Hunger Games  è un film del 2012 tratto dall’omonimo primo libro della trilogia di Suzanne Collins che vede come protagonisti attori molto popolari e conosciuti quali Jennifer Lawrence, Josh Hutcherson e Liam Hemsworth. Lo scenario che fin dalle prime scene ci viene proposto sembra essere un mondo post-apocalittico in cui una società relativamente piccola si è organizzata in 12 distretti, piccole circoscrizioni territoriali specializzate nella produzione di materie prime importanti, tutte dipendenti da un’unica città vera e propria, Capitol City, che vessa e opprime gli abitanti dei distretti con tasse, sanzioni, obblighi e, punto centrale all’interno della storia, veri e propri sacrifici umani sotto forma di reality show per l’esclusivo intrattenimento degli abitanti della città. Da qui comincerà dunque la ribellione dei distretti a partire dal 12 in un’appassionante storia che non risparmierà colpi di scena, tradimenti e amori travagliati. Ma lasciamo da parte le scintille della rivolta per ora, facciamo un passo indietro a quando la vita degli abitanti dei distretti scorreva scontenta ma tranquilla e analizziamo la struttura della società scaturita dalla mente della Collins.

Katniss Everdeen (Jennifer Lawrence) in una locandina promozionale del film (www.27esimaora.corriere.it).

A livello filosofico la società del popolo di Panem è molto interessante, essa infatti ricalca perfettamente (anche se nella sua peggiore degenerazione) il modello della città ideale che Platone delinea per la prima volta nella Repubblica e riproporrà poi, seppure con qualche modifica, nelle Leggi, ultima sua opera. Questo modello prevederebbe una popolazione non troppo ampia per essere applicato (5040 cittadini secondo le stime platoniche) e la divisione di questa in tre grandi gruppi sociali: i lavoratori, il cui compito è lavorare i campi per dare sostentamento alla polis, i custodi, protettori della città e infine i filosofi, i governanti. Questa divisione non sarebbe arbitraria, ma decisa sulla base delle singole capacità dei cittadini testate attraverso l’educazione impartita dalla polis comunemente a tutti: chi avesse dato segni di particolare abilità nella memoria e nello studio sarebbe stato introdotto all’apprendimento delle discipline matematiche,  più elevate rispetto ad altre in quanto aventi idee astratte come oggetto di conoscenza e solo più avanti sarebbe stato iniziato allo studio della filosofia, coronamento e massimo livello dell’educazione. Un ostacolo alla realizzazione di questa particolare divisione era ravvisato da Platone nella proprietà privata e nell’istituzione della famiglia, in quanto i genitori vogliono sempre il meglio per i loro figli e per la loro educazione che poteva essere pagata tramite beni materiali. Il pericolo era dunque che al potere arrivassero non i filosofi, interessati più alla contemplazione che all’esercizio del potere e dunque particolarmente atti ad esercitarlo giustamente, conoscendo loro l’idea di bene, ma altri che, per la particolare disposizione della loro anima, sarebbero stati più adatti al compito di custodi o di lavoratori. La soluzione proposta da Platone in questo ambito sarebbe dunque l’abolizione della proprietà privata e della famiglia (cosa che farà inorridire Giambattista Vico, filosofo del Seicento che vedeva nell’istituzione della famiglia l’inizio della civiltà): solo ai lavoratori sarebbe stato concesso un possesso, quello degli strumenti atti a lavorare la terra, mentre i neonati sarebbero stati sottratti alle rispettive madri perché fosse la polis ad occuparsi di loro e della loro educazione impartita a tutti ugualmente, la famiglia non sarebbe dunque esistita e gli uomini eccellenti sarebbero stati selezionati appositamente per accoppiarsi e produrre individui sempre migliori secondo un principio eugenetico. Come non notare in questo uno stretto parallelismo con la società di Panem? I 12 distretti: i lavoratori, le forze armate al servizio della capitale: i guardiani, il presidente Snow a capo di Capitol City e tutto l’apparato di governo: i filosofi. Con una differenza però: questo modello, che nella mente di Platone doveva essere perfetto, è corrotto e degenerato. I filosofi infatti non contemplano l’idea di bene e non governano secondo giustizia, le leggi ci sono, ma appositamente ideate per opprimere i lavoratori e far vivere nell’agio i governanti, i guardiani difendono gli interessi della città e ne eseguono gli ordini ma non soccorrono i lavoratori, al contrario, li maltrattano e li schiavizzano, questi ultimi, indifesi non possono fare altro che subire. L’educazione funziona male e non è più egualitaria, la famiglia e la proprietà esistono, ma i lavoratori sono emarginati e poveri. Un modello corrotto e non corrispondente al sogno di Platone, ma com’è accaduto che dal limpido e perfetto progetto platonico si precipitasse nel buio covo di una ribellione? Per rispondere a questa domanda occorrerà interpellare un altro grande filosofo della Grecia antica: Aristotele.

La città ideale, dipinto di un autore sconosciuto, tempera su tavola (www.archiobjects.blogsport.com).

Aristotele nella sua Politica in effetti si occupa della città e delle modalità governative di questa e abbandona totalmente il modello platonico. La famiglia viene infatti ristabilita, così come la proprietà privata, d’altra parte chi sarebbe motivato a coltivare dei campi non suoi e ad educare fanciulli non riconoscibili come figli? Ma il processo di divorzio da Platone non si ferma qui. Aristotele infatti afferma che a lavorare i campi non dovrebbero essere altro che gli schiavi, uomini, per lui, dotati appena della ragione sufficiente per comprendere gli ordini del padrone e quindi per natura destinati ad essere usati come oggetti. All’interno della famiglia, primo nucleo sociale da lui individuato, ci sarebbero invece per natura rapporti non egualitari, il padre (uomo greco libero) sarebbe stato al di sopra di tutti: dello schiavo, della moglie non dotata della sua stessa autorevolezza e dei figli, almeno fino a che non fossero diventati cittadini legittimi. Questi rapporti di disuguaglianza, però, all’interno della polis (data dall’unione di più villaggi) si sarebbero trasformati in un governo egualitario in cui tutti avrebbero potuto partecipare alle assemblee e accedere alle magistrature, temporanee e assegnate secondo un criterio di rotazione cosa che manifesta una certa tendenza aristotelica nell’appoggiare una forma di governo mista fra aristocrazia e democrazia in quanto le cariche sarebbero state assegnate ai migliori ma a rotazione, appunto. Ma se in queste motivazioni si può forse trovare una spiegazione della degenerazione del modello platonico a Panem, quali sono state le cause profonde che hanno portato il malcontento generale a trasformarsi in una vera e propria guerra civile? Più semplicemente, perché è esplosa la rivolta? Secondo Aristotele questo è accaduto per la mancanza, a Panem, di una classe media (fatta di piccoli proprietari terrieri) sufficientemente forte per evitare la polarizzazione fra ricchi e poveri con la conseguente nascita di odio e desiderio di rivalsa. Al governo dunque dovrebbe proprio andare questa classe media che non avrebbe il tempo di occuparsi di eccessive assemblee dovendo badare ai campi e riuscirebbe così a mantenere l’ordine. L’errore del presidente Snow, quindi, starebbe proprio qui, nell’aver instaurato una palese dittatura lasciando che le differenze fra ricchi e poveri si accentuassero troppo andando a fomentare rabbia e malcontento.

Aristotele (www.studenti.it).

Grazie al gesto coraggioso di Katniss Everdeen, quindi, la rivolta esploderà in tutta Panem e porterà alla vittoria dei ribelli con il conseguente rovesciamento del governo, ma il nuovo sarà migliore del vecchio? Sapranno davvero regolarsi, evitare l’ingiustizia ed instaurare un comando virtuoso? Katniss da questo rimarrà esclusa per sua scelta, rifugiandosi nelle rovine di quello che era il suo distretto 12 da cui tutto era partito e la Collins dal canto suo fornisce solo pochi squarci di quello che sarà il nuovo ordinamento di Panem, inquietantemente simile al precedente e, forse, tragicamente lontano dagli ideali che avevano dato inizio alla ribellione. Ma d’altra parte qualcuno ha detto, e forse non a torto, homo homini lupus

Lorenzo Delpiano

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