FICO (“Fabbrica Italiana Contadina”) Eataly World è il parco agroalimentare e gastronomico più grande in Italia e uno dei più grandi al mondo nel suo genere: la struttura, situata alla periferia nord-est di Bologna, si estende per 10 ettari contenenti un enorme mercato, 40 fabbriche e 45 punti ristoro. “Lasciati guidare dalla natura, dai profumi, dalla bellezza e dal racconto di una storia che viene dal passato, ma che non ha mai fine. Il nostro inesauribile patrimonio italiano” recita la didascalia della “Home page” del sito. Un patrimonio che, nel solo primo anno di inaugurazione (dal 15 Novembre 2017), ha attirato quattro milioni di visitatori. La più grande vetrina della cucina italiana ha riscosso enorme successo soprattutto tra i turisti stranieri, accorsi da tutto il mondo pur d’assaporare un po’ della nostra penisola. Ma cosa rappresenta un luogo come FICO? E nel mondo, oggi, cosa è il “made in Italy”?

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Tra gli effetti più deleteri della globalizzazione troviamo la perdita di Identità dei territori e dei loro tessuti produttivi e commerciali. Un processo che ha fatto, in poco più di 20 anni, il lavoro che la cultura e i trasporti non erano riusciti a fare in più di 100, “arredando” le strade dei Paesi “in-stock”. Vittime di questa omologazione sono le piccole botteghe, gli artigiani, spesso investiti pertanto della carica di ultimi “custodi dell’identità” territoriale. Quel piccolo commercio locale distrutto a poco a poco dallo strapotere economico delle grandi multinazionali ma anche, e ciò spaventa maggiormente, da una devastante crisi di identità. “A voler scovare il suo significato più profondo, l’idea di globalizzazione rimanda al carattere indeterminato, ingovernabile e autopropulsivo degli affari mondiali. Ancora, fa pensare all’assenza di un centro, di una sala comando, di un consiglio di amministrazione, di un ufficio di direzione.” Questa affermazione di Bauman (dal suo saggio “Dentro la globalizzazione. Le conseguenze sulle persone”) sintetizza la grande confusione, non solo terminologica, che la nuova rete globale porta con sé. Se nell’accezione più in voga si tende a indicare “globalizzazione” e “localizzazione” come fenomeni opposti, l’analisi del sociologo polacco mostra come in realtà siano due facce della stessa medaglia; la globalizzazione infatti, nei suoi due principali aspetti, quello finanziario e quello economico, si nutre proprio della localizzazione e della debolezza degli stati nazionali. Introducendo un termine fondamentale nella sua analisi, ovvero quello di “mobilità”, Bauman spiega che “l’economia, il capitale, cioè il denaro e le altre risorse necessarie a fare delle cose, si muove rapidamente; tanto da tenersi sempre un passo avanti rispetto a qualsiasi entità politica che voglia contenerne il moto […] Qualsiasi cosa che si muova a una velocità vicina a quella dei segnali elettronici è praticamente libera da vincoli connessi al territorio all’interno del quale ha avuto origine, verso il quale si dirige, attraverso il quale passa”. Così tende a manifestarsi un possibile nuovo ruolo degli Stati: esecutori di forze che non riescono a gestire.

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In questo senso il dibattito sulla globalizzazione e sulla valorizzazione del commercio locale assume sfumature esistenziali. Ecco perché FICO si fa geloso custode del “made in Italy”. Ma quale è la definizione di “prodotto in Italia”? Tutti lo vogliono valorizzare, ma non sempre si sa quale “formula” lo componga e lo definisca. Indica il pensiero creativo italiano? O è una sorta di “denominazione di origine controllata”? In realtà pare difficile che tre parole inglesi possano definire il risultato della millenaria cultura italiana, pertanto i termini per definire il vero “made in Italy” si dovrebbero piuttosto individuare nei processi di creazione, di produzione e di ricerca attraverso i quali si creano prodotti che possano fregiarsi di tale “etichetta”. Infatti, viviamo un mercato globale nel quale prevale la finanza sull’industria, nel quale i flussi di capitale sono sempre più sganciati dalla produzione di beni. L’economia non si sviluppa più in fabbrica o nelle botteghe, ma in Borsa, dove si decidono le sorti di migliaia di aziende. Si smaterializza la produzione. E se la nascita e la rapida espansione di nuovi mercati, mezzi di comunicazione e reti culturali hanno creato opportunità, la globalizzazione porta con sé anche destabilizzazione e incertezze, pronte a sfociare in reazioni di netta chiusura verso il nuovo e l’esterno. Già alla fine degli anni Novanta, filosofi come Jürgen Habermas registravano il moltiplicarsi, nelle “società del benessere”, di reazioni etnocentriche contro le categorie del diverso.

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Perdere la propria cultura significa, per una persona o per una comunità, perdere la propria identità essenziale, perdere la propria anima. Lo spaesamento, di cui parlano filosofi e sociologi, consiste in questo: apparentemente siamo a casa in ogni parte del mondo, ma in realtà siamo senza più Paese. Ed è in questo contesto che, giovandosi della più grande e consolidata tradizione culinaria al mondo, cominciano oggi in Italia ad emergere ricerche in ambito alimentare di taglio storico-sociologico focalizzate sul triangolo italianità, localizzazione, globalizzazione. E dal momento che pizza, espresso, spaghetti sono concetti ormai parte del vocabolario culinario mondiale, oggetto di catene distributive di grande successo su scala globale, sul territorio Nazionale si parla pertanto di rituale quasi estetico, differente dalle “brutte copie”, dai falsi “made in Italy” che possiamo trovare ovunque nel mondo. Un rituale che inquadra il cibo come emozionante oggetto di passione, carico di valenze simboliche e identitarie. L’accostarsi ai fornelli, sul suolo del Tricolore, richiede legittimità culturale.  E sarà anche vero che

Il tuo Cristo è ebreo

e la tua democrazia è greca.

La tua scrittura è latina

e i tuoi numeri sono arabi.

La tua auto è giapponese

e il tuo caffè è brasiliano.

Il tuo orologio è svizzero

e il tuo walkman è coreano.”

Ma la cucina, provare per credere, è “robba nostra”.

Tommaso Ropelato

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