E’ usuale che artisti di ogni genere facciano usano di droghe (pesanti o leggere che siano). Molti ammettono di farne uso per potenziare le loro capacità creative. La droga allenterebbe i freni inibitori liberando dalla trappola del razionalismo e permettendo così al genio di fluire liberamente senza vincoli.

Le droghe nell’antichità

Nell’antichità non esisteva il problema morale dell’uso delle droghe, assumerle non era una questione di giusto o sbagliato, rappresentavano una parte fondamentale del rapporto con le divinità, un collegamento con la medicina, una connessione con il proprio corpo.
Nelle società di cacciatori-raccoglitori la droga è strettamente collegata all’esperienza religiosa, che ancora non aveva dogmi scritti e divinità ben definite. In questo caso era utilizzata principalmente come sostanza enteogena per i riti di visione e di comunicazione con il divino: il peyote (“pane degli dei”) in Messico, la ayahuasca (“liana degli spiriti”) in Amazzonia e in America centrale, l’iboga (“pianta miracolosa” o “albero della conoscenza”) in Africa occidentale, la kawa (“bevanda amara, pungente, aspra”) nel Pacifico del Sud, la cannabis sativa in Oriente.
Lo sciamanismo è la più antica e completa forma di fusione della dimensione religiosa con la droga. L’assunzione di droghe da parte dello sciamano serve per abbandonare il corpo e incarnarsi in altri stati (vegetali, animali e anche umani), per “trasportarlo” in un’altra dimensione da cui predire eventi o sentenze, guarire, orientare. Per i seguaci, invece, è una forma comunitaria di partecipazione alle cerimonie religiose. Come riferito, presso le popolazioni amazzoniche e andine, ad esempio, gli sciamani utilizzavano l’ayahuasca (ayac in quechua significa “spirito” e waska “liana”), una bevanda utilizzata contro “mille mali” e prodotta miscelando in un decotto diverse piante, principalmente le liane polverizzate di Banisteriopsis caapi (pianta rampicante) e foglie di Psychotria viridis(arbusto).

Gli artisti e la droga

Nel corso della storia moltissimi sono gli artisti che hanno creato le loro opere sotto l’effetto di sostanze stupefacenti. In alcuni casi, le opere di maggior successo di alcuni artisti sono nate proprio sotto effetto di stimolanti.

Charles Baudelaire

E’ il caso de’ Les Fleurs du Mal, una raccolta lirica di Charles Baudelaire il quale, insieme ad altri artisti suoi contemporanei (i famosi poeti maledetti) tra cui Verlaine, Rimbaud e Mallarmè, entrò a far parte del Club des Hashischins. I componenti di questo club usavano droghe, provocandosi allucinazioni, soprattutto con l’hashish, sostanza che ispirò a Baudelaire il saggio Les Paradis artificiels e Opium et haschisch.

Robert Louis Stevenson

Secondo recenti ricerche, Robert Louis Stevenson avrebbe scritto il famosissimo racconto “Dottor Jeckill e Mr. Hide” sotto l’effetto di derivati dell’ergot, un fungo allucinogeno potenzialmente letale. Nell’Ottocento l’ergotina veniva utilizzata per curare la tubercolosi e Stevenson era appunto tubercolotico. L’uso di questa sostanza sdoppiò la sua personalità, tanto che sua moglie, in una lettera scritta nell’agosto del 1885, parve molto preoccupata di questa sua condizione e non a caso lo scrittore, due settimane dopo, cominciò a scrivere il famoso racconto sulla duplicità della natura umana.

 

A quanto pare anche William Shakespeare faceva uso di marijuana prima di comporre le sue opere, alla stregua di Victor Hugo. Stephen King, invece, dichiarò di aver scritto Cujo dopo aver bevuto così tante birre e aver assunto così tante droghe da non ricordare quasi nulla della stesura del libro. In pochi invece sanno della passione di Van Gogh per il colore giallo, diventato predominante nelle sue opere dell’ultimo periodo e del motivo per il quale quel colore gli piacesse tanto. A quanto pare il pittore abusava dell’assenzio, un liquore altamente tossico, che agiva sul sistema nervoso, provocando allucinazioni, attacchi epilettici e la xantopia,ovvero la ‘visione gialla’ degli oggetti, in particolare di quelli bianchi o chiari. Persino Elsa Morante fece uso di mescalina, seppur sotto il controllo di un medico come affermava Alberto Moravia, e di LSD il cui nome si ritrova nelle iniziali dei titoli di alcuni suoi componimenti come La sera domenicale e La smania dello scandalo.

Veronica Grasso

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