Una serie di sfortunati eventi‘. Un nome, una garanzia come si suol dire. Una serie tv che non ha bisogno di presentazioni: il titolo è già molto eloquente. Gli episodi narrano delle catastrofiche disavventure dei tre fratelli Baudelaire, che dopo aver perso i genitori e la casa in un terribile incendio, sono sballottati da un tutore all’altro in fuga dal perfido Conte Olaf.

Ogni episodio è pieno di sfortune ed inghippi, raccontati con un tono ironico e divertente, quasi surreale. I dialoghi si sviluppano su una rotaia di giochi di parole e di definizioni di termini, nel tentativo di dare un’impressione di chiarezza e linearità in una storia che di certo non ne ha. Anche perché se l’avesse, lo show non si reggerebbe in piedi.

 

Da dove ha origine questa ‘serie di sfortunati eventi’?

Tutta la serie di sfortune che gli orfani devono sopportare non sono infatti del tutto casuali. Esse si basano effettivamente su un apparente destino avverso, ma anche su una fondamentale incomprensione continua dei personaggi verso ogni evento. Ciò sembra paradossale quando la specificazione del significato di ciò che i protagonisti dicono è continua. Eppure una lettura scorretta degli eventi che si susseguono, la malafede degli adulti verso i Baudelaire, la comprensione mancata di determinate situazioni porta quell’effetto domino deleterio per i tre piccoli. Come conseguenza della crisi nella comprensione reciproca, si ha dunque ‘una serie di sfortunati eventi’.

I vari travestimenti del Conte Olaf traggono in inganno i vari personaggi e sono una delle cause della mancata comprensione

Ovviamente, si accetta tutta questa irrazionalità solo perché essa è motore di una serie televisiva. Non sarebbe accettata nella vita reale, semplicemente perché verrebbe da considerare totalmente irreale una reazione del genere per un semplice motivo. Anche se sembra assurdo che due estranei riescano a capirsi l’un l’altro, ogni persona sa che è non solo possibile, ma addirittura impossibile che questo non avvenga. La comprensione dei significati che nella comunicazione cerchiamo di inviare è, infatti, una parte assolutamente propria di ciascun essere vivente che possiede determinate capacità ed istinti, che lo spingono verso l’altro. Ma se questi istinti sono innati, non vuol dire che essi siano anche inspiegabili.

 

La socializzazione attraverso i ruoli ed i frames 

Probabilmente è raro fermarsi a ragionare su come l’umano sia in grado di prevedere una situazione o un rapporto nuovo con un minimo margine di errore. La risposta più naturale è ‘esperienza‘. Certo, sicuramente questa conta molto, ma se si presta attenzione, ci si renderà conto che l’uomo riesce anche ad avere un’idea, anche approssimata, di una situazione a lui completamente sconosciuta.

Quando l’esperienza manca, cosa entra in gioco?

Un processo chiamato socializzazione. Questo termine intende un percorso comune a  tutti e attraverso cui si impara a vivere in società e all’interno di una comunità. L’individuo diventa così un essere sociale attraverso il trasferimento intergenerazionale di valori culturali, sistemi simbolici e norme sociali. Insomma, tramite la socializzazione, che ha il suo inizio in tenera età e continua fino alla morte, l’uomo impara cosa e quando aspettarsi un determinato evento.

Ma esattamente, cosa impariamo ad aspettarci? Quali sono gli elementi guida che ci portano a tipicizzare gli individui o a incorniciare le situazioni? Inconsciamente si apprende  a riconoscere ed impersonare dei ruoli. Essi sono come delle parti dell’ essere umano, che mostra coerentemente alla situazione in cui si ritrova. L’idea è simile a quella delle maschere di Pirandello, che intenzionalmente vestiamo per adattarci alle diverse situazioni della vita. Tutti compiono questo processo di immedesimazione e di conseguenza è più semplice comprendere cosa aspettarci dall’altro. Infatti, o conosciamo dei modelli fissi di ruolo o semplicemente presumiamo che l’altro si comporti come faremmo noi.

Erving Goffman, il sociologo che parlò dei ruoli

Per quanto riguarda i fatti, tendiamo ad inquadrarli attraverso delle cornici specifiche: i frames. Questi sono schemi di interpretazione che fanno parte del nostro sapere e che permettono ad individui e gruppi di collocare, percepire, identificare e classificare eventi e fatti. Insomma, sono le strutture basilari della comprensione disponibili nella società che permettono di dare un senso agli eventi. Senza questi schemi di interpretazione ci sarebbero numerosi problemi relazionali, perché non riusciremmo a decidere quale atteggiamento tenere.

 

Fiducia & credenza

Tutte queste conoscenze funzionano grazie ad un altro elemento innato e proprio dell’essere umano: la fiducia. Quando ci si approccia con l’altro, si ha fiducia che esso dica il vero, che possa comprendere e che sia veritiero non solo quello che afferma, ma anche il ruolo che impersona. Questa sincerità nella rappresentazione dell’altro appartiene alla dimensione pre-razionale che viene messa in moto in modo inconscio. Senza di essa non si riuscirebbe ad intraprendere una comunicazione, perché si vivrebbe in un costante dubbio. Figurarsi una comprensione.

La fiducia è essenziale nella comunicazione e nei rapporti con gli altri

Necessaria è anche la credibilità. Questa, al contrario della prima, necessita di essere costruita. Essa, però, permette ai parlanti di lanciare tutta una serie di indizi che rimarcano la buona fede e che assicurano la possibilità di mettere in pratica le aspettative che abbiamo imparato con la socializzazione.

 

Insomma, gli uomini si comprendono tramite capacità innate che ognuno possiede. Per questo le incomprensioni di “Una serie di sfortunati eventi‘ sono poco credibili. Ma è su questa incredulità che si basa il gioco. Ciò che questa serie mostra, appunto, è cosa accadrebbe se la comprensione non avvenisse correttamente, quindi se l’uomo non fosse in grado di socializzare. Come conseguenza si avrebbe solo una serie di sfortunati eventi.

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Studentessa di Lingue, Comunicazione e Media presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano

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