foto di Marco Angiolillo

Quali sono i luoghi che hai visitato?

Dalla spirituale Gerusalemme dove abbiamo ammirato i luoghi più sacri delle tre religioni monoteiste, alla modernissima Tel Aviv con i grattaceli, le spiagge bianche e i locali aperti tutta la notte. Poi la distrutta Betlemme, spaccata a metà dalla barriera di separazione contro i palestinesi. Abbiamo inoltre visto Ramallah, capitale politica dei territori palestinesi, molto simile a una città fantasma con centinaia di grattacieli nuovi di zecca, ma completamente disabitati. Infine, tutti gli insediamenti sparsi sulle colline del West Bank. Insediamenti israeliani illegali, nei quali gli abitanti ti accolgono con un caloroso ma molto scaltro: “Welcome to Israel“.

Non si può conoscere Israele senza aver visitato la Palestina: sono due vecchi amanti ancora in lotta fra loro, memori di antichi tradimenti.

foto di Marta Armigliato 

Che emozioni hai provato al tuo arrivo? Quali esperienze ti porti dentro da questo viaggio?

Andare in Israele senza un’idea politica e con la mente aperta richiede un grande sforzo, ma è questo l’unico modo per viaggiare e comprendere: senza aspettative, senza pregiudizio alcuno. Dal momento in cui l’aereo decolla, a Roma Fiumicino, mi rendo subito conto di stare per esplorare un luogo in cui la religione è talmente presente che si può persino vedere. Nei posti a sedere si trovano ebrei ortodossi, rabbini, preti, suore o pellegrini. Quando atterro al Ben Gurion Airport di Tel Aviv, esco e prendo uno “sharut” per andare a Gerusalemme. Tutto è completamente diverso da quello che si vede sui giornali: non è un deserto ribollente di guerra, tutto è avvolto nel verde e in un’apparente pace. Dopo circa mezz’ora, eccola spuntare fra le colline: la Città Santa.

È un pugno di bianco, accecante quanto il sole. Una città del genere non lascia nessuno indifferente. Dopo alcune ore, però, mi rendo conto che la calma e la pace sono invece pervase da una tensione che si respira assieme alle spezie e agli incensi che impregnano l’aria. In Israele si vedono tante cose in pochissimi metri quadrati: un ebreo ortodosso che suona “The Eyes of the Rising Sun” tra le vie dei centri commerciali mentre ragazze in shorts danno lui degli shekel.  I soldati delle Israeli Defense Force (I.D.A), a volte molto giovani, che ti offrono un drink al mercato di “Mahane Yehuda“, chiedendoti il contatto Facebook mentre abbracciano un fucile. O ancora arabi che ti regalano pezzi di dolce per fartelo assaggiare, complimentandosi con te per il sorriso a fianco di ebrei ortodossi che invece, solo perché sei donna, si difendono lo sguardo dal “peccato” coprendosi con la mano.

Poi c’è il rovescio della medaglia: ragazzini palestinesi del West Bank che ti guardano con occhi spavaldi mentre fanno sgommare le loro auto rubate e l’infinita dolcezza dei bambini delle tribù beduine originarie del Negev che giocano fra i rifiuti delle discariche e che, mentre ti scattano foto col cellulare, giocano a pallone incitandosi a vicenda.

foto di Marta Armigliato                                                

Hai assistito a scene che ti hanno fatto capire qualcosa in particolare? Che clima si respira in Israele?

Quando siamo passati a fianco del muro che separa Betlemme da Israele. Abbiamo notato alcuni writers che stavano disegnando un immenso graffito con il volto di una ragazzina. Una delle mie compagne di viaggio ha scambiato con loro alcune parole in russo, ma le uniche che è riuscita a cogliere sono state: “qua per i palestinesi è finita“. Abbiamo scoperto, il giorno seguente, che erano graffitari italiani quando uno dei due, Jorit Agoch, è stato arrestato dalle autorità israeliane e la ragazzina che stavano disegnando era Ahed Tamimi, la palestinese di diciassette anni che aveva tirato uno schiaffo ad un soldato delle I.D.F dopo che quest’ultimo aveva sparato in faccia a suo cugino. Il clima che si respira in Israele è ambivalente: ci sono coloro che sperano ancora nella pace come le ambasciate, i consolati, l’ONU o l’Unione Europea. Poi ci sono la maggior parte delle persone comuni (sia israeliani che palestinesi), cresciute con la paura di perdere la casa e che pensano solo a come tenere lontana la parte “avversaria”. Ricordo in particolare un uomo, al mercato di Mahane Yehuda, che nel bel mezzo della serata alla domanda: “volete la pace?“, rispose con particolare foga: “loro vogliono uccidere i nostri ebrei!“.

Nadav Tamir, un diplomatico israeliano che lavorò a stretto contatto con il presidente Peres, ha definito la situazione degli isrealiani come quella di persone reduci da soprusi che, invece di superare il trauma, sembra che non vogliano lasciarlo andare. Tengono stretto il dolore per paura che qualcuno si possa dimenticare di ciò che è accaduto durante l’Olocausto. Ma in questo modo stanno portando nel mondo una nuova Apartheid, emarginando completamente i Palestinesi e lasciandoli molto spesso in condizioni di “schiavitù indiretta” consentendo loro, ad esempio, di usare l’elettricità solo per quattro ore al giorno e avere rifornimenti di acqua ogni 23 giorni. Se non ci sono ritardi.

foto di Marta Armigliato 

C’è qualche episodio che senti il bisogno di raccontare dopo il tuo viaggio?

Assieme alla nostra guida stavamo attraversando un insediamento israeliano nel West Bank, per guardare dall’alto un piccolo villaggio di beduini che da anni erano perseguitati dal governo. Ad un certo punto uno dei “settlers” si è avvicinato a noi. Dopo aver chiesto chi fossimo, ci ha accolto con un caloroso “Welcome to Israel!“. Nel silenzio generale, la nostra guida ha rimarcato il fatto che fosse davvero interessante che lui pensasse di essere in territorio israeliano, dato che così non era: ci trovavamo di fatto in Palestina, e lui era uno degli occupanti illegali di un territorio appartenente ad un’altra popolazione. Lui, un americano originario del Michigan, ha subito difeso con forza il fatto che quello fosse territorio palestinese: “questa è Israele e a me quello che dice la comunità internazionale non mi tocca. Noi Ebrei siamo stati soli contro tutti per millenni, se lo siamo anche ora non è una novità.

foto di Marco Angiolillo

Faresti volentieri questa esperienza un’altra volta?

Non solo la farei di nuovo, ma consiglio a tutti di andare laggiù. Nulla come provare le cose sulla propria pelle può metterci davanti alla realtà. Le notizie che ascoltiamo, i libri che leggiamo, sono buoni punti di partenza. Ma gli eventi vissuti in prima persona.

Sono quelli che ci cambiano davvero.

 

William Mongioj

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Marta Armigliato