Credit: Riot Act

Quella che si viene a creare, quindi, non è solo una sorta di escape room vivente, ma piuttosto una micro-comunità o – come direbbe lo psicologo Kurt Lewin – un “campo”. Secondo il padre della psicologia sociale, infatti, questo concetto fa riferimento ad una zona dello spazio caratterizzata da determinate proprietà che le conferiscono una precisa configurazione. A determinare il microcosmo del campo sarebbero quindi l’insieme di tutti quei minuscoli avvenimenti che, coesistendo, incidono sulla totalità modificando lo “spazio vitale” di tutti gli individui. Ad entrare in gioco, a detta di Lewin, sono quindi tre importanti variabili: tensione, forza e bisogno. Tre aspetti che, nel corso del film, finiranno per avere il sopravvento sulla razionalità.

La legge del male minore: può la morte essere razionale?

Un vagone fuori controllo sta percorrendo a tutta velocità un binario ferroviario nella vostra direzione. Immaginate di trovarvi esattamente ai piedi della leva di uno scambio oltre la quale il binario si biforca in due rami: una strada conduce verso un canyon lungo il quale avanzano cinque persone, mentre quella alternativa porta verso un secondo canyon attraversato da un’unica persona che sta seguendo il tracciato delle rotaie. Se lasciate la leva com’è, permetterete al vagone di imboccare la prima direzione, segnando così la morte del gruppo di cinque persone. Se invece tirate la leva, il vagone verrà dirottato sul secondo binario e l’unico a morire sarà il solitario. Qual è la vostra decisione?

male
Credit: Twitter

Quello che avete appena letto è la versione parafrasata di un dilemma etico partorito dalla filosofa britannica Philippa Ruth Foot nel 1978 e conosciuto ancora oggi come “trolley problem” (o “problema del carrello ferroviario”). L’attualità di questo quesito morale è dimostrata dal fatto che una sua versione moderna è stata di recente sfruttata anche dallo psicologo Carlos David Navarrete, presso l’Università del Michigan, ottenendo risultati che – nonostante quarant’anni di distanza – sono rimasti pressoché invariati.
Dei 147 partecipanti all’esperimento di Navarrete, infatti, 133 (pari al 90% dei casi) hanno risposto azionando lo scambio: dei restanti 14, undici non hanno toccato la leva, mentre gli altri tre hanno azionato lo scambio per poi decidere, all’ultimo, di rimettere la leva nella posizione originaria.
“Ritengo che gli esseri umani provino un’avversione istintiva a fare del male agli altri, avversione che deve essere superata da qualcosa” ha commentato il ricercatore di fronte agli esiti del test. “Usando il pensiero razionale a volte riusciamo a superarla, per esempio pensando alle persone che salveremo. Ma per qualcuno, l’aumento dell’ansia è così travolgente che non riescono a fare la scelta utilitaristica, quella del male minore”.
Ma cosa accade quando la scelta utilitaristica passa dal coinvolgere persone quantitativamente differenti al riguardare persone qualitativamente differenti?

Vivere o morire: una scelta meritocratica

Nel caso di “Circle” infatti, il dilemma non è tra scegliere la vita di una persona rispetto a quella di altre cinque, ma piuttosto quello di identificare chi meriti di vivere o di morire in base alle sue caratteristiche. (Da qui in poi inizieranno gli spoiler, quindi chiunque fosse ancora interessato a scoprire il finale del film direttamente su Netflix farebbe meglio a smettere di leggere).

male
Credit: whatisthecircle.com

Ecco che quindi ad essere vittime di una “democrazia disumana” iniziano ad essere gli anziani (considerati all’unanimità come le prime vittime di quella che, fuori da quella stanza circolare, sarebbe un’inevitabile selezione naturale), e dopo di loro le persone sole, senza figli, senza legami. E poi ancora coloro che non possono dare un contributo significativo alla società, coloro che hanno idee politiche marginali o che piuttosto si distaccano dalla concezione “tradizionale” di famiglia, di coppia, di cittadino. Il tutto in un’escalation di pregiudizi, luoghi comuni e scelte egoistiche che – una ad una – decimano i presenti nella stanza, lasciando tre unici superstiti: una donna incinta, una bambina e un giovane ragazzo che fin dall’inizio aveva insistito affinché a salvarsi fosse una delle prime due.

Eppure (e forse è proprio in questo spiazzante finale che risiede il significato di tutto il film), a differenza di quanto può sembrare, la “giustizia” non trionfa: nel momento del voto finale, infatti, il ragazzo inganna la donna e la bambina e provoca la morte di entrambe, restando così l’unico sopravvissuto all’interno della sanguinaria roulette russa. Un finale inaspettato e che lascia l’amaro in bocca, ma che in realtà nasconde in sé un messaggio preciso: per quanto le nostre supposizioni e le nostre scelte sugli altri ci illudano di svelarci la loro vera identità, anche quando crediamo di aver scelto “il male minore” non potremo mai accorgerci di quanto in esso rischi di nascondersi quello maggiore.

Francesca Amato

 

CONDIVIDI
Articolo precedenteI soldi fanno la felicità? Tra Cardi B e il valore della tranquillità interiore
Prossimo articoloIl discorso di Mattarella sulla Shoah ci ricorda l’importanza della diversità

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.