Dal 1982, anno in cui è stata annunciata la prima epidemia di AIDS, sono stati registrati soltanto in Italia circa 65000 casi clinici dei quali il 64.6% è deceduto in seguito alle complicanze mediche.
Le stime del 2018 rilasciate dal Centro operativo AIDS (COA) dell’Istituto Superiore di Sanità dimostrano che circa 16 persone su 100000 contraggono la malattia nella fascia di età che va tra i 25 e i 29 anni. La maggior parte dei casi è associata a sesso non protetto con un bilancio finale quasi simile tra rapporti eterosessuali ed omosessuali.

La mutazione di CCR5: resistenza genetica all’HIV

La proteina transmembrana CCR5 (C-C chemokine receptor type 5), normalmente presente sui leucociti, rappresenta un valido strumento del sistema immunitario per gestire il flusso di chemochine (capaci di attrarre i linfociti T in alcune parti del nostro organismo).
Il virus dell’HIV sfrutta CCR5 come ancora per associarsi quantomeno negli stadi iniziali alle cellule umane da infettare. In particolare il ceppo HIV-1 sfrutta gp120 (presente come proteina del capside esterno) come substrato da legare al recettore. Questo evento sembrerebbe essere coinvolto nel processo di fusione delle strutture proteiche virali con la membrana della cellula che sta per essere infettata.

CCR5
Struttura tridimensionale della proteina transmembrana (7 domini TM) CCR5 nel contesto della membrana plasmatica di un leucocita umano.

Esiste un particolare tipo di mutazione molto studiata da differenti gruppi di ricercatori a livello globale: CCR5Δ32. Questa delezione comporta l’escissione di 32 basi azotate, come indicato nel nome della mutazione in questione. Gli individui omozigoti (Δ32/Δ32) sembrano non essere in grado di produrre il recettore CCR5 sulla superficie dei leucociti. Gli individui eterozigoti sono anch’essi resistenti rispetto ai comuni geni wild-type. Inoltre, in caso di infezione virale, i soggetti eterozigoti rispondono molto meglio alla terapia antiretrovirale.
La proporzione in Europa degli individui che trasportano tale gene alterato è del 10% per gli eterozigoti e soltanto dell’1% per gli omozigoti. Diversi studi scientifici dimostrano inoltre che la rimozione delle 32 basi azotate (azione che determina quindi la mutazione precedentemente descritta) permette un miglior funzionamento della rete neurale umana. Infatti CCR5 agisce comunemente sul sistema nervoso centrale con la funzione di soppressore della plasticità neuronale e della memoria.

Il paziente di Londra e il paziente di Berlino: stato dell’arte

E’ di dominio pubblico la recente vicenda del paziente di Londra il quale, dopo essere stato sottoposto ad un trattamento sperimentale clinico, sembrerebbe essere guarito dall’infezione virale causatagli dall’HIV.
Il paziente, il quale ha preferito non rivelare la sua identità, era affetto anche da un tipo di leucemia mieloide, tumore delle cellule sanguigne correlato sicuramente all’abbassamento delle difese immunitarie dovuto per l’appunto ad infezioni virali come l’HIV o l’Epstein-Barr.
Il soggetto non rispondeva ai cicli di chemioterapia proposti per l’indebolimento delle cellule tumorali e di conseguenza si è testato un protocollo sperimentale adottato solo in un altro caso, circa 10 anni prima, con Timothy Brown, il cosiddetto paziente di Berlino.
Entrambi i pazienti hanno ricevuto un trapianto di midollo spinale durante il quale le loro cellule del sangue (leucociti) sono state distrutte e sostituite con staminali provenienti da un donatore sano.

Timothy Brown
Timothy Brown, il paziente di Berlino. E’ stata la prima persona ad aver ricevuto il trattamento sperimentale con il trapianto di midollo da parte di un individuo omozigote per la mutazione a carico del gene di CCR5

Il dottor Ravindra Gupta, medico specializzato in malattie infettive e professore dell’Università di Cambridge, ha optato per un donatore che manifesta proprio la mutazione CCR5Δ32 in forma omozigote. Ciò non ha solo permesso di estirpare il problema del tumore sanguigno ma anche di creare una barriera genetica efficiente contro l’HIV.
Come nel caso di Brown, i ricercatori hanno provato, in seguito al trapianto, a infettare in vitro una cellula del paziente di Londra con il ceppo dell’HIV ed hanno fallito, dimostrando che il processo sperimentale era andato a buon fine.

Ravindra Gupta
Il medico Ravindra Gupta, specializzato in malattie infettive e professore ordinario all’Università di Cambridge.

Il team medico del dottor Gupta, sotto la sua supervisione, ha pubblicato un eccezionale articolo su Nature, dal titolo HIV-1 remission following CCR5Δ32/Δ32 haematopoietic stem-cell transplantation.
Di certo le sue scoperte rappresentano una pietra miliare nella storia della ricerca di una cura per una delle più importanti piaghe sanitarie dell’epoca moderna e non sarà incredibile aspettarci una cura definitiva nei prossimi decenni.

Roberto Parisi

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