Nei decenni, considerando la musica leggera, ci sono stati i più svariati cambiamenti riguardo la cultura musicale. I cosiddetti sixties, gli anni sessanta, sono certamente fra i più floridi se pensiamo al gran fervore artistico comune nei giovani del tempo. Sono gli anni di Bob Dylan, dei Beatles e dei Rolling Stones, di Hendrix e Jim Morrison. Si potrebbe continuare riempiendo fogli e fogli, sorprendendosi di quanto questo periodo abbia cambiato il modo di fare e concepire la musica.

I giovani fra una bomba e il futuro

Per comprendere la cultura, musicale o meno, di quegli anni, bisogna volgere lo sguardo alla storia. La seconda guerra mondiale è finita con lo sgancio delle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, nell’agosto del ’45. Ebbri di Vittoria, gli Stati Uniti avviano un inarrestabile processo di modernizzazione: si assiste ad un incremento del benessere, delle possibilità culturali ed economiche. Tutto ciò porta ad uno “scisma” interno, fra due generazioni: quella definita “della bomba”, la generazione delle guerra, e i giovani, figli di quest’ultima, contro i genitori ritenuti ‘colpevoli’ del disastro, delle conseguenze e della rovina del pianeta. Questi ‘figli ribelli’ si aggregano e si riuniscono, tutti con lo stesso scopo, quello di cambiare il mondo e di smontare le vecchie regole puritane, troppo severe.

La musica per cambiare il mondo

La musica ha un ruolo centrale nella cultura giovanile, poiché usata come mezzo per diffondere idee, cantando insieme (ovvio richiamo alla fratellanza a cui si auspicava). I ragazzi volevano “farsi sentire” e perciò indicarono alcuni artisti, portavoce di tutta la loro generazione. Donovan è uno di questi. Artista folk e protagonista del movimento giovanile, durante un’intervista paragona questi anni con il Rinascimento italiano: “Il mondo era convenzionale, poi qualcosa è accaduto. […] le cose ebbero improvvisamente un aspetto diverso.” Successivamente si sofferma sulla grande novità che portò il manifesto bohèmienne: per i giovani “c’era solo in conformismo” poi all’improvviso “si ritrovano ad avere una direzione.” Ecco come tutto cambiò e la musica fu il veicolo principale per diffondere idee di pace, amore e libertà.

Bob Dylan e Donovan, i due più grandi artisti folk all’epoca

Oltre ai testi che portavano avanti questi ideali, l’elemento che più scandalizzò la vecchia generazione fu l’atteggiamento. Nell’intervista, per esempio, Donovan ricorda con chiarezza i giovani che scappavano di casa per seguire i movimenti giovanili, spesso accompagnati solamente dal proprio strumento.

Cosa ci lasciano i sixties?

L’importanza di avere un sogno, un sogno di amore, pace, rispetto e fratellanza. “Quando hai una mèta e hai un sogno, allora hai una vita” prosegue il cantante folk, soffermandosi sulla mancanza di questo nella musica contemporanea. La grande differenza è proprio l’assenza di un portavoce, di un profeta, che guidi le masse verso un sogno. L’ultimo, proseguendo l’intervista, è stato Kurt Cobain (e penso a buon diritto, ndr), ma al giorno d’oggi si è perso tutto. Difficile dire se quella di Donovan possa esser considerata una verità, anche se sicuramente si avvicina alla realtà attuale per molti aspetti. Riflettendo sul nostro presente, non possiamo fare altro che pensare al futuro guardando al passato.

The answer my friend is blowin’ in the wind

Alessandro Martino

 

 

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