Da sempre l’arte rappresenta per l’uomo il porto sicuro dove trovare riparo dalla realtà dell’esistenza, a volte troppo opprimente e concreta, troppo difficile da sopportare. L’arte è per l’artista lo spazio catartico dell’espiazione della colpa, della purificazione dal dolore; lo spazio catartico del rifugio, nascondiglio prezioso onde fuggire la complessa vastità del mondo. È una dimensione radicalmente asociale, seppur destinata ad avere un pubblico (che sia esso ampio o esiguo), in cui prende vita una performance che è esclusiva dell’io e del suo caleidoscopio emotivo. L’arte è il teatro dell’inconscio dell’artista che segue una logica definita da Matte Blanco simmetrica (e contrapposta a quella asimmetrica, propria del pensiero razionale e delle sue manifestazioni). In essa “le relazioni inverse sono identiche a quelle date”: non segue le regole del principio di non contraddizione, ma nella logica simmetrica dell’inconscio vige una visione sineddochica della realtà, dove la parte è identica al tutto; vige un principio di assimilazione, secondo cui la distinzione tra il vero e il falso non ha più ragion d’essere e dove l’unico reale interlocutore dell’io è se stesso. Forse è per queste sue caratteristiche che gli artisti, soprattutto in letteratura, tendono a riprodurre due dimensioni che seguono anch’esse la logica del pensiero inconscio: la follia e il sogno.

La follia

La follia è lo spazio della negazione di tutto ciò che è razionale, socialmente accettato e accettabile. Nella pazzia non si è chiamati a rispettare alcun dovere, alcun ordine precostituito, ogni gesto atipico viene sbrigativamente liquidato dall’esterno, non senza una certa commiserazione, come, appunto, l’atto di un folle, cioè di colui “totalmente incapace di intendere e di volere; colui che ha una visione deformata o travisata della realtà”. Insomma, il pazzo può rivendicare per sé il diritto di compiere gesti sconsiderati, la responsabilità dei quali non sarà a lui attribuita ma al suo stato di delirio. Questa l’intuizione alla base di molta della produzione pirandelliana, dove la follia è la dimensione di rifugio da una realtà deludente, corteo di maschere in cui la ricerca di una verità effettiva non può che condurre all’esasperazione e i cui attori diventano veri e propri forestieri della vita. È quello che accade al Gengè di Uno, nessuno e centomila che rifiuta le forme sociali fondendosi con la natura, unico ente ritenuto autentico e in cui, attraverso la pazzia, sia concesso all’uomo di perseguire la sua effettiva identità. Più emblematico è il caso dell’Enrico IV: la follia, prima reale ma poi simulata, diviene lo strumento mediante cui è possibile smascherare l’ipocrisia sociale, rivelare la velleità delle regole del vivere civile, approdando ad una saggezza capace di svelare l’amarezza dell’esistenza: “Preferirei restare pazzo e vivere con la più lucida coscienza la mia pazzia. So perfettamente di fare il pazzo: e lo faccio. Il guaio è per voi che la vivete agitatamente, senza saperla e senza vederla, la vostra pazzia”.

Il sogno

Le delicata e solitaria Pietroburgo avvolta dall’atmosfera surreale di notti impalpabili, raccontata da Dostoevskij nel suo capolavoro Le notti bianche, cala il lettore, ma soprattutto l’autore stesso, nella dimensione onirica del sogno. La città, pervasa da una poesia ai limiti del sortilegio, si svuota improvvisamente di ogni passante o comparsa sfuggente e diventa il palcoscenico vuoto destinato all’azione di un solo attore: l’io alle prese con la sconfinatezza delle proprie illusioni, immense quanto può essere smisurata una città deserta agli occhi di un solo abitante. La desolazione incantata di Pietroburgo è lo scenario asociale e individualistico in cui si muove, cauto e sfrenato, il sognatore. Egli percorre il non-luogo delle sue allucinazioni, spazio del rifiuto del reale; insegue chimere che si infrangono contro la vita miseramente, come miseramente cammina il trasognato inetto sul bordo estremo dell’esistenza. Solo un piccolo e timido spiraglio di realtà, rappresentato dalla giovane Nasten’ka e dai sentimenti del protagonista, fende la cortina eretta a schermo contro il mondo. Ma anche questo bagliore di vita vera è destinato ad essere travolto dal rapido vorticare dei sogni del nostro anonimo protagonista (che bisogno c’è di avere un nome se abitiamo dentro una fantasia?). È un amore vissuto nella sua anima, nel suo desiderio, nell’intensità delle sue illusioni anziché nell’inconfutabilità dei fatti. È una speranza sorta per essere disattesa perché l’unica realtà che attende il sognatore, che ha preferito il rifugio delle sue visioni inconsistenti alla nuda concretezza della vita, è la solitudine. Una solitudine voluta, scelta, cercata, e che si dispiega inevitabile nel mattino che giunge, senza pietà, al ticchettio di una pioggia che batte malinconica sul vetro della finestra.

“L’avvenire significa la solitudine, significa ritornare a quella vita inutile e stantia. Di che cosa potrei nutrire i miei sogni, se nella realtà, vicino a voi, sono stato tanto felice?”

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