Sembra un motivetto sentito e risentito quello che recita che “i soldi non fanno la felicità”. Sembra quasi di sentire le classiche risposte date a questo datato pensiero, risposte di derisione e sufficienza che ognuno di noi avrà dato almeno una volta. Alcuni studiosi si sono preoccupati di studiarci a riguardo, quale tra le due correnti di pensiero avrà avuto la meglio?

I Like It di Cardi B può dirsi icona della mentalità odierna?

Il divario tra le due diverse correnti di pensiero, quella centrata sul valore dell’esperienza e quella indirizzata al reddito economico come raggiungimento della felicità, si esprime anche nei più semplici dettagli quotidiani. Una canzone molto in voga in questo momento, ad esempio, è I like it di Cardi B, ritmo energico e testo più che esplicito. Nel testo emergono più volte frasi come “I like dollars, I like diamonds, I like stuntin’, I like shinin’ 
I like million dollar deals“, “I like going to the jeweler, I put rocks all in my watch” o molto più semplicemente “Oh, I need the dollars“. Non è affatto ne l’unica ne la prima canzone ad esaltare la sfera economica come massimizzazione del benessere e del raggiungimento personale, soprattutto nell’ambiente rap.

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Non solo soldi nei media, nel panorama musicale o in molti altri ambiti, ma anche tanta apparenza e attaccamento all’aspetto fisico. Anche in questo caso l’obiettivo proposto è ben delineato per canoni e schemi prestabiliti (anche se ci sarebbe da chiedersi, prestabiliti da chi?).

Lo studio scientifico sulla felicità e la presunta correlazione economica

La London School of Economics si è preoccupata di studiare questa interessante faccenda. Chi ha condotto lo studio, Lord Richard Layard, ha spiegato che nonostante negli ultimi 50 anni i redditi medi siano lievitati più del doppio rispetto al passato, le persone non sono diventate più felici. I dati analizzati nello studio provengono da 4 diversi paesi, tra cui Germania e Stati Uniti d’America. Ciò che crea più dolore negli individui sono le relazioni fallite e le malattie fisiche e mentali. I problemi economici si piazzano solo secondariamente in termini di sofferenza per la persona. Ciò che porta alla felicità non sarebbe il possesso materiale ma le esperienze. Dal momento che lo studio è stato condotto proprio dalla London School of Economics, è stato proposto anche un “piano d’azione” – per ora solo ipotetico – che si interessa di affrontare i problemi di salute mentale per aumentare il benessere della popolazione.

London School of Economics

Il focus si sposta quindi, l’intervento davvero utile non sarebbe più quello di cercare di ridurre la povertà, ma quello di pensare al vero benessere dell’individuo.

Cosa ci ostacola davvero dalla felicità?

Lo studio ci spiega che se si riuscissero ad eliminare depressione ed ansia, l’infelicità si ridurrebbe del 20%. Al contrario, se la politica si preoccupasse di ridurre la povertà, la percentuale toccherebbe appena il 5%. Questa ipotesi non trova appoggio soltanto nei dati statistici, ma anche nella storia degli ultimi 50 anni che ha sperimentato un incremento del reddito economico senza sortire gli stessi buoni risultati per la felicità dei cittadini. Lo studio condotto dall’economista sopracitato Lord Richard Layard, porta il nome di “Origini della felicità” e ha dimostrato quanto la soddisfazione degli individui dovrebbe essere la vera priorità di tutti i governi. Layard è anche ex consigliere di Tony Blair e Gordon Brown.

Anche economicamente ci sarebbe tutto da guadagnare secondo Layard. La spesa per la riduzione delle malattie mentali porterebbe al governo una maggiore occupazione e quindi aumento delle entrate fiscali ed una riduzione dei costi del SSN legata ad una minor richiesta di visite mediche ed accessi al pronto soccorso. “Affrontare la depressione e l’ansia – continua Layard – sarebbe quattro volte più efficace di affrontare la povertà”.

Lo studio prende in esame diversi decenni e rileva quanto i fattori sociali e psicologici siano decisamente più importanti per il benessere personale di quanto possano esserlo i livelli di reddito. ”Tutto questo richiede un nuovo ruolo per lo Stato – spiega Layard – non la creazione di ricchezza, ma la creazione di benessere. In passato lo Stato si è occupato di povertà, disoccupazione, istruzione, salute fisica. Ma altrettanto importanti sono ora la violenza domestica, l’alcolismo, la depressione e l’ansia, i giovani emarginati e molto altro. Temi che dovrebbero guadagnarsi il centro della scena”. Concludendo, l’economista precisa che non intende sorvolare sui problemi economici che creano diseguaglianza tra la popolazione, ma che il suo obiettivo è quello di spiegare come migliorando i servizi di salute mentale, il paese ne ricaverebbe su diversi fronti.

Serena Vitale

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