La dissociazione spesso segue un’esperienza traumatica e può essere più o meno pervasiva a seconda del soggetto e dell’esperienza in questione. Il fenomeno ha gravità variabile e nel peggiore dei casi può portare al disturbo dissociativo dell’identità.

La dissociazione è un meccanismo di difesa che consente all’individuo di affrontare conflitti emotivi e fattori stressanti interni ed esterni attraverso la temporanea alterazione di alcune funzioni integrative come l’identità, la coscienza e la memoria. Ciò che non può essere elaborato a livello cosciente viene dissociato dalla nostra consapevolezza e relegato nell’inconscio. Purtroppo però tale materiale dissociato, in un modo o nell’altro, agisce sempre una qualche influenza sulla vita cosciente delle persone. A prescindere da tutto è un meccanismo che consente la sopravvivenza dell’individuo, poiché gli impedisce di avere  a che fare con i traumi del suo passato.

Il disturbo di personalità multipla nel DSM-5 ha cambiato nome. Adesso è conosciuto come disturbo dissociativo dell’identità.

La dissociazione è stata definita come un meccanismo di difesa verticale. Ciò implica la creazione di nuove coscienze o personalità che funzionano in parallelo e che hanno il compito di sostenere e sopportare il peso delle esperienze traumatiche. Questa nuova personalità è dissociata da quella principale, la quale non è a conoscenza della sua esistenza. All’inizio la dissociazione è funzionale alla sopravvivenza dell’individuo, specialmente del bambino che la considera come l’unico modo per sfuggire al suo trauma. A lungo andare però diventa disadattiva perché l’identità dell’individuo si frammenta in tanti piccoli pezzettini quanti sono i suoi traumi.

I contributi teorici meno recenti

La dissociazione è uno dei fenomeni maggiormente studiati nel corso del tempo ed attualmente esistono due correnti di pensiero riguardanti la natura dei sintomi dissociativi. Da un lato ci sono i teorici del continuum, mentre dall’altro i teorici della dissociazione strutturale.

I primi ritengono che esista un continuum della gravità dei sintomi. Ad un polo di questo continuum si trovano delle normali esperienze dissociative che comprendono piccole interruzioni di coscienza, le quali consentono agli individui di superare delle situazioni particolarmente difficili e di trarne il meglio. Al polo opposto invece si trovano le esperienze dissociative acute e quelle che portano al disturbo dissociativo dell’identità. I secondi invece ritengono che esistano diverse forme di disturbo dissociativo con un impatto diverso sulla psiche della persona poiché quest’ultimo dipende da fattori soggettivi.

Al di là di queste posizioni differenti, la comunità scientifica concorda nel dire che i sintomi dissociativi rappresentano un fallimento della funzione dell’integrazione.

Gli ultimi studi

Lanius e Frewen hanno recentemente approfondito la questione ed hanno descritto quattro tipi di sintomi dissociativi. Questi ultimi rientrano in un modello quadruplo formato da quattro dimensioni: tempo, pensieri, corpo ed emozioni. Innanzitutto bisogna sottolineare che sono dimensioni altamente soggettive, per cui bisogna sempre considerare attentamente la situazione del soggetto che presenta sintomi dissociativi.

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Il modello elaborato da Lanius e Frewen.

Riprendendo il continuum dei sintomi dissociativi, gli studiosi spiegano che per ogni dimensione possono presentarsi sintomi di natura post traumatica con un diverso gradiente e livello di dissociazione. Quindi in base all’età, a come è stato vissuto e rappresentato, alla frequenza e all’intensità del trauma, gli autori analizzano in che modo la percezione del tempo, il pensiero, il corpo e la propria emotività possano subire delle distorsioni a seconda della gravità del disturbo post traumatico. Per esempio il senso del tempo cambia drasticamente quando una persona si ritrova a rivivere un flashback post traumatico.

Più i sintomi traumatici sono potenti, più sono in grado di produrre un’alterazione della coscienza che va ad aggravare il sintomo stesso. Esso allora si trasformerà in qualcosa di sempre più complesso, con una fenomenologia diversa da quella iniziale, tanto da portare i clinici a confonderlo con un sintomo psicotico.

Fenomenologia del post trauma nei vari domini

Nel dominio del tempo sono tipici casi di rallentamento soggettivo del tempo. I soggetti possono rimanere intrappolati dentro un flashback molto vivido per mezz’ora, credendo che siano passati appena pochi minuti. Nel dominio del pensiero invece si osservano pensieri di gravità e natura diversa. Per esempio possono essere presenti semplici pensieri rivolti verso di sé o addirittura si possono sentire voci che provengono dalla propria mente. Per questo spesso gravi sintomi dissociativi vengono scambiati per sintomi psicotici.

Anche nel dominio del corpo si possono osservare sintomi che variano per gravità e pervasività. Da semplici stati di iperarousal (o iperattivazione) a vere e proprie esperienze di derealizzazione, ovvero di distacco dal proprio corpo. Infine nel dominio emotivo si può notare l’estrema difficoltà del soggetto ad accedere alla propria dimensione emotiva, specialmente quando si tratta di dimensioni positive come gioia o felicità.

Lo strano caso del Dottor Jekyll e Mister Hyde

Il disturbo dissociativo dell’identità ha sempre affascinato scrittori e registi di tutti i tempi. Tra questi troviamo anche Robert Louis Stevenson che ha dato vita al celebre racconto de ‘Lo strano caso del Dottor Jekyll e Mister Hyde‘ del 1886. Il Dottor Jekyll è un brillante medico che vive nella Londra del XIX secolo. Ben visto e rispettato da tutti, conduce una vita impeccabile ed è un uomo molto amato dalla società non solo per il suo lavoro. Nessuno però conosce l’esistenza di Mister Hyde, l’ater ego del dottore. Egli è un uomo vile e crudele e nel corso della storia si renderà colpevole di alcuni efferati delitti.

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Il Dottor Jekyll e Mister Hide.

Le due personalità (o identità) convivono nel corpo di un uomo solo. Il Dottor Jekyll si rende ben presto conto del fatto che entrambi non possono continuare a vivere in questo modo perché non potranno essere mai felici. Le due identità sono coinvolte in una perenne ed estenuante lotta nel tentativo di prevalere sull’altra. Si mette così al lavoro, nel tentativo di riuscire a creare qualcosa che possa dividerli per sempre, in modo tale che ognuno possa vivere la sua vita.

I suoi esperimenti alla fine daranno i loro frutti perché il Dottor Jekyll riuscirà ad inventare una ‘pozione‘ che, se ingerita, potrà separare il bene ed il male che sono in perenne lotta dentro di lui. L’assunzione di questa pozione quindi consente di potersi trasformare completamente in Jekyll o completamente in Hyde, senza che l’una possa più interferire con il comportamento e le azioni dell’altra. Inizialmente la trasformazione è gestita facilmente perché di giorno si trasforma in un premuroso e capace dottore, di notte in un malvagio ed efferato criminale. In questo modo Mister Hide può sfogare liberamente la sua malvagità senza dover essere più frenato dal Dottor Jekyll.

Cose del genere però si sa che non portano mai a nulla di buono. I sensi di colpa iniziano pian piano ad impossessarsi del Dottor Jekyll, il quale non riesce più a sopportare il peso delle malefatte di Hyde. Contemporaneamente però Hyde acquista sempre più potere.

Il disturbo dissociativo dell’identità

Nel DSM-5 il disturbo della personalità multipla viene ridefinito come disturbo dissociativo dell’identità. Il nome cambia, ma il concetto rimane sempre lo stesso. Si tratta di una disconnessione tra i vari aspetti psichici di un individuo ed spesso la conseguenza di croniche e perpetrate esperienze traumatiche. Le principali caratteristiche del disturbo comprendono la presenza di due o più identità distinte, che indica una compromissione della continuità del senso di sé. Sono inoltre presenti lacune ricorrenti relative a determinate esperienze del passato o anche ad eventi quotidiani e bisogna sempre capire se questi stati dissociativi dipendano effettivamente dal disturbo in sé, da un’altra condizione medica oppure dagli effetti collaterali di alcuni farmaci.

Martina Morello

 

 

 

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