Il corpo è il mezzo di comunicazione principale che abbiamo in dotazione fin dalla nascita. I gesti, le parole, i suoni, le espressioni facciali, tutto ciò ci permette di inviare un messaggio al nostro interlocutore. Un caso particolare di comunicazione, però, è quella che avviene durante le cerimonie sacre. Non sempre, infatti, siamo noi a rivolgerci attivamente a qualcosa di trascendente, ma possiamo usare il nostro corpo come un mezzo per “ospitare” il divino in noi.

Le radici storiche

Nell’antica Grecia vi erano numerosi esempi di questo particolare utilizzo del corpo. Ogni rito aveva le sue peculiarità in base alla posizione geografica e alle divinità adorate in quella zona, ma un filo rosso collegava alcuni elementi ricorrenti. La cerimonia si svolgeva in posti isolati come boschi, praterie o zone difficili da raggiungere. Il gruppo che partecipava aveva un’elevata quota di presenze femminili, da sempre associate al mistero della vita. Spesso durante i riti venivano assunti particolari cibi o bevande, come ad esempio il vino durante i riti dionisiaci. La musica, poi, era sempre presente. Grazie alle melodie degli antichi strumenti, i canti e i balli permettevano l’accesso ad uno stato di alterazione tale da permettere l'”invasione” del corpo da parte della divinità.

La danza di una donna ritratta durante una cerimonia sacra

Esempi d’oltremare

Anche negli altri continenti ci sono stati importanti esempi di un’utilizzo del proprio corpo come tramite per il divino. Rimanendo in tema di danze, nel Sud America colonizzato dagli spagnoli a partire dalla fine del XV secolo, si è verificato un particolare fenomeno di sincretismo culturale. Gli schiavi provenienti dall’Africa si sono integrati con le popolazioni indigene dando vita ad una cultura mista che ha dovuto fare anche i conti con l’influsso cristiano proveniente dai conquistatori europei. Ne deriva una serie di balli, dei quali troviamo un eco anche al giorno d’oggi (ad esempio nella salsa e nella rumba), che si fondano su una forte simbologia sia laica che religiosa. Un ciondolamento orizzontale delle braccia, per esempio, sta a simbolizzare l’andatura affaticata dei lavoratori sfruttati nelle campagne. Il richiamo alle divinità, invece, lo troviamo in tutti i movimenti verticali, che rimandano alla dimensione ultraterrena. Proprio in questo ultimo caso, chi balla emula i gesti tipici di uno dei “santi”, invocandone la presenza nel suo corpo, quasi finendo per identificarsi in una divinità durante la danza.

Alcuni personaggi della santeria

La meditazione

Noi non siamo un corpo, ma abbiamo un corpo. Proprio per questo esso può essere il collegamento verso qualcosa di trascendente. Fare i conti con questa alterità ha portato l’uomo a creare delle pratiche che gli permettessero di prendere consapevolezza di questo scarto. Una di queste è la meditazione: la capacità di concentrare la propria attenzione su di sé e sulla propria condizione. Non sempre essa viene usata per scopi religiosi, come ad esempio nel caso della preghiera. La meditazione può, più in generale, essere intesa come un particolare esercizio psicofisico, tramite cui ci liberiamo delle nostre limitazioni intrinseche e accediamo ad uno stato di coscienza più acuto. Il nostro corpo diventa ancora una volta il tramite per trascenderci, e si configura come uno strumento dalla duplice valenza: esso è allo stesso tempo l’ostacolo da superare e il mezzo per riuscirci.

Una tipica postura meditativa

 

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