Com’è tragico” mormorò Dorian Gray, gli occhi fissi sul suo ritratto “com’è tragico! Io diventerò vecchio, brutto, ripugnante. E questa immagine rimarrà sempre giovane […]. Oh, se si potesse realizzare il contrario! Se io dovessi rimanere sempre giovane, e il ritratto diventasse vecchio! Per questo, per questo, darei qualunque cosa! Darei la cosa più preziosa del mondo! Darei anche la mia anima per questo!“, Oscar Wilde

Teso tra il finito e l’infinito, la colpa e il rimorso, la morte e la vita, “Il ritratto di Dorian Gray” è un capolavoro che parla all’umanità attraverso i secoli cogliendo, nel breve respiro di poche pagine, l’ampia complessità della vita e dell’anima umana. Scritto con delicato manierismo, con la saggia superbia di chi assomma in sé le dolorose contraddizioni dell’esistenza, cerca di svelare ai propri lettori l’arduo segreto della vita: un mistero privo di soluzioni di cui non si possono che rilevare le antinomie. Libro senza filosofia, lontano dall’utopia di dare risposte, racconta, con velata amarezza, la corruzione di un’anima che, nella continua tensione verso il divino, trascende l’umano. La storia di un uomo che temeva la morte.

Fare della vita un’opera d’arte

Eroe decadente, sedotto dalla vita e dalle sue promesse e da queste esacerbato, Dorian Gray si inserisce perfettamente nell’atmosfera cinica e disgregatrice di un Ottocento che non conosce più leggi se non quelle della Scienza. In apparenza vincitore glorioso che ha soggiogato la Natura alla grandezza della propria eternità, fa invece parte di quella schiera di sconfitti e reietti che il clima di fine secolo relega ai margini di una società sempre più disorientata e all’interno della quale artisti e letterati faticano a trovare il proprio posto, piegati dall’onnipresenza dello scientismo imperante. Dorian Gray, muovendosi pericolosamente in bilico sul bordo vertiginoso di ciò che è concesso, è l’emblema più compiuto dell’estetismo: ogni legge morale, umana e divina, crolla sotto la scure della giovinezza e della bellezza. È un anti-eroe che sacrifica ai dettami del piacere, sovrano incotrastato, ogni imperativo etico ed ogni sentimento, vivendo una vita al di là del bene e del male che non conosce verità se non quella della proprio essere amorale. Dorian Gray è il personaggio che concretizza il desiderio di ogni esteta: fare della prorpia vita un’opera d’arte. Mentre la sua anima entra nel ritratto celeberrimo logorandone la tela immacolata a immagine della propria corruzione, l’uomo si tramuta in capolavoro artistico imperituro e integerrimo, diverso dalle cose terrene eppure fatalmente legato ad esse. Il quadro funesto, che ha affascinato e commosso milioni di lettori, sintetizza magistralmente il conflitto tra vita e fantasia, realtà e finzione, esistenza ed arte il cui confine si assottiglia al punto da scomparire e renderle inscindibili. Ma, in verità, “Il ritratto di Dorian Gray” è molto più di questo: è la storia di un uomo che temeva la morte, preferendo ad essa l’infinito di una vita perpetua. Legge terrena e legge morale crollano sotto la mannaia della bellezza, ma soccombono ai colpi dell’eternità.

L’angoscia verso la morte e il peso della colpa

I più bei versi, le più belle scene a teatro riguardano sempre la morte, perché il più grande messaggio dell’artista è farci comprendere la bellezza della disfatta”, Oscar Wilde

Il concetto di bellezza e di incorruttibilità del corpo, intrappolate in una giovinezza che non conosce tramonto, sembrano essere la chiave di volta del romanzo. Tuttavia nel desiderio di una gioventù eterna si cela qualcosa di molto più profondo della mera brama di magnificenza: lo sfiorire della bellezza, il degrado del corpo, l’avvento della vecchiaia non sono che i segni esteriori di un fatto che da sempre terrorizza l’uomo, ossia l’incombenza della morte. Dorian Gray, dandy vanitoso e affascinante Don Giovanni, non la teme meno di altri. Tutto l’impianto del romanzo è scosso dall’ossessione logorante verso la morte che Lord Henry cerca di allontanare da sé con il suo cinismo anti-sociale, mentre Dorian spera di sfuggirle attraverso l’integrità fisica. Giovinezza eterna è solo un altro modo per dire immortalità. Egli agisce, infatti, con la spietatezza di chi vivrà per sempre, oltre l’uomo e, perfino, oltre Dio. Nello spazio di una vita perenne c’è tempo per diventare buono, c’è tempo per pentirsi e tempo per espiare i propri peccati. Erroneamente ritenuto personaggio crudele, Dorian Gray è, al contrario, dotato di una coscienza potente la cui purezza è inevitabilmente corrotta dalla vita che, gravida di dolore, spinge l’uomo a compiere il male. Ed è proprio la forza della sua coscienza che lo spinge a coprire con un drappo il quadro che ne ritrae l’anima depravata: le piccole spalle di un uomo qualunque non possono sopportare il peso opprimente di una colpa tanto immensa come l’omicidio. Non possono sopportare il peso gravoso di un peccato che non conoscerà perdono: non esistono giudici, né uomo né dio, che possano dare misura alle colpe di una vita che non conoscerà mai fine. Ma se non esistono arbitri del peccato, allora per Dorian Gray non esiste perdono: la sua condanna è quella di essere un assassino senza pena. Questa consapevolezza, lentamente e inesorabilmente, lo consuma fino a condurlo alla sua rovina: pugnalando la tela che lo ritrae, Dorian pugnala se stesso dandosi la morte, nemica tanto temuta ma capace di concedergli l’agognato perdono. Con “la bellezza della disfatta”, con la tragica e grandiosa morte di Dorian Gray, spettacolare come nei suoi desideri, Oscar Wilde conclude il proprio capolavoro: l’esistenza umana, peritura e corruttibile, effimera e rapida come uno sbatter di ciglia, vede il proprio senso nella finitezza che l’accompagna, capace di restituire un significato laddove l’eternità lo sottrae.

Ho la sensazione di aver dato tutta la mia anima a qualcuno che la usa come se fosse un fiore da mettere all’occhiello, una piccola decorazione per gratificare la sua vanità, un ornamento per un giorno d’estate.

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