Pascoli e la poetica del fanciullino

Ciò che contribuisce a rendere Giovanni Pascoli uno degli autori più apprezzati e approfonditi della nostra letteratura risiede sicuramente nella concezione stessa della sua poesia. Nato nel 1855 a San Mauro di Romagna, per il suo voler riconoscere la bellezza nelle cose umili e vicine, in modo da veder appagata un’ansia di felicità che altrimenti risulterebbe vana, è spesso definito, in maniera calzante, come “il poeta delle piccole cose”. Questa concezione intima e interiore del sentimento poetico emerge in un breve articolo programmatico del 1897, in cui Pascoli mette in risalto la presenza, alla finestra dell’anima di ognuno, di un fanciullino che continua a vivere anche dopo la fine dell’infanzia, senza distinzioni relative a classi o ideologie. Quando noi cresciamo, egli resta piccolo, quando i nostri occhi si illuminano di nuovi desideri, lui tiene accesa la sua antica serena meraviglia. Il fanciullino guarda il mondo con l’ingenuità, l’innocenza e la capacità emotiva proprie dell’età infantile. Assimilato ad Adamo, dimostra di saper guardare le cose come se le vedesse per la prima volta, ma, al medesimo tempo, di riuscire a stabilire corrispondenze particolari che lo portano a cogliere la vera essenza della realtà, in maniera autentica e priva di preconcetti. E’ proprio dalla voce interiore del fanciullino che si dà vita alla poesia, la quale consola gli uomini e risveglia anche il loro fanciullino, ispirando sentimenti di pace, amore e fratellanza.

Giovanni Pascoli

Wes Anderson: i tratti infantili dei personaggi

Wes Anderson, regista dai soli nove lungometraggi all’attivo, ma dallo stile estremamente riconoscibile anche dai meno assidui frequentatori delle sale cinematografiche, sembra voler porre offrire al mondo infantile un ruolo di pari centralità. I personaggi dei suoi film sono molto spesso adulti, ma caratterizzati da una malinconia tale, da sembrare bambini in corpi troppo cresciuti. Sono uomini e donne figli di padri assenti, fuggiti o morti, o ancora rinnegati e sostituiti, che non riescono a lasciarsi alle spalle la giovane età, intrappolati nelle circostanze di un’eterna giovinezza. Bambini cresciuti ancora alla prese con mamma e papà sono i figli e i nipoti di Royal ed Etheline Tenenbaum, che compongono lo straordinario quadro familiare che è The Royal Tenenbaums (2001); ragazzi-adulti che devono ancora emanciparsi dai genitori sono i tre fratelli Whitman, protagonisti di The Darjeeling Limited (2007), che intraprendono un viaggio alla ricerca di sé stessi dopo la morte del padre, durante il quale non riescono a fare a meno di incontrare la madre, che li abbandona una seconda volta. Allo stesso tempo, Anderson esalta anche tratti dell’infanzia legati al suo lato più spiccatamente eroico, alla volontà tipica dei bambini di ottenere quella felicità che tanto desiderano, grazie all’ energia e alla sicurezza che portano Sam e Suzy a fuggire su un’isola deserta (Moonrise Kingdom, 2012) o Zissou, protagonista di “ Le avventure acquatiche di Steve Zissou” (2004) ad inseguire uno squalo giaguaro che forse nemmeno esiste.

Wes Anderson

L’estetica bambinesca di Anderson

Le caratteristiche infantili, tuttavia, non sono collegate solamente ai personaggi dei film, ma anche all’estetica stessa di Wes Anderson e al suo modo di intendere l’inquadratura, simmetrica a livello quasi ossessivo. Possiamo parlare di una vera a propria “soggettiva bambinesca”: il regista vuole mostrare agli spettatori le cose del mondo con i suoi occhi, che sono quelli di un uomo che è rimasto allegramente e deliberatamente bambino. Si crea un’atmosfera irreale, fiabesca, la cui artificiosità è accentuata da colori e geometrie candidamente finte, un’atmosfera meravigliosa e straniante come solo un libro per bambini può esserlo.

Marta Guerzoni

 

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