Come viene creata un’abitudine?

Esistono certe azioni a cui non riusciamo in nessun modo a fare meno. Per alcuni può essere una passeggiata post-pranzo, per altri una dipendenza da droga. Sono varie e, sopratutto, sono insite dentro di noi. Per studiarne gli effetti a livello cerebrale e capire i motivi per il quale è difficile “cambiarle” rapidamente, alcuni ricercatori della Duke University guidati da Justin O’Hare hanno addestrato un campione di topi facendo consumare loro quantità diverse di zucchero dopo aver azionato una piccola leva. Hanno in seguito fatto una selezione del campione separando gli esemplari più “ghiotti”, che azionavano continuamente la leva anche dopo aver ricevuto la loro razione, e i restanti “normali”. Attraverso una tecnica di imaging cerebrale si è quindi scoperto come l’abitudine sviluppata dal primo gruppo di roditori avesse una precisa origine neurobiologica. In particolare derivante dalle zone dei gangli della base, nuclei sottocorticali di materia grigia, il cui compito influenza (fra le tante cose) movimenti e azioni compulsive. La differenza fra i due gruppi era palese solamente osservando l’immagine a confronto dei due cervelli, ma a conferma di ciò i ricercatori hanno provato a “convincere” i topi a cambiare abitudine facendoli smettere di azionare la leva, facendogli ottenere sempre dello zucchero in cambio. Il risultato, come da copione, è stato che i topi più ghiotti hanno avuto molte più difficoltà a cambiare “routine” rispetto ai restanti.

Ovviamente, a un essere umano non basterà avere dello zucchero per essere influenzato a cambiare le proprie abitudini, ma ciò deve farci comprendere come ogni azione che eseguiamo abitudinariamente oppure ogni dipendenza che sviluppiamo hanno la medesima origine. In termini meno scientifici: sono solo dei “muri mentali” che generiamo.

Quando un’abitudine diventa ideologia

Come introdotto all’inizio di questo articolo, molte cose che adesso diamo per scontato come il cellulare, una t-shirt o il nostro barattolo di sottaceti dimenticato da tre anni in dispensa ma non ancora scaduto, sono tutti strumenti e tecnologie che ad oggi consideriamo banali ma che fino a non molto tempo fa altro non erano se non un sogno. Come l’esperimento descritto in precedenza, la vita occidentale è andata sempre più facilitandosi rendendo di routine delle azioni che ci permettono di ottenere una sorta di “compenso“, il nostro zucchero. Prendiamo l’autobus perché sappiamo che andare in università o a lavoro a piedi è molto più faticoso, accendiamo una lampada perché sappiamo che senza non riusciremmo a leggere oppure mandiamo un messaggio su WhatsApp perché voglia di chiamare il nostro amico, in quel momento, potremmo non averla. Tutto è diventato comodo e banale, e lo sarà sempre di più. Da qualche anno a questa parte però, la situazione sta leggermente sfuggendo di mano e oltre a considerare banale l’interruttore di casa propria si sta iniziando a banalizzare il campo medico e, pian piano, si contano le prime vittime. L’esempio più eclatante sono i vaccini, un’importante tecnologia che ci ha permesso finora di sfuggire a veri e propri stermini dati da malattie infettive inevitabili, come visto in passato, ad esempio, con la peste o la poliomielite. Si sente sempre più spesso parlare di movimenti antivaccinisti il cui estremo obiettivo è fermare la vaccinazione considerandola un danno all’umanità dimenticando completamente che senza di essa probabilmente adesso non saremmo nemmeno qui. Una domanda sorge dunque spontanea: viviamo in un’epoca di relativo benessere e siamo circondati da comodità di ogni genere, ma conosciamo davvero la nostra storia e come siamo riusciti ad arrivare sino a qui?

William Mongioj