L’immagine corporea e la propria rappresentazione constano del risultato della mistione e della mediazione di molteplici accezioni. In particolare, la percezione e gli aspetti affettivi, cognitivi e comportamentali giocano, in ciò, un ruolo ben più che marginale. Attraverso il mondo oltre lo specchio, insomma, l’immagine, nella mente di chi osserva, diviene una sorta di quadro del corpo, capace d’indurre sensazioni ed emozioni. Pertanto, pare lecito domandarsi come si origini tale quadro, quali fattori ne influenzino la percezione ed altresì quali siano i suoi effetti sull’individuo. In breve, si è realmente come ci si vede allo specchio?

Il mutamento della percezione: dall’infanzia all’adolescenza

La felicità negli occhi di un bambino che gioca con il proprio riflesso

In età neonatale, la percezione del proprio corpo concerne una mera capacità di sensazione, conseguita spesso senza l’ausilio della vista. Tale abilità, definita propriocezione, riguarda, ad esempio, il sentirsi attraverso il moto degli arti od il senso dell’equilibrio. L’infante, quantomeno inizialmente, non risulta in grado di distinguere sé dal mondo circostante, di distaccare la personale figura dal contesto in cui vive. A partire dai tre anni d’età, questi impara a riconoscere il proprio riflesso nello specchio e, dai cinque anni in poi, comprende che anche gli altri possiedono un corpo simile al suo. Durante il periodo adolescenziale, l’individuo intraprende un lungo cammino verso l’età adulta, caratterizzato da notevoli mutamenti in termini di apparenza estetica. In simili “sbalzi d’immagine” risiede una spesso inconscia difficoltà nel riconoscersi e nell’accettare la nuova forma acquisita. Uno sviluppo affrettato rispetto ai coetanei, per esempio, può condurre a sguardi ed attenzioni non sempre ben accetti.

La creazione del quadro tra fattori sociali e psicologici

L’ambiente in cui l’individuo cresce e si relaziona – ambo con coetanei e famigliari – condiziona profondamente il suo sviluppo psicologico. Da tali fattori è possibile altresì desumere tanto un accrescimento quanto una diminuzione della sensibilità al giudizio altrui. Inoltre, in particolar modo al giorno d’oggi, si è soliti costruire un ideale del corpo sulla base dell’influenza social-mediatica. Il costante paragone tra il reale e l’ideale, di fatto, può alterare oltremodo la percezione di sé, arrecando maggiore o minore sofferenza a seconda della personale vulnerabilità. Seppur momentanee, talune manifestazioni adolescenziali a guisa dell’acne appaiono in grado di acuire la difficoltà di accettazione. Un cambiamento del peso corporeo, ad esempio, od il modellamento di nuove forme – per così dire maggiormente definite – inducono spesso un’incoerenza nella dinamica percettiva. In altri termini, il giovane rischia d’intravvedere un’immagine di sé alterata sia positivamente che negativamente, influenzando, pertanto, la propria autostima.

Specchio ed autostima: gli effetti sul soggetto

“Un’immagine corporea è sempre in qualche misura la somma delle immagini corporee della società e muta a seconda di colui col quale ci articoliamo” scriveva Paul Schilder nel 1935. Risultando equivalentemente diffusa sia tra il sesso maschile che femminile, l‘insoddisfazione della personale forma fisica può condurre ad elevati livelli di sofferenza, spesso giungendo ad interferire con la vita dell’individuo. Talvolta, infatti, simili preoccupazioni portano il soggetto allo sviluppo d’un eccessivo controllo del e sul proprio aspetto, reso evidente dalla manifestazione di comportamenti compulsivi. Guardarsi allo specchio in molteplici occasioni, pesarsi più volte al giorno e misurare continuamente le circonferenze di gambe e vita constano solamente d’alcuni tra i summenzionati. Coloro che possiedono una negativa rappresentazione di sé, inoltre, paiono dedicare un’ingente quantità d’ore alla cura dell’immagine: maggiore è l‘insoddisfazione, maggiore risulta il tempo impiegato nel rimedio dei difetti percepiti.

Autostima ed aspetto estetico, per tali individui, rappresentano due unità direttamente correlate, spesso accompagnate da depressione e forte autosvalutazione. Una sorta di circolo vizioso, dunque, in cui la scarsa capacità d’autoanalisi contribuisce a fornire al soggetto un’immagine alterata di sé stesso. La presenza di questa, percepita in maniera tutt’altro che obiettiva, viene riscontrata nella maggioranza dei disturbi del comportamento alimentare e nella stessa dismorfofobia (Cash, 2002). Esiste una terapia atta alla risoluzione di simili problematiche? Una cura specifica che riesca quantomeno ad attenuare tale distorsione? Ovviamente sì. La Body Image Modular Therapy, approccio integrativo specifico per problematiche di disturbo dell’immagine corporea, consente d’affrontare la sofferenza in modo più che mai mirato e radicato.

Simone Massenz