Nella Parigi della fine anni Sessanta, stava per prendere forma uno degli eventi più importanti della storia sociale, politica e filosofica del secolo scorso. Durante il famoso Maggio 1968, operai e studenti scendono insieme nei boulevards a protestare contro i limiti imposti dalla società borghese. L’urlo comune è quello contro una prospettiva piatta che non tiene conto delle diversità e delle differenze che ogni soggetto porta con sé.

Un treno che viaggia su vecchi binari

Possiamo definire il desiderio come una spinta soggettiva di tensione verso il nuovo. Già la sua etimologia, de-siderare, evoca un cielo pieno di stelle (in latino sidus, sideris) da cui noi “estraiamo” un percorso in mezzo ad altre infinite possibilità. L’unicità di questo processo è ciò che distingue ognuno di noi.

Gilles Deleuze e Felix Guattari sono due pensatori che hanno marcato profondamente le coscienze rivoluzionarie di quegli anni con il loro libro intitolato “L’Anti-Edipo“. La critica principale che viene mossa, è che il desiderio sia stato ingabbiato. È come un treno che non ha altra scelta se non di viaggiare lungo dei binari prestabiliti, senza poter mai decidere di cambiare rotta.

Il complesso di Edipo, tanto caro agli psicoanalisti e obiettivo di critica di Deleuze e Guattari, ne è un esempio. Sembra quasi che qualsiasi problema possa essere ricondotto ai classici ruoli famigliari, senza prendere in considerazione tutte le possibili varianti di ogni caso specifico. Il desiderio del bambino non può che ricadere sulla madre, come se fosse stato incanalato fin dalla nascita in un percorso obbligato che, volente o nolente, lo porterebbe a replicare una dinamica ormai diventata leggendaria e volte obsoleta.

Il rischio del cortocircuito

Ai nostri giorni, il percorso del desiderio è molto corto. Dal momento in cui nasce a quando viene soddisfatto, il tempo che trascorre è minimo. Addirittura, il paradosso può essere che la dinamica venga soffocata: abbiamo così tante cose che smettiamo di desiderare. Metaforicamente, è come raggiungere una meta senza viaggio. La carica rivoluzionaria del desiderio viene disinnescata dalla sua certa e costante soddisfazione.

I moti rivoluzionari del 1968 e le analisi che ne hanno fatto pensatori come Jacques Lacan, Michel Foucault, Alain Badiou e altri, hanno messo in luce l’importanza di non reprimere i propri desideri. Il rischio del cortocircuito del processo desiderante è sempre dietro l’angolo. Riuscire a tappare l’affermazione di nuove prospettive di vita, anche distanti dal mainstream, significa appiattire una società che invece potrebbe essere viva, attiva e rispettosa delle differenze che la compongono.

Durante i moti del 1968, le scritte sui muri sono state una via di espressione per chi è sceso nelle strade

“Prendete i vostri desideri per delle realtà”

La lezione che dobbiamo imparare dalle rivolte sessantottine è che il desiderio, in tutte le sue forme, va preservato. Non è una sfida semplice, perché spesso ci sentiamo vincolati, limitati, messi alle strette dalle condizioni esterne. Questo non vuol dire che non ci siano delle strade alternative da percorrere per arrivare al nostro obiettivo. L’importante è non cedere sul proprio desiderio.

Concludendo, quello che si desidera diventa secondario. Il compito principale è continuare a tendere verso il nuovo, verso qualcosa che ancora non c’è e che possiamo creare. Solo così la potenza rivoluzionaria del desiderio non verrà corrotta.

 

Nicola Copetti

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